La tragedia nuda dell’umanità spaurita di Dubois


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Visionario e provocatorio, Olivier Dubois ci mette in scena con le nostre fragilità e miserie. Una umanità nuda e spaurita che ricerca sé stessa Silvia Poletti

Studi accademici in lingue e civiltà orientali. E poi l’illuminazione: a 23 anni la passione per la danza; veloci studi e primi lavori con Sacha Waltz, Angelin Preljocaj, il Cirque du Soleil. Fino all’incontro con Jan Fabre, che “ha liberato l’artista che c’è in me, mi ha aiutato a crescere, a pensare alla grande…”. Talmente alla grande che oggi Olivier Dubois è considerato uno dei nomi di punta della danza contemporanea europea e gestisce (non senza affanni) un Centro Coreografico Nazionale, quello di Roubaix, già affidato alla Carlson.

In effetti il tratto forte della sua concezione – che punta a ridurre ai fattori primari le azioni squisitamente coreografiche – è quello di creare forti immagini teatrali figlie di una visionarietà imponente e audace, non scevra da qualche radicalismo impudentemente provocatorio, che il nostro sembra usare per scuotere violentemente la percezione del pubblico.

Celebre è la sua Revolution in cui diciassette danzatrici per oltre 45 minuti roteavano intorno a dei pali rigorosamente all’unisono (salvo impercettibili variazioni individuali) sulle prime sette battute del Bolero di Ravel e solo dopo, per un’altra ora, sviluppavano una più articolata costruzione dinamica. Altrettanto significativo della sua visione Tragédie che torna in Italia, al Valli di Reggio Emilia per Festival Aperto, dopo la prima di due anni fa al BolzanoDanza Festival.

In Tragédie infatti la modalità di composizione scelta è analoga a Revolution: i primi trenta minuti sono ossessivamente cadenzati da una inesorabile camminata fondo/proscenio dei diciotto interpreti variata appena, qua e là, da uno scarto di direzione, un’accelerazione, un rallentamento. Estenuante. E però ipnotico. Perché Dubois immerge il tutto in un’oscurità quasi assoluta (luci magnifiche di Patrick Riou) da cui si percepiscono, quasi in rilievo, delle figure che si muovono fantasmatiche su una pulsazione sonora che scandisce il ritmo. E si muovono completamente nude. Niente pruderie, niente malizia però, qui. Infatti a ben pensarci non avrebbero potuto presentarsi altrimenti, questi devoti interpreti di un’umanità primaria come i gesti che fanno.

Qui infatti Dubois vuole investigare i prodromi di una evoluzione: una visione resettata dell’umanità grado zero, vulnerabile nella sua fisicità imperfetta, imperscrutabile nella sua impenetrabilità espressiva: una immagine speculare del nostro più recondito io, così sovrastrutturato da usi e costumi e secoli e secoli di civilizzazione. Tragédie invece si rifà nietzchianamente alla nascita della tragedia come rito catartico collettivo, che veicola in gesti danzati e fisici le pulsioni più profonde e oscure dell’animo umano.

Infatti dopo la lunga (troppo) prima parte la scena si anima:qualcuno cade, un altro corre, alcuni si urtano. L’equilibrio della perfezione si frange con la contaminazione delle emozioni e degli stimoli più profondi e oscuri della nostra ferinità, fino alla sessualità raccontata da pose mimate di varie modalità di accoppiamento, ma con l’accortezza di renderle semplici forme visuali, estrapolando e distanziando quanti invece dovrebbero essere prosaicamente uniti nel coito.

Ma se questa umanità nuda, nella sua totale disponibilità di rappresentarsi a noi mi ha fatto pensare, non so perché, alla spersa e spaurita fragile e ‘simpatica’ umanità bauschiana, la struttura del lavoro risente di un eccesso di intellettualismo che raggela pur affascinando, piuttosto che emozionare davvero sconvolgendo.

Visto al Teatro Municipale Valli, Reggio Emilia. Foto di Francois Stemmer

Tragédie
coreografia Olivier Dubois
assistente Cyril Accorsi
musica François Caffenne
luci Patrick Riou
Ballet du Nord | Olivier Dubois – CCN Roubaix Nord-Pas de Calais