A quasi mezzo secolo dalla sua stesura, Orgia resta uno dei testi più inquietanti e misteriosi di Pasolini. L'andamento stesso degli avvenimenti rappresentati è, in definitiva, oscuro: come muoiono la moglie e i bambini del protagonista? È lei che li massacra e poi si uccide, come annuncia di voler fare? O è lui che li ha ammazzati, come sostiene alla fine? ("tu potresti essere solo il mezzo della mia morte, ma non il mio assassino", dice d'altronde, enigmaticamente, la donna al marito). E qual è l'esatto ruolo della prostituta con cui, nella seconda parte, l'uomo sembra voler ripetere gli stessi cupi rituali, senza però riuscirci?
L'unica certezza è comunque l'assoluta centralità che assume qui il passato contadino dei personaggi, o della società in cui vivono, i paesi delle Prealpi dove "i padri e le madri erano di quella terra bagnata e di quella pietra bianca", e "le prime ciminiere a Monza o a Milano erano sorelle dei pioppi delle campagne di Cremona", come rievoca la donna in quello che resta uno dei più intensi monologhi del teatro italiano del Novecento. È in rapporto a questo passato che i due si infliggono le loro truci fantasie trasgressive, non si sa se per violarlo o per ricongiungersi con esso ("ciò che bestemmiamo - afferma lui - è ciò che preghiamo").
Sta di fatto che anche il regista Fabio Sonzogni, nella forte scarnificazione operata sul copione, lascia un ampio spazio soprattutto alla visione di questo mondo fermo nei millenni: per il resto, l'impressione è che la sua messinscena - riducendo drasticamente la ridondante scrittura pasoliniana - tenda a escludere soprattutto le parti in cui più esplicito si fa il riferimento alle sofferenze fisiche, al sangue, al sesso violento, trasformando il rapporto sadomasochistico della coppia in una sorta di astrazione puramente verbale, nell'attesa, nella prefigurazione di un atto sacrificale che nella realtà non potrà avere luogo.
È forse per questo che l'incontro con la ragazza è condannato al fallimento: perché ciò che con la moglie era un tormentoso percorso mentale, con lei diventa mera sopraffazione carnale, dunque inutile, priva di senso espiatorio. È la moglie, con le sue nostalgie di un'antica innocenza, il vero nucleo dell'azione, che si esaurisce infatti con la sua scomparsa. E non a caso, in questa asciutta, serrata interpretazione tutta risolta sopra e attorno allo spazio simbolico di un enorme tavolo-letto, l'apporto più denso - accanto allo stesso incalzante attore-regista e all'efficace Silvia Pernarella - è quello della bravissima Sara Bertelà, che sa essere insieme lirica e raziocinante, fragile e ferocemente determinata.
Visto al Teatro Out Off di Milano
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di renato palazzi
(12:11 - 11 mar 2011)
Voto utenti:
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