Lehman Trilogy

Lehman Trilogy, magistrale storia di un crollo


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Malgrado tutti sappiano come andrà a finire, la monumentale ricostruzione della storia della banca d’affari Lehman scritta da Stefano Massini e diretta da Luca Ronconi è uno spettacolo potente, ricco di pensiero, ironia e humourMaria Grazia Gregori


Certo, sappiamo già come tutto andrà a finire quando, in un fascinoso bianco e nero, inizia sul palcoscenico del Piccolo Teatro Grassi Lehman Trilogy, nuovo spettacolo che Luca Ronconi ha costruito sul testo di Stefano Massini, recentemente pubblicato da Einaudi. Sappiamo del terribile crack del 2008 della grande banca americana la cui rovina ha innestato un processo di crisi che ha investito a catena non solo gli Stati Uniti ma tutto il mondo viste le ramificazioni, le diversificazioni del gigantesco istituto, con conseguenze planetarie visibili ancora oggi. Ma il magistrale, per me emozionante, spettacolo di Ronconi e il bellissimo testo di Massini ci dicono molto di più portandoci alle radici del capitalismo, a quella spinta irreversibile fatta di avventura, di fortuna, di intelligenza, di audacia, di fiuto, di colpi di mano, di inganni, di progetti avveniristici che è stata la spina dorsale – e in certi momenti la stella polare – della vita, della cultura dei paesi occidentali.

Lo sappiamo: eppure ci sembra impossibile che tutto sia cominciato con la partenza da un paesino della Baviera, Rimpar, di un giovane ebreo, figlio di un mercante di bestiame e con il suo arrivo al molo numero quattro del porto di New York, sceso dalla nave “Burgundy”, con le scarpe nuove, otto chili e mezzo in meno dopo quarantacinque giorni di navigazione, l’11 settembre del 1884 alle 7 e 25 del mattino, come segna il grande orologio sulla torre del porto della città. È l’inizio folgorante di una storia che più che una saga è un racconto epico, con le sua altezze e le suo rovinose cadute, dove centosessanta anni di capitalismo vengono narrati in modi diversi fra romanzo, incubi, avventure, dove non ci sono battute ma tutto è raccontato in terza o in prima persona e i protagonisti sono allo stesso tempo narratori e rappresentazione di se stessi. Quasi un film della memoria guidato da una misteriosa moviola che va avanti e indietro, dove si nasce e si muore ma dove qualcosa di ciò che si è stati permane e si può addirittura tornare dall’aldilà nel momento tragico in cui tutto è finito e il sogno di tre fratelli e dei loro discendenti è ormai in rovina e “sei uomini anziani aspettano la notizia” della fine.

Lehman Trilogy, che come dice il titolo si divide in tre sezioni più un epilogo mentre lo spettacolo, che dura circa cinque ore e mezza è costruito in due parti (può essere visto diviso o tutto filato), racconta del sogno di tre fratelli, Henry, Emanuel, Mayer dove il primo che è anche il maggiore, è la testa, il secondo il braccio e il terzo è quello che sta fra la testa e il braccio affinché “il braccio non spacchi la testa e la testa non umili il braccio”, non per niente è detto familiarmente Bulbe (patata), una superficie liscia che può insinuarsi ovunque, smussare gli angoli comportamentali fra i due e attutire i colpi. La loro storia americana inizia al Sud, a Montgomery, Alabama, prima come venditori di stoffe e di abiti poi come acquirenti di cotone grezzo e venditori del medesimo alle industrie, con guadagno di denaro, poi via via eccoli “mediatori, entrare nel grande business delle ferrovie, l’ufficio e la Borsa di New York, la nascita della banca, dall’insegna Henry Lehman sul primo negozietto a quella con su scritto Lehman Brothers sul grande palazzo di New York dove però, alla fine, della famiglia non c’è più nessuno, dove dominano sempre di più le spericolate operazioni dei trader e si fanno sentire i primi scricchiolii fino al terribile crack finale del 15 settembre 2008 che getterà nel panico non solo Wall Street ma anche le Borse europee.

Nella storia registica di Luca Ronconi Lehman Trilogy arriva dopo una serie di importanti lavori che hanno al loro centro il denaro, le banche, l’arricchimento spesso perseguito con ogni mezzo come, per esempio, La colpa è sempre del diavolo di Ruffolo, Inventato di sana pianta ovvero gli affari del Barone Laborde di Herman Broch, La compagnia degli uomini di Edward Bond, Santa Giovanna dei macelli di Brecht. Ad affascinarlo credo sia stato oltre all’argomento (che per Ronconi come per tutti i mortali non specialisti ha i suoi misteri), il modo in cui il testo è scritto apparentemente non per la rappresentazione ma per la lettura. Da qui nasce la sfida di metterlo in scena, di trovare un grimaldello per entrare teatralmente dentro questo lavoro che, per l’autore, è iniziato con un’attenta ricerca sui temi trattati e sulle biografie dei protagonisti, ma che ha la sua fondamentale qualità nella sorprendente capacità di Massini – drammaturgo fra i più conosciuti e rappresentati all’estero per il quale lo spettacolo messo in scena da Ronconi è sicuramente il coronamento di una vocazione -, di trasfigurarli.

