La cometa

La cometa


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A quasi trent’anni dalla scomparsa di Tadeusz Kantor, due attori fra i più importanti del leggendario Cricot 2 erano di passaggio in Italia per presentare un lavoro concepito nel solco del maestro polaccoRenato Palazzi


È stato piuttosto struggente, per gli appassionati del teatro di Kantor, il ritorno a Milano – a quasi trent’anni dalla morte del loro maestro – di due degli attori più importanti della sua compagnia, Andrzej e Teresa Welmiński, lui l’inflessibile insegnante della Classe morta, l’Ulisse ritornato dal passato di Qui non ci torno più, l’Autoritratto dello stesso Kantor in Oggi è il mio compleanno, lei il seducente Angelo della Morte di Crepino gli artisti, che sfilava in guepière e calze nere sulla groppa di un sinistro cavallo-scheletro. Adesso sono nonni, e il nipotino recita con loro in questo lavoro, La cometa, presentato per poche sere al Teatro Franco Parenti. Altri componenti del leggendario Cricot 2 nel frattempo sono morti, o si sono ritirati dalla scena.

La cometa non è uno spettacolo in senso stretto, è una sorta di spettacolo-laboratorio in cui, nei vari luoghi dove viene ripetuto, accanto ad attori polacchi entrano alcuni giovani allievi reclutati sul posto, istruiti in questo caso, oltre che dai Welmiński, da un’attrice italiana, Laura Pasetti. Ma un workshop kantoriano non è mai un’iniziativa meramente didattica, è anche la testimonianza di una memoria creativa, la trasmissione di un sapere. Kantor, come si sa, non ha lasciato eredi veri e propri, non ha messo a punto una tecnica che si possa direttamente insegnare: ciò che resta di lui sono delle tracce di un suo personalissimo immaginario pittorico, di un irripetibile impasto visivo e sonoro fatto di attori in carne e ossa, di objet trouvé, di manichini, di richiami ad autori intensamente amati anche se citati solo da lontano.

Bruno Schulz, pittore come lui, scrittore di straordinaria temperatura inventiva, autore della meravigliosa raccolta di racconti intitolata Le botteghe color cannella, morto tragicamente durante l’occupazione nazista della Polonia, è stato certo fra le principali fonti di ispirazione di Kantor. Fedele al suo principio di non rappresentare dei testi, ma di assimilarne vagamente situazioni ed atmosfere in un procedimento totalmente autonomo, lui non ha mai portato direttamente alla ribalta delle opere di Schulz. Ma quelle pagine dalla scrittura febbrilmente surreale, e specialmente i capitoli del visionario Trattato dei manichini, hanno inciso profondamente sulla sensibilità e sul pensiero di Kantor.

Giustamente e opportunamente, dunque, i Welmiński, nel segno del maestro, si guardano bene dal provare a metter mano a un adattamento teatrale dei testi di Schulz, ma ne reinterpretano alla loro maniera certi echi, certe deliranti fantasie, certe risonanze metafisiche: lo spazio scenico de La cometa, dal titolo di un altro racconto dello scrittore galiziano, è dunque scandito dalle sagome appena abbozzate di casette in miniatura, richiami alle geografie metamorfiche della natia cittadina di Drohobycz, che è il teatro costante dei suoi fibrillanti squarci onirici.

Su questo sfondo i caratteristici omini kantoriani coi cappottoni neri e i cappelli neri calcati sulla testa, e figure femminili dalle membra più esposte, ballerine da carillon, servette, oltre a un bellissimo manichino di cera, evocano allusivamente eventi e abitanti dell’inquieto paesaggio mentale di Schulz, il padrone del cinema Urania con l’insegna luminosa del locale che gli spunta dalla schiena, gli enigmatici e ribollenti esperimenti chimici del folle padre protagonista di queste storie, l’affollato e pullulante volo degli uccelli che costui alleva aspirando a trasformarsi in uno di essi – volatili di legno e piume montati su lunghe pertiche – la notizia «improbabile eppur vera» di un Giudizio Universale prossimo a verificarsi…

Realizzata, inevitabilmente, nella scia di un gloriosissimo imprinting, La cometa non è ovviamente, e non può essere, La classe morta o Wielopole Wielopole: è una sorta di piccolo esercizio di stile, quasi una dimostrazione di lavoro. Inutile cercarvi delle trame dotate di precisi significati: il suo pregio principale consiste proprio nella leggerezza, nella sottile trasparenza di una materia affrontata unicamente per accenni, dove tutte le folgorazioni narrative si accendono solo per un attimo e poi si trasformano immediatamente in altro, secondo una modalità compositiva tipicamente schulziana.

Anche la presenza di Kantor, che si avverte ad ogni istante, è tuttavia suggerita con estrema discrezione: l’intonazione di fondo, la cifra figurativa, la fisionomia dei personaggi rimandano fatalmente lì, ma si tratta di sottili risonanze, di un atteggiamento complessivo più che di uno specifico tratto estetico, una lezione assimilata in profondità ma poi metabolizzata e trasposta in altra forma. Un atto d’amore, comunque, e l’espressione di un impegno duraturo a tener vivo il ricordo di un’impareggiabile esperienza, senza tentare di imitarla o di sottrarla al contesto del suo tempo.

Visto a Milano, al Teatro Franco Parenti

La cometa
ispirato alla vita e all’opera di Bruno Schulz
di Teresa e Andrzej Wełminski
con: Monica Barrio, Nick Halliwell, Andzik Kowalczyk, Julia Nicolau, Laura Pasetti, Lawrence Stanley, Szymon Tarawneh, Kasia Welminska, Teresa Wełminska, Andrzej Wełminski, Adam Wójtowicz, Tytus Zajaczkowski
direzione tecnica Manuel Frenda