Elektra

Elettrizzante Elektra alla Scala di Milano

Consacrata al ricordo del regista Patrice Chéreau, scomparso di recente, l’Elektra andata in scena alla Scala è stata uno degli eventi memorabili dell’intera stagione. Il pubblico ha osannato l’intero cast canoro con continue chiamate e ovazioni. Ma il top dei consensi è adato al direttore  Esa-Pekka SalonenDavide Annachini

Dedicata al ricordo di Patrice Chéreau, l’indimenticabile regista francese scomparso l’ottobre scorso, Elektra di Richard Strauss si è imposta come uno degli eventi della stagione scaligera. Dal Festival di Aix-en-Provence – dov’era stata presentata l’ultima estate quale prima tappa di una coproduzione prestigiosa tra i due teatri e quelli di New York, Helsinki, Berlino e Barcellona – questa edizione è arrivata a Milano più o meno identica nel cast, restando quindi quanto più fedele allo spettacolo originario creato dall’autore.

Un’Elektra, quella di Chéreau, che è sembrata percorrere strade diverse dalla tradizionale lettura espressionista, decadente e sanguinaria, nell’anteporre un’introspezione psicologica dei personaggi e delle loro relazioni, a partire dall’aspetto di figlia ribelle assegnato a Elektra – personaggio emarginato per la sua stessa natura “diversa” prima ancora che per la sua sete vendicatrice – per arrivare a Klytämnestra, donna dilaniata dal rimorso per l’uxoricidio di Agamennon e per l’incapacità di farsi amare dalla figlia. Il sangue più che scorrere era evocato dal continuo spazzare delle ancelle, che nel cercare di mondare la reggia da quello del loro sovrano sembravano anticipare il nuovo, che sarebbe stato versato di lì a poco con l’arrivo del figlio/fratello vendicatore Orest. E mentre questi, in incogniti abiti borghesi (come d’altronde tutti gli altri personaggi, ripuliti da fogge arcaiche o dalle pesanti decorazioni Jugendstil di tradizione), sembrava un killer venuto ad onorare il suo mandato, Elektra conservava il carattere invasato di menade, che nella danza macabra del finale non la vedeva stramazzare a terra ma morire seduta, impietrita dal peso del suo dolore e della sua gioia incontenibile, come un’ermetica statua greca.

Le scene del fedele collega di una vita, Richard Peduzzi, quasi evocavano la purezza essenziale delle linee architettoniche di un Appia o di un Craig, su cui i costumi di Caroline De Vivaise e le luci di Dominique Bruguière sembravano quasi non volersi imporre, nel lasciare alla musica tutta la sua debordante invadenza.

E proprio nell’esecuzione musicale si è trovata l’altra carta vincente di questa Elektra, grazie alla superlativa direzione di Esa-Pekka Salonen e ad un cast forse al momento inarrivabile. Il maestro finlandese ha condotto la narrazione con una tensione sempre mantenuta sul filo del rasoio, senza imboccare da subito le tinte più crude e iperboliche ma abbandonandosi nel finale ad un’esplosione sonora di imponente drammaticità, in cui l’Orchestra della Scala ha raggiunto vertici sonori difficili da ritrovare in un altro organico italiano. La ricchezza timbrica, la nitidezza esecutiva, l’eleganza e la misura dell’interpretazione sono state l’ideale risposta alla cifra registica e hanno raggiunto con gli interpreti principali una meravigliosa fusione.

Splendida Elektra è stata Evelyn Herlitzius, per la tenuta vocale di una parte massacrante come questa, in cui la penetrazione e la generosità del canto si sono sposati a una resa espressiva appassionata e alla fine travolgente, in cui l’aspetto umano del personaggio ha preso il posto di quello epico. La stessa Klytämnestra di Waltraud Meyer è apparsa figura slegata dalla prevedibile icona espressionista, quasi caricaturale nella sua perversità, nello scoprire il versante fragile di una donna ossessionata e schiacciata dal suo passato come dalla paura dell’imminente tragedia. Forse solo un po’ affievolita nel canto, la Meyer è stata come sempre interprete straordinaria, nel definire il suo personaggio tutto dall’interno, attraverso una recitazione tanto essenziale quanto soggiogante. Di suggestiva tensione lirica, sostenuta da un canto luminoso e intenso, si è segnalata la Chrysothemis di Adrianne Pieczonka, mentre imponente per voce e presenza scenica è stato l’Orest di René Pape, indimenticabile per quel misto di austerità, amarezza, tenerezza e determinazione vendicativa con cui è riuscito a cogliere nel profondo il suo ruolo. Bene tutti gli altri, a cominciare dall’isterico Aegisth di Thomas Randle per arrivare alla schiera delle ancelle, ognuna perfettamente in parte.

Il pubblico, elettrizzato, è scoppiato in un boato di applausi, con continue chiamate e ovazioni per gli interpreti e in particolare Salonen.

Visto al Teatro alla Scala di Milano, il 24 maggio 2014. Prossime repliche il 3, 6 e 10 giugno 2014. Fotografie di  Marco Brescia & Rudy Amisano

 Foto dello spettacolo – Videotrailer – Libretto di Elektra (pdf)

Elektra
Tragedia in un atto di Richard Strauss
Libretto di Hugo von Hofmannsthal

Klytämnestra Waltraud Meyer
Elektra Evelyn Herlitzius
Chrysothemis Adrianne Pieczonka
Orest René Pape
Aegisth Thomas Randle

direttore Esa-Pekka Salonen
regia Patrice Chéreau (ripresa da Vincent Huguet)
scene Richard Peduzzi
costumi Caroline De Vivaise
luci Dominique Bruguière

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano