Tra protesta, affermazione, rivolta. La danza diventa manifesto. Ma la ricerca?

Arriva l’autunno. E’ tempo di riassettare gli appunti di viaggio nella danza dei festival estivi. E aprire qualche riflessione. Silvia Poletti

Cominciamo dalla fine. Cioè dalle impressioni ancora pulsanti della tappa più recente del grand tour dei festival di danza nazionali che hanno ripreso gran slancio, in questa prima estate post (o para) Covid.
Settembre andiamo, dunque, è tempo di Oriente Occidente, festival trentaquattrenne la cui lunga gloriosa storia ha segnato gli annali italiani per idee, proposte, scoperte di qua – di là dall’Europa. È da qui che iniziano le riflessioni sparse, complice l’opening della manifestazione – quest’anno dedicata ai Mari Nostri che ripropongono un confronto tra identità e culture di chi si affaccia su quelle onde e spesso le attraversa per garantirsi miglior futuro.

Mourad Merzouki, direttore e coreografo di Kafig e del Centro Coreografico Nazionale di Creteil è esempio vincente di un artista, che dalla propria condizione biografica e del milieu in cui è cresciuto ha saputo trarre forza, ispirazione e linguaggio. Il suo vocabolario d’origine, come si sa, è l’hiphop, via via arricchito da altre forme di danza, di teatro fisico, di teatralità in una serie di spettacoli. Tuttavia Zéphyr (2021) con cui si è aperto, appunto, Oriente Occidente ha improvvisamente messo alla luce un fatto incontrovertibile (o quasi): che la spinta propulsiva, radicale e potente dell’hip hop, confluito nel mainstream coreografico anche grazie a personalità come la sua, è ormai esangue. O per meglio dire, la ricerca coreografica si è in generale pericolosamente appiattita in una spettacolarità retorica, convenzionale, con effettismi televisivi. Certo ci sono eccezioni assolute (il signor Forsythe sappiamo come elabora e fonde hip hop e balletto: lo si vedrà bene alla Scala per esempio, con il mirabile Blake Works in programma nel maggio 2023), ma in linea di massima, anche a causa della cannibalizzazione di quella che gli americani chiamano commercial dance (in pratica quella che passa nei video, e per osmosi negli show televisivi) si tende ormai generalmente a rimanere nella confort-zone, rassicurante anche per il pubblico. Il quale, si è visto appunto a Rovereto, ha accolto con acclamazioni i bravi esecutori francesi (che a fine spettacolo hanno galvanizzato gli animi con salti e giri da jam-session) decretando un successo, del quale -probabilmente- i giorni successivi non resterà traccia nella memoria.

Che l’attuale scena coreografica internazionale sia in uno stato di stagnazione, dal quale sembrano salvarsi soltanto (o quasi) certi autori visionari che hanno attraversato ultimamente le nostre scene (si pensi a Marcos Morau, ai Peeping Tom o a Papaiouannou), ce lo fanno comunque pensare molti spettacoli visti in giro questa estate.

I Sette peccati capitali della Gauthier Dance Company – ospite alla Biennale Danza e poi a Bolzano Danza– sono un invidiabile esempio di intraprendenza produttiva e artistica. Il direttore della compagnia tedesca, Eric Gauthier si è infatti garantito nomi più à la page tra i coreografi di oggi (Morau e Goecke, la Waltz e la Barton, Shechter, Cherkaoui e Sharon Eyal) cui ha chiesto un breve lavoro dedicato ciascuno a un vizio. Nella maggior parte delle miniature, per le quali ciascun autore ha attinto al proprio ben noto immaginario e stile, è risultato comunque evidente la mancanza di volontà (o capacità?) di cogliere la sottile sfida lanciata da Gauthier. Perché se per esempio Goecke nell’inconfondibile continuum frenetico, dissociante,del pulsare del busto e delle braccia- rafforza l’unicità del suo estro nevrotico e raffinato, ma spariglia sempre, inatteso le carte (qui per la Gola mette in scena una rockstar alla Freddie Mercury che si muove su Heroin dei Velvet Underground) , può essere davvero sufficiente per Shechter raccontare la lussuria semplicemente rallentando allo stremo, per poi accelerare, i suoi inconfondibili insiemi, mix di danze tribali ed echi folclorici? O per la Waltz descrivere l’Ira nel più scontato dei duetti con le dinamiche di un litigio di coppia tradotte in prese da manuale del contact?

Si sente dire che la pandemia è stata uno spartiacque anche per le arti dello spettacolo. E che il divario tra l’espressione formale, accurata nello sviluppo logico delle dinamiche e del senso del movimento e la necessità del rendere il linguaggio espressione significante di una visione civile e politica dell’esistere qui e ora è ormai incolmabile a favore dell’ultimo. Non ne sono così sicura. Certo è che lo spettacolo che ancora risuona dentro, in questa estate bollente, è quanto di più imperfetto si poteva vedere. Ma è potente, drammatico, triste e vero. Alla Biennale di Venezia la compagnia interculturale australiana Marrugeku diretta da due donne, la coreografa Dalisa Pigram e la regista Rachel Swain ha presentato con Jurrungu Ngan-ga ( Straight Talk) ha saputo mettere in scena-con economia di mezzi, ma verità di espressione affidata ad un esplicito linguaggio fisico- una potente denuncia sociale, sulle violenze subite dalle minoranze -etniche e non solo- del loro paese. La danza qui è sfaldata in una fisicità che allude alle danze aborigene come ai balli da club, in lotte da gang, ma vibra nella carne e nella tensione dei performer, la cui forza empatica è coinvolgente e toccante.

(La)HORDE, il collettivo artistico che ha la direzione del Ballet National de Marseille, Centro Coreografico Nazionale francese dalla lunga tradizione, ha letteralmente trasformato la compagnia concludendo di fatto un processo di conversione pressoché totale ai linguaggi contemporanei iniziati già all’epoca della direzione dell’architetto Frederic Flamand. Oggi il gruppo è multidisciplinare e multietnico e i tre direttori – Marine Brutti, Jonathan Debrouwer e Arthur Harel – nelle loro scelte enfatizzano proprio l’attraversamento dei linguaggi per fotografare le condizioni esistenziali delle generazioni metropolitane più giovani. A Bolzano Danza, che si è garantito la presenza della formazione per tre anni come compagnia ‘residente’, abbiamo visto una formazione potente di energia e di tensione, nella quale l’ensemble non appiattisce le diversità (anche quando si danza nientemeno che Lucinda Childs) ma le esalta. Qualcuno in Francia dice che siamo davanti alla vera grande novità nella danza del nostro tempo. Una danza dall’approccio ‘politico’ anche se danza un duetto sofisticato di Franck Chartier dei Peeping Tom (è la maniera in cui lo danza che qui è importante), perché l’intonazione è rozza, fisicamente forte, incisiva nella sua fisicità, che supera l’estetica della danza per virare verso una verità performativa in cui possiamo rispecchiarci. Forti sono forti. Vedremo se la loro forza di innovazione saprà anche evolversi. (1.continua)

 

Eric Guathier Dance Company The Sevene Sins c. Marco Goecke ph. Andrea Macchia courtesy Bolzano Danza