Danza d’estate in Italia. Appunti di viaggio

Su e giù per la penisola, tra teatri, chiostri e arene, palasport e piazze si insegue la danza che passa attraverso festival e feste, rassegne e eventi d’estate. E si appuntano impressioni e commenti, valutazioni veloci e pensieri da portarsi nell’inverno -ormai ( salvo eccezioni) diventato davvero la stagione di punta per la programmazione coreografica.- Silvia Poletti

L’estate 2018 si ricorderà come l’estate di Baryshnikov? Certamente Brodsky/ Baryshnikov con cui il leggendario artista celebralo scomparso poeta premio Nobel, suo amico e mentore, rimane una highlight del periodo. Nelle tre sedi così diverse tra loro – il Politeama per Napoli Teatro Festival, il dispersivo palcoscenico del Teatro del Maggio Fiorentino ( dove l’abbiamo visto) e la bomboniera della Fenice di Venezia – la piéce diretta dal regista Alvis Hermanis ha variamente sofferto/goduto della distanza tra l’interprete e il pubblico. C’era di fatti bisogno di un contatto quasi fisico con Baryshnikov, solo in una scena vuota appena colorita da tocchi di poetico naturalismo  ( l’abbandonato giardino d’inverno da cui appare, la panchina su cui siede, le proiezioni di boschi di betulle che dilagano di tanto in tanto). Perché qui di fatto non si è assistito ad uno ‘spettacolo’ come forma estroversa di comunicazione tr artista e pubblico, ma a qualcosa di profondamente intimo, vero e viscerale in cui la Dusha, l’anima russa – quel misto di compassione, profondità e forza, che porta non solo ad accettare ma addirittura a nutrirsi della sofferenza- è emersa in molteplici varianti: nelle parole del poeta lette o recitate ( ma per il flusso naturale con cui Baryshnikov le ha restituite ci farebbe dire piuttosto espresse – come se uscissero in quel preciso momento dal suo io più profondo), nella fisicità dell’interprete – non solo quella ‘grande’, anche se contenuta ed essenziale, dei movimenti con i quali a tratti i versi diventano immagini della natura, evocate da un corpo duttile e consapevole fino alla punta delle dita improvvisamente trasformate in ali di farfalla; piuttosto quella  ‘piccola’ del viso strepitosamente espressivo, le cui pieghe accompagnano le parole di Brodsky, le sue malinconie, i suoi ricordi di un paese e di un mondo che -come lo stesso Baryshnikov- non vedrà più. Una piéce difficile ed esigente, anche per l’ostacolo linguistico, eppure di una intensità così sincera, così commovente da lasciare nello spettatore profonda la consapevolezza diessere stato messo a parte di un segreto,  un dialogo interiore, mai interrotto, tra due anime che si erano trovate e volute profondamente bene.

 

L’americano Bill T Jones ha abbellito della sua danza gagliarda e musicale e della vitalità dei suoi danzatori molti appuntamenti della danza d’estate- da Ravello Festival Civitanova Danza ( dove l’abbiamo visto) al Florence Dance Festival fino a Bolzano Danza- dove ha dispiegato le inconfondibili dinamiche avvolgenti e le invenzioni coreografiche inesauribili, sintesi postmoderna di ogni forma di danza possibile ( dal balletto alle club dances, dalla contact al modern storico) ma in cui a prevalere è proprio la qualità di un movimento senza soluzione di continuità, capace di comunicare di per sé emozione. A queste scene ha riservato uno spettacolo di danza/danza con musica dal vivo -per La Morte e La Fanciulla di Schubert e l’Ottetto di Mendelssohn: una raffinatezza che ha dato valore aggiunto alla visione dello spettacolo. Perché l’ascolto delle eccelse partiture spinge Jones a creare non su di esse, ma attraverso di esse. Il gioiello D-Man in the Waters (1989) con le sue immagini liquide, di tuffi e nuotate che attraversano la scena, di gioiose ragazzate solo a tratti sospese in momenti più meditativi parte da una situazione autobiografica ( un sogno in cui a Bill il danzatore Damian Aquavella appare libero e felice, anziché piagato dall’AIDS che lo aveva ucciso)  e si trasforma in qualcosa di universale attraverso l’euforia dei ballerini. Nel più recente Story/ invece tra mele verdi che passano di mano in mano, simbolo di vitalità, la riflessiva musica schubertiana induce i danzatori a compattarsi, a condividere spazi, a stringersi in duetti e trii solidali, in cui i corpi si annodano, per non sentirsi disorientati e soli. Celebrato per il suo impegno civile e a difesa delle minoranze il grande Bill ha riservato al Ravenna Festival la prima nazionale di Letter to my nephew, piece di teatro e danza in cui la tragica esistenza del nipote, diventa un manifesto di denuncia e di commiserazione universale.

