La danza macabra di Maguy

Autrice dal segno personale forte e visionario, Maguy Marin traccia con un sorriso sardonico una inesorabile Totentanz che diventa metafora dell’esistenza – Silvia Poletti

Maguy Marin è tornata ancora in Italia ( quest’anno per la terza volta dopo Milano e Rovereto) con il recentissimo BiT e il suo primo capolavoro, quel May B. che dopo l’Arena del Sole a Bologna per VIE Festival sarà a fine mese al Teatro Argentina di Roma per Romaeuropa. Sono trentaquattro anni che questa pièce abbagliante e travolgente, capace di tradurre con visionarietà poderosa la poesia di Beckett, gira il mondo in lungo e largo, continuamente richiesto e applaudito da nuove generazioni di spettatori. Il che dovrebbe far riflettere sull’idea di formazione di un repertorio ‘della contemporaneità’ anche nella danza; fatto di cui si discute in Italia e fuori. May B. è infatti ormai un classico imprescindibile perché assoluto nella sua geniale forza teatrale e insieme specchio di un tempo teatrale preciso e di una poetica d’autore che si stava delineando, ma con una violenta forza espressiva che nasceva da un’impellenza interiore, nutrita dalla passione per la ‘parola’ beckettiana, per ciò che sottintendeva.

Non sappiamo se BiT – visto a VIE Festival – diventerà anch’esso un classico imprescindibile del repertorio. Forse no. Quello che è certo – e si sente- è che nasce anch’esso da un’impellenza forte, da una visione dell’esistenza e della realtà nitida, da un’idea (magari non condivisibile) sviluppata con indiscutibile coerenza sia drammaturgica che espressiva. Lo spunto iniziale si riferisce al ritmo, al battito (del cuore?) che cadenza l’esistenza umana, che – come dice un detto francese – “è un lungo fiume tranquillo”.

E così ecco che i sei strepitosi danzat(t)ori (con due t perché l’interpretazione, fatta di sguardi complici, sorrisi, perplessità è davvero da attori consumati) appaiono sulla scena, tra sei praticabili obliqui che definiscono lo spazio, inanellando gaudiosi una danza lieve e graziosa dall’inconfondibile tratto popolare. È un sirtaki, una sardana, chissà? Certo è che la carola nella quale i sei intrecciano braccia e gambe, passando tra gli scivoli e abilmente inerpicandosi su questi rimanda metaforicamente proprio allo scorrimento della vita. Una vita pura e di grazia, un’esistenza ‘di natura’, forse, a giudicare dai costumi: vestine svelte per le donne, camicie gilet cappelli rustici per gli uomini. Una danza di vita e di morte – secondo un escamotage ben usato nel teatro di danza anche da altri: sovviene Limòn che svolge la tragedia di Otello tra pavane e bourrée barocche. E infatti, anche, qui, improvvisamente, la catena si rompe, i danzatori si perdono tra le quinte, qualcuno cade dalle pedane, una donna vaga smarrita, un’altra guarda invitante un uomo; questo le si muove incontro, aprendosi frettoloso i pantaloni. La minaccia dietro l’apparente grazia di una danza cortese. La brutalità maschile dietro al gioco del corteggiamento. L’eterno dualismo maschile/femminile -forte/debole- che cadenza da sempre le nostre esistenze.

Ed è una costante del teatro di Maguy Marin, come lo è la visionarietà fiammeggiante e cupa, goyesca quasi, di certe sue immagini truculente fino alla trivialità. Qui la voragine si apre su figure di frati dai volti zombeschi, che violentano una creatura con gesti espliciti; su piogge di monete in cui nuotano lussuriosi, su un erotismo mortifero di corpi abbandonati in un gruppo di carni e veli, che scivolano nella voragine come i dannati danteschi ritratti da Doré. Rimanda davvero alla bolgia infernale il quadro cupo, barocco dove l’efferatezza umana porta alla corruzione dello spirito, alla violenza ferina, alla morte mentre le Parche tessono i destini degli umani.

Ma poi la vita torna a scorrere tranquilla, si ritorna a danzare la carola – in abiti lamè e smoking che fanno pensare ai borghesi di Buñuel – e con tacco dodici si continua a salire e scendere da quei praticabili impervi e perigliosi, mentre il ritmo della musica (di Charlie Aubry) aumenta inesorabile. Lo sguardo di complicità è lo stesso, stesso lo zelo con cui si aiuta il compagno nell’inerpicarsi fin lassù con eleganza e savoir faire, come si deve. Tutto va bene madama la marchesa, in fondo, no? No, ci dice Maguy, facendo cadere uno per uno i suoi danzatori nel vuoto assoluto del mistero e del buio al di là della parete. E allora improvvisamente viene il sospetto di avere assistito ad una dolorosa, potente e inesorabile Totentanz.

Visto a Bologna, Arena del Sole per VIE Festival. Foto di apertura di Christian Ganet

BiT
ideazione e coreografia Maguy Marin
in stretta collaborazione con Ulises Alvarez, Kais Chouibi,Laura Frigato, Daphné Koutsafti, Mayalen  Otondo, Cathy Polo, Ennio Sanmarco
ideazione musica Charlie Aubry