Natura morta con attori


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Visto a “Tramedautore”, la rassegna di teatro contemporaneo che si svolge a Milano, il testo “Natura morta con attori” di Fabrizio Sinisi è una sfida sia per gli interpreti Alessandro Averone e Federica Sandrini che per il regista Alessandro MachìaMaria Grazia Gregori


A Tramedautore, rassegna di teatro contemporaneo che quest’anno – ancora una volta al Piccolo Teatro Grassi –, ha dedicato una finestra al teatro norvegese e uno sguardo alla nuova drammaturgia italiana con una buona partecipazione di pubblico ma con risultati diseguali, il ventinovenne Fabrizio Sinisi, drammaturgo della compagnia Lombardi -Tiezzi e autore di un certo interesse, ha presentato un suo testo Natura morta con attori scritto sei anni fa, ma mai rappresentato. Un testo – per così dire – massimalista come si è spesso a quell’età, tutto giocato sulla contrapposizione fra male e bene (tema da sempre al centro della sua scrittura) dove la salvazione o la dannazione dell’individuo giungono attraverso un cammino da compiere assai accidentato. L’idea che mi sembra sostenga questo lavoro (che verrà presentato anche al Lac di Lugano e all’interno del circuito pugliese), è che tutto è doppio: la nostra natura, il modo di essere, le azioni che si compiono, che chi le vive osserva come se fossero al di fuori di sé, sdoppiate tanto da richiedere una grande fatica per essere comprese e penetrate. Un gioco d’attori che poi gioco non è, con tutte le difficoltà che comporta imparare una parte, farla propria, in qualche modo viverla, pur cercando di rimanere, fino in fondo, se stessi.

L’inizio e la fine dello spettacolo dopo l’ascolto delle meravigliosa voce roca di Tom Waits sono minacciosi: la radio dà notizia delle ricerche fino a quel momento infruttuose del cosiddetto killer dei poeti che ha seminato la morte in luoghi diversi, fino all’ultimo delitto, la morte di un poeta dagli occhi che ti frugano dentro, dalle parti dell’Idroscalo di Milano, straziato da una serie violenta di colpi, che lo hanno finito. Intanto in una semplice stanza un giovane uomo si interroga sulla difficoltà di dover essere qualcosa, di dovere in qualche modo sostenere una parte per fare di se stesso un personaggio. In quella stanza arriva una ragazza da lui chiamata che si annuncia dicendoci di essere diventata una prostituta perché così conosce meglio gli uomini e che essere quello che è le ha fatto capire che ogni uomo (inteso come umanità) è sempre qualcuno che mente. Un incontro dove il sesso non ha una grande importanza, ma piuttosto provocato – dice l’uomo –  dal bisogno di non sentirsi solo.

I due protagonisti che si scoprono a poco a poco, però, si rivelano non essere degli sconosciuti. Dal passato riemerge un incontro da cui tutto sembra essere partito: a Venezia nel giorno di una violenta manifestazione alla quale lui ha partecipato per sentirsi qualcuno in mezzo alla folla pensando forse di trovare la propria identità in un gesto (il pugno chiuso?) che lo rendeva simile agli altri, improvvisamente vede una ragazza che, seduta per terra, legge un libro che quasi nasconde. Solo dopo si scoprirà che quel libro è la Bibbia e la ragazza con paura si lascerà trascinare via dalla manifestazione ma verrà calpestata dalla folla e ferita. L’impressione è che né lui né lei abbiano trovato il tanto agognato senso della propria esistenza in quel violento fluire che ci verrà però rivelato in un teso colloquio nel quale lui racconterà a lei, fin nei minimi particolari, quel delitto all’Idroscalo (che ci ricorda quello di Pasolini) e lei lo spinge a dire, a rivelare chi è davvero, senza finzione. Del resto c’è quel sangue rivelatore che spunta da sotto la camicia di lui… Un sangue che è più rosso del rosso, come è il sangue dei poeti. È lui il killer ricercato, che fra pentimento e paura accanto alla ragazza sta nell’attesa di qualcosa che dovrà avvenire.

Testo non facile, tutto centrato nella lotta fra le forze positive e negative che governano i comportamenti dell’uomo, Natura morta con attori non ha il respiro del posteriore La grande passeggiata né di Jekyll, giunto finalista al premio Pier Vittorio Tondelli per autori under 30 a Riccione, ma sicuramente per via di una prosa che sconfina spesso e volentieri nella poesia, di una parola innamorata di se stessa, è una sfida sia per gli interpreti  Alessandro Averone e Federica Sandrini (nella foto) sia per il regista Alessandro Machìa.