Médée arriva alla Scala ma non è più la Medea di sempre

Torna sulle scene della Scala, che videro trionfare la Callas in uno dei suoi ruoli fétiche,  la Médée di Cherubini, per la prima volta nella versione originale francese e per la regia in chiave borghese di Damiano Michieletto. (foto Brescia e Amisano – Teatro alla Scala). Davide Annachini

La Médée di Luigi Cherubini è tornata al Teatro alla Scala dopo più di sessant’anni nella versione originale del 1797, in francese e senza i tradizionali recitativi musicati da Franz Lachner nel 1855, con cui il melodramma – prima in lingua tedesca, poi italiana, poi nuovamente francese – godette di una certa fama, se non proprio di popolarità, grazie per lo più alla primadonna di turno. Se alla Scala Ester Mazzoleni – sontuoso soprano drammatico dei primi del Novecento – non riuscì a riabilitare l’opera nella prima edizione italiana del 1909, ci pensò bene Maria Callas nel 1953 ad imporla, presentandola, dopo il debutto al Maggio Musicale Fiorentino, proprio a Milano e poi in tutto il mondo come uno suoi cavalli di battaglia più celebri, sino all’ultima recita con cui avrebbe dato il suo addio anche alla Scala. Forse per questo il teatro milanese ha aspettato tanto a riproporla, per non rispolverare memorie incomparabili, e giustamente l’ha fatto in una soluzione del tutto diversa da quella abitualmente conosciuta.

Nata per il Théâtre Feydeau di Parigi, che imponeva lo stile dell’opéra-comique (un’opera cioè dai pezzi musicali alternati alla recitazione), Médée si propone come un lavoro ben diverso dall’edizione tradizionale, rispetto alla quale può sembrare quasi una selezione della partitura, in cui la drammaturgia viene risolta con dialoghi recitati scritti per l’occasione. Di primo impatto vengono a mancare alcuni momenti teatralmente strategici come l’ingresso cupo e minaccioso di Medea, certe sue frasi taglienti e straziate, dolenti e disumane, che fanno da collante alla musica di Cherubini e che restituiscono il personaggio mitico e satanico della grande creatura euripidea. La musica resta bellissima, toccante e drammatica, ma l’impatto sembra essere quello di un’opera che guarda più al Settecento che all’Ottocento, più al Neoclassicismo che al Romanticismo.

Per questa proposta la Scala ha pianificato una rilettura radicale di Médée, vuoi sotto il profilo musicale, con un’esecuzione meno sinfonica e più asciutta nel risalto strumentale, vuoi soprattutto nello sviluppo drammaturgico, affidato per la stesura dei dialoghi al versatile giovane autore Mattia Palma, sensibilissimo artefice di una storia psicologicamente vissuta dalla parte dei figli di Médée e Jason, vittime innocenti della separazione dei genitori, dell’adozione forzata nella casa di Créon, della sgradita nuova compagna del padre Dircé e infine della vendetta della madre, che li immolerà quali figli dell’amante traditore.

Ovviamente la drammaturgia di Palma – restituita dalla voce registrata di due bambini – seguiva l’idea di Damiano Michieletto di trasformare la vicenda epica in un dramma borghese, all’interno di un elegante appartamento (scene asettiche di Paolo Fantin), siglato da costumi moderni a tinte pastello (di Carla Teti) e da luci fredde e cupe (di Alessandro Carletti). Quindi niente mito, niente magia (a parte l’improvvisa cascata di pietre carbonizzate, foriera del tragico finale), niente sangue, visto che Médée – ridotta allo sciatto degrado di un’imbarazzante barbona – sceglie al posto del pugnale uno sciroppo velenoso, somministrato ai poveri bambini insieme al bacio della buonanotte con la freddezza di una novella signora Goebbels. Regia condotta con coerenza e con un ottimo lavoro sulla recitazione, quella di Michieletto, che puntava a creare un tessuto connettivo tra i superbi pezzi musicali, trovando un suo perché ma imponendo innegabilmente una storia a sé, ben distante dalla Medea che sino adesso abbiamo conosciuto e amato.

In questa coerenza si inseriva anche la lettura di Michele Gamba, dalla direzione scandita, calibrata, progressivamente incalzante, sobria nel concedersi al sentimento e molto più interessata alla tenuta dell’insieme, con grande risalto strumentale – in particolare dei timpani, al di là degli accompagnamenti solistici del flauto e del fagotto alle meravigliose arie rispettivamente di Dircé e Néris – e con grande luminosità nelle pagine corali, ottimamente risolte dall’orchestra e dal coro scaligeri, quest’ultimo preparato da Alberto Malazzi.

Sul cast è gravata l’improvvisa malattia di Marina Rebeka, che dopo una prima osannatissima, in cui ha vinto la grande scommessa di riuscire a non scomodare il fantasma della Callas e di portare in fondo una recita senza intervallo tra i due ultimi atti, vocalmente sfiancanti, ha dovuto cedere il passo a due colleghe chiamate in emergenza, quasi non fosse stato previsto un cover dal teatro. All’ultima replica Claire De Monteil ha sostenuto la parte tremenda, di soprano drammatico dal registro grave fortemente impegnato, con voce squisitamente lirica, rotonda e luminosa, forse senza particolari contrasti coloristici e fraseggi memorabili ma con un’encomiabile tenuta del ruolo, che le è stata calorosamente riconosciuta dal pubblico. Ma di salvataggio si è trattato e non di interpretazione, per un personaggio in cui anche dive famose sono inciampate (Gencer, Caballé, Rysanek, Deutekom, tanto per fare solo alcuni nomi), ad eccezione per mia memoria di una superba Verrett e di una sanguigna Antonacci, grazie anche alla complicità di registi illuminanti come Liliana Cavani e Hugo de Ana.

Per il resto la compagnia risultava perfettamente intonata alla versione francese, grazie all’ottimo Jason di Stanislas de Barbeyrac, tenore appassionato e vocalmente vibrante, al nobile Créon di Nahuel Di Pierro, alla raffinata Dircé di Martina Russomanno, alla Néris elegante per quanto timbricamente sopranile di Ambroisine Bré, insieme alle due femmes delle brave Greta Doveri e Mara Gaudenzi e dei due bambini Thomas Nocerino e Elisa Dazio.

Successo molto caloroso per tutti, con applausi solo alla fine dell’opera.

 

Visto al Teatro alla Scala di Milano il 28 gennaio