"Ma è fichissimo" urla l'adolescente rotondetta in minigonna, calze velate e tacco dodici, rigorosamente accompagnata dalla mamma. "Ahò, a me er teatro me piace", le fa eco un ragazzotto al limite dei brufoli. La platea dell'Eliseo, l'altra sera, era tutta per Romeo, ossia il ricciuto Riccardo Scamarcio, volto noto e intellettuale del cinema italiano. Bravo attore, Scamarcio, capace di interpretazioni le più varie sul set, che si mette in gioco rischiando, e molto, nel ruolo dell'amante infelice di Verona.
Operazione riuscita, nel suo complesso, quella affidata alla regia capace di Valerio Binasco, che tiene dritta la barra, pur oscillando pericolosamente tra Baz Lurhmann e Federico Moccia, e cuce uno spettacolo che cerca di superare l'effetto "nome", inglobando lo starsystem in una struttura ricca di senso. Va detto che gli elementi primari di questo lavoro, infatti, hanno radici solide: a partire dalla traduzione-adattamento che il regista firma con Fausto Paravidino, penna acuta e sguardo tagliente del nostro teatro. Entrambi di scuola genovese, con il supporto del glorioso collettivo Gloriababbi teatro, Binasco-Paravidino danno a Shakespeare un ritmo vivace, immediato, pur nel rispetto dei diversi livelli linguistici: rima e volgarità, poesia stucchevole e affilata ironia, immediatezza cruda e astratto lirismo.
Tutto si tiene, direbbero i francesi, e si incarna - aggiungiamo noi - in uno spettacolo che esalta la coralità, la "realtà" di una storia veneta, non solo veronese: la provincia, insomma, che fa capolino, qua e là, in cadenze volutamente non pure, in suoni che hanno il sapore del Nord-Est (più d'oggi che d'allora). Non solo: il lavoro ha il merito indubbio di scaldare il cuore, di dar nervo a parole abusate, di parlare direttamente sia all'adolescente in minigonna, sia al ragazzetto brufoloso. Nella coralità dell'impianto non mancano trovate ad effetto: il ralenty iniziale, da tifoseria calcistica, il finale interpolato con effetto processo-ricostruzione, o la festa di casa Capuleti, con tanto di trenino, a mostrare una volgarità dilagante in quella piccola borghesia arricchita cui si ribelleranno i due giovani amanti.
Uno spettacolo, dunque, che gioca serenamente e intelligentemente con il testo stra-conosciuto, anche prendendone ironicamente le distanze, e lo spinge a una sana contemporaneità. Significativa la scelta di far emergere certe parti comprimarie (da sempre considerate "tinche"): così il vigoroso Filippo Dini restituisce finalmente dignità al noiosissimo padre Lorenzo; o la stralunata Milvia Marigliano fa della sua nutrice una vivace figura comico-tragica. Allo stesso modo emergono i Capuleti (bravi Antonio Zavatteri e la sinuosa Lisa Galantini) e confermano la abituale fascinazione il Mercuzio (non originalissimo Andrea Di Casa) e Benvolio (Fulvio Pepe): tipacci da bar, scanzonati vitelloni "veloci di mano e di coltello".
Insomma, il gioco funziona. Ma qualcosa non torna. Dopo l'intervallo lo spettacolo rallenta, si incupisce, si chiude su se stesso: è vero che già il testo originale diventa più farraginoso, inutilmente ripetitivo, ridondante. Ma qualcosa anche nello spettacolo non va. Cosa? Magari tracce di impaccio si trovano proprio nei protagonisti: forse Scamarcio, pur generoso, non trova il filo per dipanare una matassa greve, complicata. Dà il meglio di sé, ma l'interpretazione risulta flebile per quella tragediona: e non bastano sorrisi disarmati o disperati, per quanto belli, a risolvere certe situazioni. Accanto a lui - e arriviamo così a Giulietta - la compatta attrice turca Denise Ozdogan. Curiosa scelta, questa: senza dubbio brava, efficace, risolve in tenerezze e ingenuità (a tratti manierate), condite però di slanci erotici e passioni, il complicato ruolo. Ragazza d'oggi, chiaramente: spalle forti, da donna vera anzitempo. Brilla nella scena del balcone, anche con ironia, epperò lascia un ché di insoddisfazione: quasi che non affondi (non possa o non voglia) nelle viscere del personaggio.
