La polemica seguita all'annullamento dei Demoni di Peter Stein dal calendario dello Stabile di Torino (lo spettacolo è poi andato in scena in forma incompiuta presso la tenuta del regista in Umbria, per un ristretto pubblico) si è allargata in questi giorni a tutto il settore dei Teatri Stabili. Mario Martone, direttore a Torino, ha infatti dichiarato che i teatri pubblici riservano all'attività artistica al massimo il 30% del loro budget complessivo, mentre il resto viene fagocitato da apparati spesso elefantiaci.
Gli ha risposto pubblicamente Sergio Escobar, sovrintendente del Piccolo di Milano, il quale sostiene che nel caso dello stabile meneghino la proporzione è esattamente opposta: 70% alla produzione artista e il rimanente per il funzionamento della macchina. Nel dibattito è intervenuto anche Luca De Fusco, dello Stabile del Veneto. Interpellato da Osvaldo Guerrieri su La Stampa del 18 giugno, De Fusco difende gli Stabili pubblici, sostenendo che in genere non sono affatto dei "carrozzoni", anche se il vero problema è che oggi esistono enormi differenze fra una piazza e l'altra, mancando un chiaro quadro a cui fare riferimento.
Il dibattito chiama dunque in causa l'aspetto normativo e a tal proposito il sottosegretario del Mibac (Ministero per i Beni e le Attività culturali), Francesco Maria Giro, è recentemente tornato a promettere entro l'anno l'approvazione da parte del Parlamento di una nuova legge quadro, prima firmataria l'onorevole Gabriella Carlucci. Il disegno di legge affronta il problema del rapporto fra Stato e Regioni e lo spinoso tema dei finanziamenti (il Fus è stato pesantemente ridotto dalla Finanziaria di quest'anno); introduce inoltre strumenti di defiscalizzazione per favorire le imprese dello spettacolo e semplificazioni riguardo l'accesso ai fondi strutturali europei.
C'è però anche chi, come il direttore dello Stabile di Genova, Carlo Repetti, ricorda - sempre sulla Stampa - che talvolta è proprio "la mano della politica che si allunga oltre i limiti" a inquinare e provocare difficoltà; ciò a causa "dell'eccessiva ingerenza dei consigli di amministrazione nella gestione artistica". La memoria corre a questo punto poi alla provocazione lanciata da Alessandro Baricco lo scorso febbraio dalle colonne di Repubblica. Dunque, riformare o no i teatri pubblici italiani?