Turandot senza favola per il centenario pucciniano alla Scala

Edizione dell’ultima opera di Puccini dalle grandi aspettative, che alla Scala hanno trovato conferma soprattutto nel cast vocale, dominato dalla sontuosa Turandot di Anna Netrebko.  Davide Annachini

La Turandot in scena al Teatro alla Scala di Milano nasceva come un’edizione dalle grandi attese e non a caso si è assicurata il sold out a tutte le recite. Nuovo allestimento, grande protagonista, tutto in linea per commemorare il centenario pucciniano nel migliore dei modi, tanto più con l’ultima opera del Maestro che proprio alla Scala quasi un secolo fa rappresentò il suo testamento artistico.

Nonostante il successo generale si trattava comunque di uno spettacolo divisivo, non tanto per provocazioni o riletture sconvolgenti quanto per le scelte stilistiche, che alla fine potevano sollevare perplessità su quella parte di pubblico di lunga militanza teatrale, sicuramente più smaliziato. Trasportata in una Cina moderna, fatta di lugubri bassifondi, di bordelli malfamati e di un popolo crudele, assetato di sangue e di delitti, la Turandot firmata da Davide Livermore chiariva da subito che di favola non si trattava, per il fatto di contrapporre una rivisitazione in chiave cinica, realistica e – al solito – ispirata più al cinema che al teatro. L’idea poteva essere interessante se poi il gusto per un insaziabile horror vacui, per l’invadenza delle proiezioni, per la scelta marcatissima del rosso e del nero non avesse riportato il tutto a una cifra più pesante che cruda, più debordante che risolutiva, tipica di tanti altri spettacoli di Livermore visti negli ultimi anni. A questo andavano ad aggiungersi anche alcune trovate fini a se stesse quanto gratuite, come il nudo esibito del Principe di Persia (un déjà vu di regie pluriventennali firmate De Ana, Pizzi e ovviamente Bieito, che qui sembrava veramente occhieggiare a un residuo voyeurismo binocolare), come lo stucchevole bambino che correva in soccorso del povero Calaf suggerendogli il nome di Turandot come soluzione dell’ultimo enigma, come l’invasione di candeline distribuite tra il pubblico per commemorare la scomparsa di Puccini al momento della morte di Liù, che al contrario riuscivano ad evocare gli storici “mocoleti” areniani, per non dire quelli di una famosa pubblicità della Coca Cola. Il tutto in linea con le scene affastellate firmate da Eleonora Peronetti, Paolo Gep Cucco e dallo stesso Livermore, con i costumi votati all’eccesso da sfiorare talvolta la pacchianeria di Mariana Fracasso, con le luci di Antonio Castro e con i video immancabili di D-Wok.

Ma in linea a questa scelta visiva è sembrata adeguarsi anche la direzione di Michele Gamba, che rispetto all’eleganza della sua Medée scaligera qui ha siglato una Turandot fortemente drammatica, molto aspra e poco lirica, più esplosiva che intima, ottenendo una risposta eccellente dall’orchestra e dal coro preparato da Alberto Malazzi ma sempre a pedale fortemente pigiato.

Per fronteggiare una confezione così invadente serviva un cast con i controfiocchi, che qui fortunatamente c’era, a partire dalla grande Anna Netrebko, sulla quale non solo i binocoli ma anche i microscopi erano puntati. E, se analizzata davvero al microscopio, qualche piccola ruga in questa voce onnipotente è venuta allo scoperto, soprattutto nella terribile aria di sortita, come un sensibile vibrato mai avvertito prima, come qualche nota forse non perfettamente centrata, come una sensazione di “spinta” inesistente nella sua Turandot di un paio di anni fa all’Arena di Verona, dove aveva sbalordito la nonchalance con cui erano stati superati con grande morbidezza anche i passaggi più ardui. Per il resto, però, si è trattata di una prestazione eccezionale, per la capacità di questa voce di invadere la sala del teatro con una densità di colore e di suono, intensi e dolcissimi, dominando anche nei fortissimi coro e orchestra e al tempo stesso riuscendo a siglare con pianissimi ineffabili i risvolti inaspettatamente umani del personaggio. Un’interpretazione fondamentalmente vocale, abbinata comunque a una presenza scenica di rilievo, alla quale ha dato perfetta risposta Yusif Eyvazov, suo compagno ormai solo sulla scena, che ha confermato a dispetto di un timbro ingrato, gutturale e disomogeneo, una sensibilità di fraseggio, una chiarezza di dizione (all’opposto di quella impastata della Netrebko) e una prestanza vocale – con do acuti sicurissimi e addirittura ribattuti nel fatidico “Ti voglio tutta ardente d’amor” – davvero ammirevoli. Rosa Feola è stata una Liù impeccabile sotto il profilo vocale e insolitamente di carattere sotto quello espressivo, nell’interpretazione di una schiava tutt’altro che passiva e di una donna padrona del suo destino, Vitalij Kowaljow ha delineato un Timur autorevole e austero, il veterano Raul Giménez un Altoum efficace anche se spogliato dalla regia dei panni imperiali a favore di quelli di un confidenziale santone da strada, Sung-Hwan Damien Park, Chuan Wang, Jinxu Xiahou hanno validamente rappresentato un terzetto delle maschere in chiave rigorosamente orientale e in versione da bordello gay nella loro scena del secondo atto, mentre Adriano Gramigni (Mandarino), Silvia Spruzzola e Vittoria Vimercati (le due ancelle), Haiyang Guo (Principe di Persia) completavano il cast.

Grande accoglienza, come si è detto, per tutta la componente musicale.

Visto il 4 luglio al Teatro alla Scala di Milano

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