Ecco qua il nodo, quel che sfugge al disegno registico: nella coppia dei protagonisti questo Romeo e Giulietta di raffinata fattura svela qualche crepa, qualche irrisolutezza, qualche debolezza. Poco male, direte voi, il pubblico partecipa contento e felice. E la ragazzina rotondetta corre a chiedere l'autografo.
Visto al Teatro Eliseo di Roma
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di andrea porcheddu
(12:46 - 05 mar 2011)
sarax scrive alle 01:42 - mar 08 mar 2011
Romeo e Giulietta di Binasco, che dire sono abbastanza d'accordo con la Vs recensione, ma avei qualche annotazione da fare.
Parlando della sceneggiatura/regia, sono rimasta un po' perplessa. Alcune cose mi sono piaciute tantissimo altre mi hanno lasciata basita. Esempio, la scena dei cerchi di luce che si passano Romeo e Giulietta quando si vedono la prima volta... per me la scena più bella e romantica di tutto lo spettacolo, rovinata 10 secondi dopo dal primo bacio tra i due... dovrebbe essere il primo bacio di due sconosciuti, di due adolescenti e in pochi secondi te li ritrovi avvinghiati a rotolarsi per terra, "Squallido". La scena del balcone... bellissima e divertente l'idea dell'accendino per farsi vedere.... ma lei che si tira su la camicia da notte e si fa vedere nuda è assurda (ma dov'è finito il romanticismo di quest'opera???)... va bene concedersi.ma non così... "Volgare". Capisco che il regista volesse fare un Romeo e Giulietta moderni, ma così è troppo. Shakespeare è bello perchè è già moderno di suo nonostante sia stato scritto in un'altra epoca. Capisco anche si volesse fare una denuncia alla società che ci circonda e alla volgarità di oggi, ma io vado a teatro per emozionarmi e per sognare... per vedere la realtà mi basta accendere la televisione e ne ho 24 ore su 24 di brutture e attualità! A teatro voglio sognare. Come la scena finale con i Peluche e i fiori, ok se Loro fossero morti oggi lo avrebbero fatto, ma io personalmente la trovo una cosa così squallida che vedermela pure a teatro mi lascia con l'amaro in bocca. A mio modesto parere di NON addetta ai lavori trovo lo spettaccolo discreto nel suo insieme, non un capolavoro, non ti coinvolge emotivamente ma ti fa porre domande, anche le cose che non ti sono piaciute accendo in te delle riflessioni, quindi mi sento di consigliarlo.
Parliamo degli attori. Comincio subito dalla nota dolente, Giulietta. Si Giulietta, forse recitando in turco sarà bravissima ma in Italiano con quell'accento forte e senza la minima armonia che la nostra lingua ha, è inascoltabile, a volte ho fatto fatica a capire cosa diceva. Parlava troppo veloce e troppo forte una macchineta, quasi fastidiosa.. Non riesce a coinvolgerti, non ti entra dentro, non sono riuscita nemmeno a commuovermi per la sua morte, mi son commossa di più per Mercuzio. Mi spiace ma per me la scelta della Ozdogan è stata propio sbagliata, rende Giulietta una bambina capricciosa, come se le avessero sottratto il giocattolo, non una ragazza innamorata e disperata per il suo amore...
Scamarcio bravo, anche se quando duetta con Filippo Dini non regge il confronto. Dini meraviglioso.... lo spettacolo merita di essere visto sopratutto per lui. Gli altri attori tutti bravi, Fabrizio Contri fa due ruoli ed è talmente bravo che io mi sono accorta solo alla fine e leggendo il libretto che era lo stesso attore, chapeau! Milva Marigliano, divertentissima, davvero brava... anche se forse, il regista, poteva farla meno macchietta, più che particolare a volte sembra poco normale (parlo del personaggio.. non dell'attrice che recita magnificamente). Un plauso anche a Mercuzio/Andrea Di Casa, bellissima la scena in rima con Romeo/Scamarcio, e commovente la scena della morte. Insomma per concludere un discreto spettacolo, gradevolo e che si guarda volentieri nonostante a volte ti lasci un pò perplesso. E questo grazie ad un lavoro corale. Scamarcio bravo, ma senza dei compagni di lavoro così, non sarebbe bastato a far durare questo spettacolo per un mese tutti i giorni, nemmeno con le ragazzine che non ne sanno mezza di teatro e recitazione e vanno solo per vedere lui dal vivo.... o forse si? ... che amarezza!
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