Da parte sua il regista, affascinato dalla scrittura e dalla struttura dell’opera, non ha voluto farne un grande affresco, quanto piuttosto creare un allestimento complesso nella sua apparente semplicità: uno spazio bianco (creato da Marco Rossi) “mosso” da alcuni praticabili, qualche sedia, un tavolo, la scrittura visiva sulle quinte laterali che ci dà i titoli delle scene o piuttosto dei capitoli rappresentati, l’orologio che scandisce l’ora in cui tutto è cominciato con l’arrivo di Henry, pareti che si aprono e si chiudono da dove appaiono o scompaiono, giovani donne (le interpreta tutte con ironia Francesca Ciocchetti) grintosi industriali, “mezzascala” come Testatonda Deggoo, un nero che sta a metà fra i padroni e gli schiavi, i Lehman, le loro donne, i loro figli. Un luogo dove, di tanto in tanto, viene teso in alto un lungo e stretto praticabile lungo lo spazio che separa due grattacieli dove si muove un equilibrista, Salomon Paprinskij, un ruolo simbolico creato da Fabrizio Falco che lì si muove elegante e leggero su e giù, legato a un filo senza mai cadere se non quando tutto sta per finire pericolosamente anche per lui come per quell’ipertrofica creatura che è diventata la banca.

Niente è fisso, tutto è in movimento come nella vita che entra in scena a folate attraverso le parole dove tutto è costruito per creare uno spazio non solo per gli attori ma anche per il pubblico in cui immergersi anche ridendo e sorridendo in un teatro di parola nella sua accezione più alta. Ronconi sottolinea genialmente quello che è il cuore di questo applauditissimo (anche a scena aperta) spettacolo: il contrasto fra quello che si è o si vuole essere in un determinato momento con quelle che sono le nostre radici all’apparenza perdute, ma che in qualche modo restano, attraverso i sogni che i protagonisti fanno, fino all’approdo a una specie di meticciato comportamentale con una cultura americana dove “non si lavora per vivere ma si vive per lavorare”.

Certo uno spettacolo come questo non sarebbe stato possibile senza l’apporto della magnifica compagnia di attori che ci trasmettono l’ immagine di un grande ensemble. Massimo De Francovich è Henry, la“testa” dei fratelli Lehman, il primo che arriva e il primo che muore, quello che incarna di più con umanità e misura esemplari il carattere appuntito, l’essere in mezzo al guado fra un’identità ormai lontana e una tutta da conquistare. Massimo Popolizio, che interpreta superbamente Mayer Bulbe, uomo dall’insinuante personalità – potere ferreo in un guanto di velluto -, è invece già arrivato alla fine del guado: per lui l’essere ebreo si rivela nell’ironia accattivante, nel saper cogliere intuitivamente la strada giusta per fare la fortuna dei Lehman. Suo figlio Herbert (un convincente Roberto Zibetti), con la sua indisciplina, la sua voglia di essere originale (“non sono d’accordo” dice in continuazione) a tutti i costi fino a contestare addirittura la Bibbia, non sarà banchiere ma governatore, a ben vedere un modo di “diversificare” il potere della famiglia. Fabrizio Gifuni, per la prima volta diretto da Ronconi, disegna anche plasticamente, con grande bravura, l’attrazione visionaria di Emanuel,”il braccio”, per ciò che è nuovo come la rivelazione di un luogo per lui del tutto inaspettato chiamato Borsa e la tecnologia avanzata delle fabbriche del Nord America, irresistibile nel racconto della difficile conquista di una ragazza ebrea di buona famiglia. È lui che spinge Mayer al grande salto, dal sud al nord, verso occasioni finanziarie e industriali ben più proficue. Ma il vero uomo nuovo è il figlio di Emanuel, Philip, che fin dai sedici anni annota sulla sua agenda scrivendo a stampatello le cose da fare, grande accentratore, dotato di notevole intuito che svilupperà la banca nel mondo con attività sempre più diversificate. Lo interpreta Paolo Pierobon, bravissimo: inquietante nella freddezza del disegno da perseguire, non importa se alle spalle del “caro signor padre” e del “caro signor zio”, sorprendente nell’esaminare le ragazze da sposare analizzate una al mese. Ma sarà proprio suo figlio Robert “Bobbie” (un sensitivo Fausto Cabra) amante dei cavalli e dell’arte, che ha studiato economia, a tradire l’idea di banca di famiglia, gettandola in un’avventura finanziaria che il greco Peterson (Raffaele Esposito) e l’ungherese Glucksman (Denis Fasolo) e altri dopo di loro condurranno a una futura rovina. Ma a quel punto ormai da tempo dei Lehman in banca non c’è più nessuno e il nome è solo un guscio vuoto che, in un giro sempre più vorticoso di denaro virtuale e di finanza creativa, arriverà alla fine. Ascesa e caduta della casa dei Lehman: uno spettacolo potente, ricco di pensiero, ironia e humour, da vedere.

Visto al Piccolo Teatro Grassi di Milano. Repliche fino al 15 marzo 2015. Foto L. La Selva

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Lehman Trilogy
di Stefano Massini
regia Luca Ronconi
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci A.J.Weissbard
suono Hubert Westkemper
trucco e acconciature Aldo Signoretti
con (in ordine di apparizione)
Henry Lehman Massimo De Francovich
Emanuel Lehman Fabrizio Gifuni
Mayer Lehman Massimo Popolizio
Testatonda Deggoo Martin Ilunga Chishimba
Philip Lehman Paolo Pierobon
Solomon Paprinskij Fabrizio Falco
Davidson, Pete Peterson Raffaele Esposito
Archibald, Lewis Glucksman Denis Fasolo
Herbert Lehman Roberto Zibetti
Robert Lehman Fausto Cabra
Carrie Lauer, Ruth Lamar, Ruth Owen, Lee Anz Lynn Francesca Ciocchetti
Signora Goldman Laila Maria Fernandez
​produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

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