La nostra domatrice di cavalli testimonia la lotta interiore nell'incontro con il naturale. Propone un incontro con l'animale storicamente nuovo - o almeno nuovo per il nostro tempo -: non ricorre alla violenza, pur comprendendo intimamente i contrasti della selva. L'agonia umana, di cui il mito è metafora, è rappresentata qui per ciò che è: il confronto con sé stessi, con l'altro, con la bestia e con il divino primordiale. L'idea teatrale a cui siamo interessati giace tutta nelle pieghe di questo incontro, nel dialogo non verbale che esso sottende. La presenza animale, di per sé elemento non originale nella ricerca teatrale, è qui vista come una presenza attiva all'interno del dialogo, capace di determinarlo, di scriverlo, che non subisce l'imposizione scenica umana, o che la subisce al pari di quanto la controparte umana subisce l'inaspettato animale.
(Dalle note di regia)
(17:40 - 28 apr 2010)
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