Sono passati ormai ventinove anni dal suo primo spettacolo, ma Alessandro Bergonzoni è sempre lì: beffardo, ironico, in lite con le parole, nemico della virgola e dei due punti, figurarsi del punto e virgola ma anche del punto e basta. Solo in scena, la riempie con una vitalità tutta speciale che passa attraverso la parola inseguita - se così si può dire - dal corpo. Mai fidarsi delle apparenze: al primo sguardo quando lo vedi in palcoscenico potrebbe sembrare addirittura catatonico, ma a risvegliarlo basta la parola, ed eccolo lì vitale e logorroico, con i suoi interrogativi destinati a rimanere senza risposta, sotto la luce dei riflettori, dando immediatamente al pubblico, che stravede per lui, l'impressione di averlo lasciato il giorno prima. E invece sono quasi due anni che non lo si vedeva. Questo non significa che Bergonzoni centellini se stesso, anzi è un artista in perenne fibrillazione: scrive, dipinge, segue la fondazione di cui è testimonial e quando sta in scena generosamente si regala e regala agli spettatori che lo acclamano un fuoco di fila di bis.
Capelli lunghi, pochi oggetti in scena a fare da punti di riferimento - un tavolo, una sedia, microfoni illuminati dall'alto messi in fila a suggerire dei luoghi deputati di fronte ai quali fermarsi - Bergonzoni se ne sta lì, allampanato e bizzarro, con la sua presenza elettrica e coinvolgente. Urge si intitola il suo nuovo spettacolo, non un gioco di parole e neppure un calambour: un titolo misterioso come spesso gli accade. Che ci spinge a chiederci: ma cos'è che urge a Bergonzoni, cos'è che deve dire per forza comunicandolo dopo molti giri di parole, false piste e sentieri agli spettatori? Chi mai sarà il Granché? Perché il mare è azimo, che cosa mai è la ciabatta penica, come rappresentare Dio mimato, chi è l'achefare?
E che dire del saggio cormorano e del suo riconoscibilissimo richiamo, del sergente a sonagli, di tutte le vaghe creature che popolano i suoi monologhi che certo ti fanno ridere con tutti i "nonsense" che li percorrono, ma che generano, allo stesso tempo, una strana, sottile inquietudine, una beckettiana sospensione di senso? E poi, per pietà, che ce lo spieghi come si fa a restare nuvola... Domande su domande che avranno come risposta vaticini su vaticini, parole che si mordono la coda fino a farci intravedere un punto d'arrivo. Ma il respiro di sollievo si ferma a metà: quello che urge in Urge - perché probabilmente ci manca - è la "vastità", la capacità di pensare altro, di andare oltre, di essere liberi, di giocare con l'assurdo come dei "bambini grandi" che non hanno mai smarrito il senso dell'avventura. Ecco: la vastità è l'avventura del linguaggio e del pensiero. Oppure no?
Visto al Teatro Elfo Puccini di Milano
Le prossime date dello spettacolo
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di maria grazia gregori
(16:55 - 16 mar 2011)
Voto utenti:
30/06/2011
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