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18:16 - marted́ 22 maggio 2012


Le Sacre e Come un respiro

Ci sono dei titoli, nel repertorio coreografico del Novecento, che rappresentano insieme una sfida, un obbligo morale, un omaggio e una prova d'autore. Tra questi, Le Sacre du Printemps è quello più arduo e insieme intrigante, sia per il fascino assoluto dell'atto della sua creazione (fortemente voluta da Igor Stravinsky e il pittore antropologo Nicholas Roerich e, anche per le coreografie iconoclaste di Nijinsky, diventata un incredibile scandalo alla prima parigina del 1913), sia per l'insormontabile forza della magnifica partitura musicale, sia perché nel corso di quasi cento anni coreografi di ogni formazione e cultura si sono cimentati con il 'monstrum' e la sua gloria, riuscendo solo in parte vincitori nella sfida. Poche infatti le letture universalmente lodate: quella panica e vitalistica di Béjart; quella tragica e dilaniante di Bausch.

Autore ormai mondialmente riconosciuto, con titoli in repertorio dal New York City Ballet al Balletto di Stoccarda, dal Bolshoi ai Grands Ballets Canadiennes, Mauro Bigonzetti è arrivato inevitabilmente a confrontarsi con l'opera stravinskiana, richiesto dalla Festspielhaus di BadenBaden, oltre che dalla Fondazione Teatro Comunale di Modena (la quale ha ospitato la prima nazionale) e Aterballetto (di cui Bigonzetti, passate le responsabilità artistiche a Cristina Bozzolini, è coreografo principale), ma forse anche per una sua esigenza-curiosità interiore, covata da lungo tempo.

Del resto nelle parche note di accompagnamento al lavoro il coreografo cita una frase di Stravinsky ("Io sono il vascello attraverso cui è passata la Sagra") e in effetti, vista anche una certa predilezione per una danza muscolare e nervosa, dalla fisicità imponente e - come ben scrisse a suo tempo un critico tedesco - "arcaica e primitiva", l'incontro con Le Sacre poteva rappresentare il risultato di un lungo processo interiore.

Molte dunque le aspettative per questa nuova Sacre. Aspettative solo in parte soddisfatte, però, dal coreografo, che stranamente sembra non riuscire a mettere a fuoco completamente le sue intenzioni drammaturgiche, stilistiche e compositive, sviluppando il suo testo coreografico con un andamento anodino, nel quale il flusso del movimento subisce una continua serie di frenate e ripartenze. Questo soprattutto nella dialettica tra il gruppo e i solisti, cui vengono affidati lunghi momenti di evoluzioni fisiche esigentissime per equilibri e tensioni costantemente variate, per poi giustapporre stilizzate e monocordi danze corali, nelle quali domina più l'impressione della ricerca di effettismi piuttosto che un omogeneo sviluppo della linea compositiva e drammaturgica.

Non si comprende se non a tratti, infatti, quale assunto abbia scelto l'autore: se limitarsi ad una traduzione personalizzata del complesso riferimento musicale; se evocare la vicenda originaria del sacrificio di una eletta; se altro. La figura femminile che si staglia in controluce all'inizio e alla fine rimanda alla potenza vitalistica della donna, ma seppure preponderante, la parte della danzatrice oscilla tra un selvatico espressionismo e un estenuante formalismo, tale da non inquadrarne appieno il senso teatrale. In questo ondivago oscillare, come dicevamo, anche lo stile sovrappone prese e legati che sembrano arrivare direttamente dalla Graham, a reiterati frenetici giochi di mani- nell'inconfondibile posa a paletta - che evocano Nijinsky (ma chissà perché quello del Fauno e non del Sacre), per poi far sgorgare la vena creativa più tipicamente originale, con le complicate e involute sequenze nei duetti, con prese ai limiti dell'acrobatico, che mettono a dura prova energie, tenute e souplesse dei danzatori di Aterballetto.

I quali, va detto con vigore, formano oggi più che mai un ensemble assolutamente straordinario per bravura, slancio, padronanza tecnica, e personalità scenica. Un ensemble affiatato e coeso, motivato e devoto, con un'energia guizzante che emana dal gruppo, e che però rifulge anche in ogni singolo danzatore, esaltandone qualità e brillantezza da vera stella. Ben lo si vede in Come un respiro, che apre la serata modenese, con la sua collana di sonate per pianoforte di Haendel, esse stesse delle piccole danze che Bigonzetti cesella sui corpi degli interpreti. E qui la sua fantasia e creatività sono al meglio: partendo dalla danza classica d'origine - con le ragazze in punta - l'autore intarsia i corpi, ne indaga le pieghe, gioca sulle velocità di esecuzione, distorce e scompone le dinamiche tradizionali dei legati e procede per variazioni. È un compiaciuto e innamorato gioco creativo intorno alla cosa/danza, dai tratti quasi barocchi nella ridondanza immaginifica che si trasforma in tratti ondulati, tortuosi, involuti, estremi, dove l'estetica classica perde ogni tratto riconoscibile eppure è tutta dentro ai gesti poderosi e belli di questi magnifici danzatori. Un lavoro che, nella sua sequenza di soli, duetti, trii toglie letteralmente il fiato al pubblico; lo ammalia e lo attrae riempiendogli gli occhi, fino a condurlo all'inevitabile tripudio finale, nel quale si stempera insieme la tensione dell'impegno visivo e l'ammirazione per la compagnia.

Visto al Teatro Comunale di Modena

di silvia poletti

(21:01 - 25 apr 2011)



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