 

Una data secca, al Florence Dance Festival. Per festeggiare la bella e nuova sede del Chiostro di Santa Maria Novella il festival si è concesso davvero un lusso: il Nederland Dans Theater 2. Il livello della prima formazione under 21 della storia della danza è oggi più che mai strepitoso. Del resto i danzatori della rosa vengono selezionati tra centinaia di candidati da tutto il mondo. Strabilia la versatilità dispiegata al massimo livello- con un’ attenzione straordinaria al dettaglio poetico dei singoli autori ( qui  in programma un lavoro del 2002 di Johan Inger e un lavoro di Lighfoot-Leon del 1998). Vi spicca il genio creativo di Marco Goecke, autore controverso ma ipnotico, con la sua furiosa danza di velocissimi scatti, tensioni e movimenti frenetici della parte alta del corpo: una scansione quasi robotica che improvvisamente si dissolve in fluidi e sensuali affondi. Uno stile personalissimo e originale anche nell’estetica, catturante. Ben si capisce la nomination al Benois de la Danse 2018 proprio di questo Wir sagen uns Dunkles che rivela inquietudini interiori ma le trasforma in bellezza visiva su musiche di Schubert, Schnittcke e Placebo.

Al Festival di Spoleto è tornato l’Hamburg Ballet che qui nel 2010 si esibì in una mirabile celebrazione della creatività di John Neumeier in piazza Duomo. Questa volta si è puntato ad un programma intimista, filigranato, dipanato sul tema del ricordo e delle rimembranze di relazioni che attraversano e accompagnano la nostra vita. Old Friends, dal duetto creato per i 70 anni di Bèjart ( ed infatti intessuta di citazioni a celebri lavori del maestro francese) ma oramai diventato un piccolo hit out courtt su due ballate di Simon e Garfunkel si sviluppa tra tazze da the, ragazze e ragazzi in bianco che escono e entrano dalle quinte del Teatro Romano, un uomo maturo che perso nei suoi libri ripensa alla donna futile e inafferrabile che lo fece innamorare, una coppia tesa e tenera che cerca contatto e condivisione, tra voglia di fuga e momenti di stanchezza, distrazioni, defaillances. Chopin e Mompou –oltre che i due cantautori americani- avvolgono la scena di atmosfera, grazie al pianoforte di Michal Bialk. La compagnia, in fase di ricambio generazionale, sta facendo sbocciare nuovi fiori, mentre i grandi – Azzoni, Riabko, Urban- sono sempre delle certezze. Momento inarrivabile il duetto sull’Aria sulla Quarta corda dalla Suite n.3 di Bach: dove si ‘toglie’ invece che aggiungere e la semplicità delle linee, la bellezza delle figure, i riferimenti spirituali sono così intensi da togliere il fiato. Magnifici Alexander Trusch e la cinesina di porcellana Xue Lin.

 

Possente, gagliarda, forte, a tratti marziale.Ma anche vibrante di tensioni interiori – espressiva ed emozionante. Così appare la danza degli israeliani Vertigo, avamposto della nutrita compagine di prestigiosi autori e compagnie in arrivo dal paese nei prossimi mesi ( tanto per ricordare: Batsheva a novembre e Sharon Eyal e Gai ehr L-E-V Company in marzo al Teatro Comunale di Ferrara e Hofesh Schechter Ensemble a Comunale di Vicenza a dicembre) vista a Civitanova Danza nella serata speciale Festival nel Festival ( gli altri due spettacoli della serata l’atletico e impegnativo pezzo per sei uomini Homo Furens dei francesi Plan K e l’acerba novità Fade-moi dei giovanissimi Freixas e Colaleo).One.One and One della coreografa Noah Wertheim è  terrestre non solo per i secchi di terra che delimita lo spazio, lo invade  e infine impregna gli abiti e i corpi dei ballerini ma per il tipo di danza piantata, basata sul suolo dalle gambe ben piazzate, le schiene che spingono a terra, il peso che gravita verso il basso.Ma è anche spirituale per l’afflato che uomini e donne affidano al movimento – negli assoli intensi, in cui il corpo si allenta, e arcua, vibra e tende verso l’alto, nei duetti in cui le prese fisiche diventano simbolo di sostegno morale, vicinanza, comprensione. Non completamente coeso, a tratti involuto su se stesso, il lavoro comunque ha una sua ragion d’essere nobilitata dai suoi carismatici interpreti.

 

foto di apertura Brodsky/Baryshnikov copy Janis Deinats