Damrau e Grigolo mattatori di una trascinante Lucia alla Scala

Al Teatro alla Scala la ripresa della Lucia di Lammermoor si conferma un successo, anzi un’edizione coi fiocchi, merito di un cast eccellente capeggiato dalla grande Damrau Davide Annachini

Lucia di Lammermoor è sempre opera di grande presa sul pubblico: lo è per la bellezza della musica di Donizetti, tra le più romantiche del melodramma italiano, lo è per il banco di prova che costituisce per i due protagonisti, impegnati al massimo sia sotto il profilo vocale che espressivo.

Alla  Scala di Milano c’erano le premesse per un’edizione di Lucia di tutto rispetto, ma a conti fatti si è trattato di qualcosa di più, di un’edizione cioè coi fiocchi, almeno per i tempi correnti.

Una messinscena collaudata, proveniente dal Metropolitan di New York e già vista alla Scala, trasportava l’ambientazione di tre secoli verso la fine dell’Ottocento, rispettando l’atmosfera romantica del soggetto ispirato a Walter Scott ma enfatizzando così la pressione psicologica di un’inesorabile società borghese.

Per il resto la regia di Mary Zimmermann non ha puntato a riletture originalissime, che spesso e volentieri rischiano di degenerare in arbitrari velleitarismi, ma al tempo stesso ha delineato una Lucia meno passiva nei confronti dell’autoritario fratello Enrico, per quanto destinata a soccombere alle sue trame di riscatto sociale e al presunto tradimento dell’amato Edgardo. Non sono mancate le brumose atmosfere scozzesi, con tanto di nevicata sul famoso duetto d’amore, castelli tenebrosi e fantasmi notturni, come quello della donna uccisa e sepolta nella fontana e poi quello della stessa Lucia, pronta a raccogliere l’ultimo respiro di Edgardo suicida. Tutto nella tradizione delle scene di Daniel Ostling e dei costumi di Mara Blumenfeld, ma sempre nell’ambito di uno spettacolo molto professionale e rispettoso della musica.

E la musica è stata giustamente protagonista di questa edizione, condotta in porto dalla direzione sensibile e di ottimo respiro lirico di uno specialista di quest’opera come Stefano Ranzani, che ha diretto gli eccellenti complessi scaligeri con grande misura e tenuta drammaturgica, senza mai forzare il segno stilistico e sostenendo perfettamente il canto.

Sotto questo aspetto il cast vantava una compagnia tra le migliori oggi reperibili a livello internazionale, dominata da una star come Diana Damrau e da un tenore gettonatissimo quale Vittorio Grigolo, autentici mattatori di un’esecuzione che vantava comunque l’eccellente Enrico di Gabriele Viviani – baritono di bella voce e di elegante linea vocale -, il Raimondo nobilissimo di Alexander Tsymbalyuk, l’incisivo Arturo di Juan José de Leon e gli ottimi Chiara Isotton (Alisa) e Edoardo Milletti (Normanno), entrambi reclutati dall’ Accademia di canto scaaligera.

La Damrau ha affrontato uno dei ruoli di riferimento per ogni soprano lirico-leggero mettendo a servizio dell’interpretazione l’esecuzione vocale, che, al di là di qualche sovracuto non più raggiante e facile come prima, ha brillato per la padronanza dell’emissione, per la varietà dei colori, per la fluidità della coloratura. La sua visione del personaggio è stata meno contemplativa del solito tanto da renderne più evidente il progressivo crollo psicologico, che com’è noto degenererà nella celebre pazzia, qui trasportata (grazie anche all’utilizzo della glassarmonica, l’originale strumento a bicchieri scelto da Donizetti) in un’atmosfera di autentica allucinazione, sospesa e al tempo stesso spettrale, sognante e al tempo stesso tragica. Solo una gestualità fin troppo sottolineata e qualche manierismo vocale di troppo possono essere sembrati censurabili in un’interpretazione di alto professionismo, condotta dall’inizio alla fine con grande coerenza e partecipazione, e giustamente applauditissima dal pubblico.

Da parte sua Grigolo – che per il battage pubblicitario potrebbe sembrare un ennesimo prodotto dello starsystem – si è invece confermato tenore di rara vocalità, per il timbro brunito e perfettamente omogeneo in tutta l’estensione, per l’ampiezza vocale, per la sicurezza dell’emissione, quanto interprete di raro impatto istrionico, per lo slancio appassionato e per una generosità che non può lasciare indifferenti. L’impeto con cui ha scagliato la sua maledizione nella scena delle nozze è risultato assolutamente trascinante, anche perché mai disgiunto da un attento controllo del canto. Se si aggiungono la figura prestante e l’atletismo scenico non si può non perdonargli qualche scivolata nel tipico languore “anema e core” e il portamento un po’ guascone, che non hanno tolto comunque al suo Edgardo una comunicativa di grande presa sugli spettatori.

Di conseguenza l’esuberanza sua e della Damrau nel modo di ringraziare agli applausi finali potrà aver fatto storcere il naso ai benpensanti della platea scaligera, ma non ha condizionato minimamente il successo calorosissimo nei confronti dei due protagonisti e di tutti gli esecutori, in un clima di autentica festa corale.

Visto il 31 maggio, Teatro alla Scala di Milano. Prossime repliche: 3, 5,8, 11 giugno 2015 informazioni quiFoto cortesia Teatro alla Scala copy Marco Brescia /Rudy Amisano

LUCIA DI LAMMERMOOR
Dramma tragico in tre atti
Libretto di Salvatore Cammarano
Musica di Gaetano Donizetti

Miss Lucia Diana Damrau
Sir Edgardo di Ravenswood Vittorio Grigolo
Lord Enrico Ashton Gabriele Viviani

Raimondo Bidebent Alexander Tsymbalyuk
Lord Arturo Bucklaw Juan José de Leon
Alisa Chiara Isotton
Normanno Edoardo Milletti

Direttore Stefano Ranzani
Regia Mary Zimmermann
Scene Daniel Ostling
Costumi Mara Blumenfeld
Luci T.J. Gerckens
Coreografie Daniel Pelzig

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala di Milano