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18:15 - marted́ 22 maggio 2012


18mila giorni - Il pitone

Se perdi il lavoro puoi sentirti un uomo (o una donna) a metà, senza identità sociale e senza ruolo familiare. Una cosa, un niente sballottato qua e là, magari deriso, che tutti scansano dagli ex compagni di lavoro che fanno finta di non sapere e per i quali sembra che tu sia diventato trasparente, ai vicini, agli amici del bar, alla moglie e a tuo figlio pronti ad abbandonarti perché è diventato impossibile vivere con un uomo che sembra avere smarrito la bussola di se stesso, che fra le mura di casa non è più un punto di riferimento. Che fare in quell'appartamento vuoto, dove con moglie e figlio se ne sono andati anche i mobili, ma non certi vestiti, lì abbandonati probabilmente perché considerati ormai inservibili?

Lui, il nostro protagonista, che per essere licenziato dal direttore del personale ha indossato il suo vestito migliore, che ha visto sparire a poco a poco i segni stessi della sua presenza al lavoro, vittima di un mobbing continuo che prima gli ha tolto a poco a poco il ruolo e poi addirittura la scrivania, si rinchiude nella sua solitudine, non risponde più al telefono, parla solo con se stesso, raccontando una grottesca storia legata al pitone, animale che ti lascia "tranquillo" prendendoti le misure per poi ucciderti e divorarti quando si rende conto che è cresciuto abbastanza per poterlo fare. Del tutto simile a un pitone è stato il suo compagno di stanza che si è "allargato" a poco a poco, conquistando l'intero spazio vitale, stritolando il suo compagno di lavoro.

18mila giorni - il pitone
, testo che Andrea Bajani ha scritto per Giuseppe Battiston, non è un semplice monologo grazie alla regia di Alfonso Santagata, che ha messo in scena accanto al protagonista un suo doppio, un suo alter ego, grazie alla voce, alle canzoni suonate con la chitarra, alla presenza discreta e forte allo stesso tempo di un cantautore come Gianmaria Testa, in gradi di inserirsi anche nell'interscambio canzoni-battute con l'attore.

Il testo, scritto da un autore che conosce molto bene i problemi legati al lavoro, soprattutto quelli legati alla precarietà (fra i suoi testi Cordiali saluti, Mi spezzo ma non mi impiego), risente di una certa letterarietà. Ma a renderlo teatrale ci pensa Battiston, che si riconferma interprete d'eccezione: un attore che sa dare profondità, presenza fisica, adesione drammatica a quel povero cristo che cammina come un fantasma in quella che fino ad allora è stata la sua casa, dialogando come in un delirio con i mucchi di vestiti messi per terra, presenza virtuale di qualcuno che non c'è più.

Interpretazione impressionante quella di Battiston, disperata e tragicomica allo stesso tempo, inquietante ritratto di un uomo che ha considerato l'esistenza degna di essere vissuta solo attraverso il lavoro, le promozioni, i rapporti con i superiori. Salvo poi rendersi conto che questi signori gli hanno distrutto la vita.

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di maria grazia gregori

(17:05 - 04 apr 2011)



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