I dati sui consumi culturali nel 2008, resi noti come ogni anno dalla Siae, mostrano un netto calo nella vendita di biglietti per il teatro di prosa (-10,9%), la danza (-6%) e il cinema (-6,02%). Crescono invece i consumi di concerti (+5,6%) e soprattutto di musica leggera (+8,6%). Fluttuazioni periodiche - due anni fa, qualcuno ricorderà, il comparto degli spettacoli dal vivo aveva complessivamente superato persino lo sport - che tuttavia segnalano come la crisi economica globale già l'anno scorso avesse cominciato a modificare nel profondo i comportamenti degli italiani. E non c'è da attendersi un netto miglioramento del trend a breve termine, stando agli indicatori economici di questi primi sei mesi del 2009.
Il calo nei consumi di pièce teatrali e spettacoli di danza, insieme al cinema, sembrano confermare una radicata convinzione, suffragata per altro da riscontri statistici: quella che proprio nei momenti in cui la tensione sociale si fa più acuta, il popolo risponde chiedendo e consumando di preferenza generi di puro svago, di intrattenimento leggero, utile a liberare la mente dai "pensieri". In base a questa lettura, dunque, i consumi di prosa e danza calerebbero perché associati a un'idea alta e "pensosa" dello spettacolo - qualcosa insomma che fa soprattutto riflettere - mentre la musica, con il suo linguaggio impalpabile e sommamente emotivo, sarebbe preferita dai più, in questo tempo di crisi battente, per la sua capacità di astrazione e levità, perché svuota la mente dai "pensieri".
Stiamo operando una forzatura, è evidente, ma a questo punto ci e vi domandiamo seccamente: