Poco pathos nella danza di Sang Jijia


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Fabbrica Europa 2015 si è aperta con la prima mondiale di Pa/Ethos del cinese di origine tibetana Sang Jijia, che non convince nonostante i bravi interpreti – Silvia Poletti

Da un po’ di tempo, anche in Italia, si è appuntata l’attenzione sul coreografo Sang Jijia. Nato da una famiglia di etnia tibetana in una parte rurale della Cina, ha studiato a Pechino diventando ben presto un apprezzato danzatore prima in danze folk poi nel ‘contemporaneo’, così da entrare a far parte della prima formazione professionale di danza moderna del paese, la Guangdong Dance Company.

Poi, grazie al prestigioso Rolex Mentor Protegée Project  è stato preso sotto l’ala da William Forsythe che lo ha seguito come danzatore e coreografo in divenire e da lì è iniziata la sua fortuna artistica tra Oriente e Occidente. Una storia la sua, insomma, intrigante, costellata di variegati elementi di interesse – dall’estrazione culturale ai padrini nobili- che gli ha consentito una certa popolarità, grazie anche all’attuale attenzione per le cosiddette danze meticciate. A differenza di altri prestigiosi rappresentanti di questo affascinante trend coreografico (per rimanere in ambito cinese, Shen Wei ) sfortunatamente Sang Jijia non sembra però dotato di una particolare originalità creativa, né nell’impostazione drammaturgica né estetica né tanto meno coreografica. Così un’operazione produttiva come Pa/Ethos che  ha inaugurato Fabbrica Europa 2015 e che ha coinvolto in prima battuta ben tre realtà italiane- lo stesso festival toscano, la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, la romana Spellbound Contemporary Ballet (e ancora Marche Teatro/Danza alla Muse oltre al Guangdong Dance Festival e il Festival di Danza di Pechino) – resta di fatto un’occasione mancata.

Diviso in due parti lo spettacolo (che si avvale dell’importante gioco luce dei Santasangre e delle musiche techno roboanti e monocordi di Dickson Dee) ha infatti un unico registro sia coreografico che linguistico. Salvo il trucco dei danzatori – i ballerini di Spellbound sono imbiancati, quelli della Grassi ‘nature’- al di là delle intenzioni di distinguerne i temi svolti (le regole della vita sociale v/s la vita emozionale) , , Pa/Ethos ha (si passi il gioco di parole) davvero poco pathos e le due parti non si differenziano sostanzialmente a livello coreografico: dinamica sostenuta, senza soluzione di continuità, intrecci atletici di prese, sollevamenti, arpionamenti di braccia e gambe, policentrismi del corpo con spostamenti continui nello spazio e nel baricentro corporeo, energia a mille. Gli occhi si riempiono di ghirigori fisici, che ben presto portano all’effetto saturazione, senza che mai si accenda veramente la lampadina dell’interesse: davanti a noi niente di nuovo sotto il sole, ma una declinazione di dinamiche, priva di ‘carattere’ e di riconoscibilità autoriale-  un’esercitazione scolastica, verrebbe da dire, assimilabile a quella di molti coreografi europei (anche italiani) su piazza.

Se per gli allievi del corso di TeatroDanza della Grassi può comunque essere utile il confronto con un coreografo che li impegna molto sul piano tecnico della danza/danza (e i ragazzi se la cavano meglio delle ragazze), spiace vedere gli ottimi ballerini di Spellbound cimentarsi con un genere che poco si discosta, in fondo, da quello generalmente praticato. Nell’evidente volontà di diversificare il proprio repertorio e ampliarlo mostrando la versatilità degli interpreti, Spellbound avrebbe meritato di presentarsi con un altro progetto alla platea del festival; qualcosa magari più radicale, ma davvero significativo – sulla scena e non, soltanto, sulla carta.

Visto al Teatro Era, Pontedera, 8 maggio 2015. la foto in apertura è di Michele Leccese