A me sembra che Povera gente, lo spettacolo che Paolo Rossi rappresenta con la sua neonata Compagnia di Teatro Popolare, sia una di quelle trappole in cui la gente di teatro va spesso a cacciarsi senza ragione, per il puro istinto di complicarsi la vita. Che bisogno c'era di riesumare un vecchio arnese come El nost Milan di Bertolazzi, un testo che ebbe un lampo di classicità quando Strehler lo affrontò nella sua celebre messinscena del '55, ma che oggi di fatto nessuno più conosce? Che bisogno c'era di riscrivere questo drammone verista tardo-ottocentesco, laddove sarebbe stato tanto più semplice ed efficace inventare qualcosa di nuovo?
Va anche aggiunto che dell'opera originale, in questo liberissimo rimaneggiamento di Carolina De La Calle Casanova, non resta praticamente nulla, se non i nomi di alcuni personaggi, e qualche vago riferimento allusivo. Così com'è, Povera gente potrebbe essere qualunque cosa, potrebbe essere un disinvolto rifacimento dell'Opera da tre soldi, cui lo spettacolo per vari aspetti rimanda, a cominciare dall'inserimento di quei song dichiaratamente brechtiani. Si ammetterà che rimettere mano a un testo di Brecht, sia pure per prenderne drasticamente le distanze, ha molto più senso che rimettere mano a un testo del povero Bertolazzi.
L'idea di trasformare il Togasso - una sorta di Meckie Messer meneghino dell'epoca - in un mafioso dei nostri giorni, che arriva nella Milano del malaffare per lucrare sull'Expo e sulle varie speculazioni edilizie in atto era già, francamente, piuttosto debolina in partenza. Poi è accaduto quello che tutti sanno: il panorama politico della città si è improvvisamente modificato, e quindi l'intero progetto drammaturgico, come l'attore-regista confida al pubblico all'inizio, ha dovuto subire un precipitoso riassestamento, perdendo fatalmente un po' del suo mordente.
Adattarsi in fretta e furia alla demorattizzazione, per chi vive di satira, non è impresa facile. Se c'è qualcuno che può fare amabilmente delle battute pungenti anche su "Giuliano", questo qualcuno è senza dubbio Paolo Rossi: ma gli serve tempo, perché al momento manca proprio la materia. Allo stato attuale, lo spettacolo visto al Teatro Studio di Milano funziona per la bravuradei giovani interpreti, per la verve sempre trascinante del protagonista, per il costante rapporto di scambio con una platea palesemente amica. Ma è chiaro che l'operazione deve ancora trovare una sua fluidità, un suo assetto compiuto e definitivo.
Visto al Piccolo Teatro Studio di Milano
A causa di problemi tecnici questa recensione è stata pubblicata con alcuni giorni di ritardo rispetto a quando è stata scritta. Ce ne scusiamo con gli artisti e l'autore.
___
Hai assistito a questo spettacolo? Scrivi la tua recensione (max 10 righe). Registrati ed entra a far parte della community di Delteatro.it!
___
di renato palazzi
(12:44 - 24 giu 2011)
Voto utenti:
30/06/2011
Fine famiglia
28/06/2011
La modestia di Spregelburd
27/06/2011
Brilliant Corners
25/06/2011
Attila alla scala
24/06/2011
Povera gente