Pornografia

Pornografia

Al di là dei meriti di aver riscoperto un grande romanzo e un grande autore come Witold Gombrowicz, la pièce diretta da Luca Ronconi è una fortissima dichiarazione di teatralità. Anzi delle ragioni del teatro. Eccezionali Riccardo Bini e Paolo PierobonMaria Grazia Gregori

Se anche fosse solo per avere riportato all’attenzione quel magnifico, inquietante romanzo di Witold Gombrowicz che è “Pornografia” e un autore ingiustamente dimenticato, lo spettacolo che ne ha tratto Luca Ronconi in scena al Piccolo Teatro Grassi avrebbe già molti meriti. Ma non si tratta solo di questo. Pornografia secondo Ronconi, infatti, è una fortissima dichiarazione di teatralità anzi delle ragioni del teatro proprio perché – come è capitato più volte a questo grande regista -, queste ragioni vanno ben oltre a un testo scritto esclusivamente per la scena e come tale costretto dentro una forma, una dimensione estetica, temporale e spaziale che potrebbe dare l’impressione di avere caratteristiche standard. Ecco allora che il romanzo viene scelto per dare profondità, continuità e una prospettiva più ampia, a quella ricerca di uno spettacolo infinito – che va da tutte le parti, che vuole uscire da confini troppo rigidi – che è il filo rosso che percorre tutto il teatro ronconiano. Senza mai tradire il testo o, come in questo caso, il romanzo ma mantenendone sempre nella creazione il ritmo interno, il suo specifico linguaggio, la sua indiscussa oggettività.

Pornografia (1960) che si svolge nella Polonia del 1943 durante l’occupazione nazista ha per protagonisti due intellettuali insofferenti a concetti come “Dio, Arte, Nazione e Proletariato” che nel pensiero di quello scrittore criticamente iconoclasta che è stato Gombrowicz, assumono il valore di immagini di un mondo delle idee fasullo. I due non potrebbero essere più diversi: tanto Witold è razionale e beffardo tanto Federico, che possiede secondo l’amico un certo “savoir faire”, è segnato da una forte, insinuante arroganza, da un fascino distruttivo che resta misterioso perfino per Witold. Cercando di sfuggire al clima tetramente cupo e pericoloso della città occupata i due si rifugiano in campagna, dove quel rapporto tutto giocato su pulsioni erotiche che non riescono a concretizzarsi nella vita, quel voyeurismo ossessivo che li accomuna nello spiare, nel tentare di guidare gli altri, trova la sua apoteosi anche attraverso il delitto.

Succede dunque che nella famiglia di cui sono ospiti, due giovani – Enrichetta, la figlia, e Carlo, giovane lavorante in quella casa -, attraggano in modo fatale l’attenzione dei due che hanno eletto l’atto di guardare, di spiare la vita degli altri a metro della propria. Ma l’esperimento sembra non riuscire: entrambi belli, sensuali, i due ragazzi (lei è fidanzata) sembrano indifferenti sessualmente l’uno all’altra. Come ovviare a quello che i due amici considerano uno spreco anche se si scoprirà non essere per incallita ingenuità (entrambi hanno avuto delle esperienze) ma nascere piuttosto dal reciproco disinteresse? Proprio per realizzare per interposta persona un desiderio di giovinezza e di piacere che non può più essere il loro, eccoli dunque tentare il tutto per tutto, “scendere verso il basso” e, nel tentativo di glorificare “le ragioni del corpo”, costruire per quei due giovani trappole, situazioni al limite e, quando tutto gli sfugge, ecco il delitto.

L’affascinante spettacolo (coprodotto dal Piccolo con il Centro teatrale Santacristina, presentato in anteprima a Spoleto) che Ronconi mette in scena mescolando i piani narrativi dove la drammaticità si rispecchia nell’ironia, dove “pornografia” è un concetto da guardare con disincanto come qualcosa che ci appartiene, giocato dentro e fuori i personaggi, in prima e in terza persona e talvolta con voci fuori campo, ripropone visivamente e concretamente, nella scena spoglia di Marco Rossi, un movimento che passa dagli oggetti alle persone. Ecco che le sedie e i divani sembrano andare e venire da soli, la carrozza senza cavalli porta i protagonisti alla messa, gli alberi del giardino scorrono stilizzati su pannelli mobili, così come il letto su cui muore l’esaltata cattolicissima Amalia, non prima però, di aver “posseduto” a morsi un giovane operaio.

Racchiusi dalle luci di Pamela Cantatore in un alternarsi di chiaro e di buio, i due eccezionali protagonisti – un bravissimo, ragionatore Riccardo Bini che è Witold e il Federico, insinuante, distruttivo dell’ottimo Paolo Pierobon -, sono il punto focale di uno spettacolo dove l’inquietudine può trasformarsi in ironia, la durezza in sorriso. Accanto ai due interpreti principali un buon ensemble di attori da Michele Nani all’ironica madre di Franca Penone, dalla sensitiva Valentina Picello e la sua invasata Amelia, al rigido e frigido fidanzato di Ivan Alovisio a Francesco Rossini e Jacopo Crovella, a Lucia Marinsalta e Loris Fabiani, scelti come rappresentanti, non proprio innocenti, di quella giovinezza a cui tocca misurarsi con un pensiero che non può e non deve, secondo Gombrowicz, prescindere dal sesso.

Pornografia
di Witold Gombrowicz, traduzione Vera Verdiani
regia Luca Ronconi
scene Marco Rossi
luci Pamela Cantatore
con Riccardo Bini (Witold), Paolo Pierobon (Federico), Michele Nani (Ippolito), Franca Penone (Maria), Lucia Marinsalta (Enrichetta), Loris Fabiani (Carlo), Ivan Alovisio (Vencislao), Valentina Picello (Amelia), Francesco Rossini (Siemian), Jacopo Crovella (Beppe)
coproduzione Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, Centro Teatrale Santacristina, in collaborazione con Spoleto 56 – Festival dei 2Mondi
foto di scena Luigi Laselva