Un ballo in maschera

Un ballo in maschera in chiave elettorale: a Bologna vince la musica


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La stagione d’opera del Teatro Comunale di Bologna è partita alla grande con un’edizione del Ballo in maschera festeggiatissima dal pubblico, soprattutto nei confronti dell’esecuzione musicale, che in effetti ha dimostrato come sia ancora possibile rendere giustizia a Verdi anche in tempi di magra come i nostriDuccio Anselmi

La stagione d’opera del Teatro Comunale di Bologna è partita alla grande con un’edizione del Ballo in maschera festeggiatissima dal pubblico, soprattutto nei confronti dell’esecuzione musicale, che in effetti ha dimostrato come sia ancora possibile rendere giustizia a Verdi anche in tempi di magra come i nostri.

Come già per il recente Guillaume Tell, il teatro bolognese si è assicurato le voci giuste per i rispettivi ruoli e soprattutto un direttore di sicura autorità come Michele Mariotti, che ancora una volta ha confermato qualità ammirevoli per la sua età e un rapporto ormai simbiotico con la sua orchestra e con un teatro che l’ha eletto a suo autentico beniamino.

Mariotti ha offerto una lettura dal suggestivo respiro narrativo, particolarmente incline all’abbandono sentimentale – peculiarità questa del protagonista Riccardo, magnanimo governatore di Boston innamorato di Amelia, moglie purtroppo dell’amico Renato che diverrà il suo giustiziere durante il fatale ballo in maschera – quanto sbalzata drammaticamente nei frequenti squarci tenebrosi dell’opera, che passa dal sinistro antro della maga Ulrica all’”orrido campo”, in cui si consumano delitti efferati ma anche il più passionale duetto d’amore uscito dalla penna verdiana. Mariotti ha saputo cogliere le tinte così contrastanti della partitura, comprese quelle più brillanti e leggere, con grande felicità descrittiva e slancio appassionato, mantenendo un controllo sempre impeccabile dell’orchestra, in ottima forma, quanto del palcoscenico, a partire dal coro per arrivare ai singoli interpreti.

Questi si sono fatti ammirare, come si è detto, per l’ideale rispondenza alle non facili richieste vocali, che rendono ormai improbo mettere insieme una compagnia di canto idonea ad un titolo come questo. Per il ruolo di Riccardo si è puntato ad un tenore sempreverde come Gregory Kunde, fenomeno di resistenza vocale e di eleganza stilistica di cui si è più volte riferito, ma che in questa occasione è sembrato superare se stesso, con una prestanza, uno slancio e uno squillo impressionanti per volume e generosità, abbinati d’altro lato ad un’attenzione per le sfumature e il fraseggio da interprete di rara sensibilità. Le ovazioni che l’hanno aspettato alla fine dell’opera sembravano non solo siglare una grande prestazione ma soprattutto osannare un tenore fuori dal comune.

Il resto del cast non è stato però da meno: il soprano uruguaiano Maria José Siri è stata un’Amelia di notevole ampiezza vocale, in grado di svettare nelle grandi espansioni drammatiche come di piegarsi a suggestivi pianissimi con slancio e sincerità, delineando un personaggio passionale e intimamente piagato; Luca Salsi si è confermato nel ruolo di Renato come uno dei più affidabili baritoni verdiani in circolazione, per il timbro omogeneo, il canto generoso, la saldezza dell’emissione, fin troppo incline però al forte che al piano per poter parlare di un interprete ancora del tutto completo. Di notevole imponenza vocale, densa e tenebrosa, la suggestiva Ulrica del contralto Elena Manistina; funzionale e accattivante, al di là di qualche forzatura, l’Oscar di Beatriz Diaz; molto validi il Samuel di Fabrizio Beggi e il Tom di Simon Lim; efficaci il Silvano di Paolo Orecchia, il giudice di Bruno Lazzaretti e il servo d’Amelia di Luca Visani.

Lo spettacolo, in coproduzione con la Scala di Milano dove aveva debuttato, era a firma di Damiano Michieletto, regista di spicco delle ultime leve. Il suo successo in Italia e all’estero ne ha forse sopravvalutato i meriti, che, per quanto apprezzabili, tendono ad alternarsi a scelte non sempre riuscite e spesso fini a se stesse. Trasportato prevedibilmente dal tardo Seicento ai giorni nostri, il suo Ballo trasformava Riccardo in un leader politico in piena campagna elettorale, con tanto di manichini promozionali modellati ossessivamente sulla sua immagine e su slogan promozionali. Ulrica a sua volta era una santona ripulita, impegnata a risanare handicappati dagli spasmi caricaturali, e Oscar abbandonava i panni del “travesti” per indossare quelli di segretaria personale del premier. Amelia, impasticcata a causa delle paranoie amorose, sacrificava l’intimismo della sua splendida aria dell’”orrido campo” per lasciare spazio ad uno scippo di visone e gioielli da parte di un pappone e della sua battona, mentre nel finale dell’opera mimava la lettura della lettera scritta dall’amante defunto, che cantava il suo struggente addio alla vita come ectoplasma davanti al suo cadavere. Una regia quindi tesa più a stupire (se mai ancora possibile) per l’originalità di certe soluzioni che a muoversi con la musica, alternando ombre e luci. Oltre alla qualità dell’allestimento (scene di Paolo Fantin, costumi di Carla Teti, luci di Alessandro Carletti), non sono mancati comunque gli spunti apprezzabili, come l’interessante rilettura interpretativa dello zuccheroso “Saper vorreste” di Oscar, trasformato in una drammatica confessione estirpata con violenza mafiosa al portaborse di Riccardo da parte dei suoi killer.

Visto a Bologna, Teatro Comunale, 18 gennaio

Un ballo in maschera
Melodramma in tre atti
Libretto di Antonio Somma
Musica di Giuseppe Verdi
Riccardo Gregory Kunde
Amelia Maria José Siri
Renato Luca Salsi
Ulrica Elena Manistina
Oscar Beatriz Diaz
Samuel Fabrizio Beggi
Tom Simon Lim
Silvano Paolo Orecchia
Un giudice Bruno Lazzaretti
Un servo d’Amelia Luca Visani

Direttore Michele Mariotti
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Maestro del coro Andrea Faidutti
Orchestra, Coro e Voci bianche del Teatro Comunale di Bologna