Passati i quaranta ma pur sempre considerato l'ultimo enfant gâté dei talent scout coreografici d'oltralpe, il fascinoso israeliano Emanuel Gat, attivo in Francia da alcuni anni e ivi ospitato in residenze artistiche nel sud del Paese, oltre che proposto in festival à la page e vetrine prestigiose, fino ad arrivare - noblesse oblige - all'Opéra, è quest'anno anche l'unico artista che (oltre al "padrone di casa" Ismael Ivo e le performances di vari centri didattici internazionali) ha avuto il privilegio di un'apparizione nella sezione danza della Biennale di Venezia.
Coprodotto dalla stessa Biennale, insieme allo storico Dance Umbrella di Londra e Dansens Hus di Stoccolma nell'ambito dell'European Network for Performing Arts, al Piccolo Arsenale di Venezia si è visto Brilliant Corners, ultimo lavoro che Gat ha concepito in toto (musiche comprese) per quattro ragazze e sei ragazzi, applicando di fatto alla costruzione coreografica la metodologia compositiva di Thelonious Monk, genio autistico e radicale del jazz, inventore di una visione della composizione incentrata sul fattore "sorpresa", sulla costante rottura delle dinamiche logiche dei brani, con accelerazioni, sospensioni ritmiche, silenzi e impennate armoniche.
Citato fin dal titolo della pièce - che si rifà appunto ad una celebre performance di Monk - il lavoro di Gat è esattamente analogo allo spirito nell'idea di coreografia come continua invenzione e ripensamento delle dinamiche, dei legati, dei giochi di relazione fra individui, di investigazione individuale sul senso di peso, gravità, misurazione del ritmo interiore, propria disposizione nello spazio scenico e in relazione con gli altri. Il tutto in uno streaming dinamico, senza soluzione di continuità, costantemente giocato sulla variatio e sul contrappunto; sulla "imprevedibilità" e sullo sparigliamento delle regole, apparentemente casuale e hic et nunc, dove il gesto diventa incisione nello spazio in quanto tale, impersonale - nel senso che Gat non lo colora affatto di un suo tocco specifico - e scarno nell'emotività, semplicemente solido solo perché affidato a persone in carne ed ossa.
L'atteggiamento e gli abiti casual postmoderni dei dieci interpreti- rigorosamente impersonali esecutori della coreografia, eppure individualmente riconoscibili proprio per le diverse specificità fisiche e qualità di energia e movimento - oltre alla chiarissima realizzazione delle intenzioni coreografiche fanno così di questo Brilliant Corners la rappresentazione di un atto creativo piuttosto che uno spettacolo in senso compiuto e tradizionale. Il pubblico ne condivide l'aspetto laboratoriale, ne penetra le intenzioni e le soluzioni, viene condotto davvero all'interno del meccanismo concettuale della composizione. E al termine, esce da teatro con l'idea di aver assistito a una sessione intima e anch'essa quasi autistica di creazione, ma anche con la sensazione di essere restati ancora nell'area della sperimentazione elaborata a tavolino e dell'autocompiacimento compositivo, che dovrà prima o poi comunque esprimersi altrimenti per dare a Gat una levatura e una prospettiva artistica diversa e soprattutto di più ampio respiro.
Visto al Piccolo Arsenale di Venezia
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di silvia poletti
(18:52 - 27 giu 2011)
Voto utenti:
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