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18:22 - marted́ 22 maggio 2012


La modestia di Spregelburd

Non ci voleva molto a intuire fino a che punto i testi di Spregelburd si adattino allo stile di Ronconi. Quelle sue trame ramificate, complesse, quei suoi inestricabili grovigli di vicende diverse sono un invito a nozze per un regista che ha sempre prediletto i labirinti drammaturgici. La modernità dell'autore argentino consiste nel fatto che egli compone delle strutture stratificate, ma non barocche: nonostante la fluvialità della scrittura, il suo linguaggio tende a essere più scarno, l'ironia e il gusto del paradosso spiazzano un certo taglio romanzesco. E questa modernità per molti aspetti giova anche a Ronconi.

Non si coglie fino in fondo l'importanza e lo spessore del teatro di Spregelburd finché non lo si vede realizzato più e più volte in varie chiavi, ammesso che le sue pièce lascino qualche libertà d'interpretazione a chi le allestisce: se già La cocciutaggine, rappresentata in versione francese al Festival delle Colline Torinesi, ne aveva perentoriamente confermato l'ingegno, La modestia messa in scena da Ronconi a Spoleto è risultata addirittura illuminante. Lo stesso testo, lo ricordiamo, era stato affrontato mesi fa da Manuela Cherubini, che ne è anche la traduttrice: ma forse in quell'occasione non se ne era percepita in pieno la portata.

In esso Spregelburd, come forse qualcuno ricorda, incastra l'una nell'altra con chirurgica precisione due storie all'apparenza lontanissime sia sul piano geografico che su quello temporale, facendole svolgere in uno stesso appartamento e affidandole alle stesse due coppie di attori: una, ambientata nella Russia sovietica, parla di un manoscritto misterioso, falsamente attribuito a uno scrittore moribondo che un medico, cinicamente, si offre di curare in cambio dello sfruttamento commerciale della sua opera. L'altra si svolge nell'Argentina di oggi, e accenna allusivamente a fatti di corruzione, videocassette, affari loschi, e una ragazza scomparsa.

Alle prese con materiali così eterogenei, Ronconi a prima vista non sembra fare nulla per ricondurli a una propria personale chiave di lettura: nel suo spettacolo stranamente semplice, asciutto, senza un effetto che non sia richiesto dal copione, ne segue con pazienza l'andamento, lo dipana, lo chiarisce nei suoi sfaccettati sviluppi interiori. Se qualcosa il regista dimostra con il suo lucidissimo approccio, è che gli ingannevoli trompe l'oeil delle creazioni di Spregelburd, l'apparente non-senso delle sue costruzioni visionarie racchiudono in realtà una straordinaria capacità di raccontare le trappole e gli abissi oscuri della vita.

L'autore mostra dapprima le distanze fra i due mondi sovrapposti, poi una serie di piccoli indizi che paiono svelarne dei tratti unificanti: di fatto, solo accostandoli, confrontandoli, paragonando i comportamenti dei rispettivi personaggi si arriva a inquadrare con precisione l'esatto contenuto dell'enigmatico intarsio. Tirando accortamente le fila di questa doppia tessitura, Ronconi ne pone in luce alcuni possibili significati: evidenzia che ad accomunare le due storie sono le conseguenze dell'eccesso o dell'assenza di modestia, che a farne le spese sono soprattutto le donne, ma che gli uomini, anche i più subdoli, non sono sempre cattivi come sembrano: cercano solo, a loro modo, di salvarsi.

Va anche aggiunto che forse mai, come in questo caso, se si capisce qualcosa di un testo lo si deve principalmente all'apporto degli attori: nel loro passare da un ruolo all'altro senza soluzione di continuità, senza una pausa, senza neppure un cambiamento di costume, mutando solo la dizione e l'espressione facciale, Paolo Pierobon, Francesca Ciocchetti, Fausto Russo Alesi e Maria Paiato sono di una bravura inarrivabile: e in questo gioco di trasformazioni a vista riescono a non perdere il contatto coi sentimenti. Buffi o strazianti, calcano i toni, calcano gli accenti delle figure che tratteggiano, ma non rinunciano alla loro verità umana.

Visto al Teatro Caio Melisso di Spoleto

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di renato palazzi

(18:24 - 28 giu 2011)



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