Divine parole in senso sparso


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Damiano Michieletto ha avuto coraggio nello scegliere il testo di Ramón María del Valle-Inclán, poco noto e rappresentato in Italia. Curatissima nella parte formale, la sua regia manca della giusta amalgama fra gli attoriMaria Grazia Gregori

Mettere in scena Divine parole di Ramón María del Valle-Inclán, testo scritto nel 1920 da un autore, inventore del cosiddetto “esperpento” – la deformazione grottesca della realtà, sostenuta da una forte critica sociale – , molto importante nella cultura spagnola ma da noi quasi sconosciuto e assai poco rappresentato, è un atto di coraggio che riconosco volentieri a Damiano Michieletto. Proprio per questo vorrei cercare di capire le ragioni di questa scelta non ovvia e non facile che è anche la prima produzione del Piccolo Teatro in scena dopo la morte di Luca Ronconi.

Credo che la prima motivazione gli sia venuta dal modo in cui il testo è scritto : lunghe didascalie che fissano i luoghi, le situazioni, i comportamenti dei personaggi poi esplicitati nei dialoghi che seguono. Nell’intervista contenuta nel programma di sala il regista dichiara che Divine parole ha un andamento da film: opinione che condivido e che deve avere affascinato uno come lui attratto dall’immagine, già conosciuto dagli spettatori del Piccolo per un non indimenticabile Ispettore generale, con alle spalle una notorietà conquistata nei teatri lirici di mezzo mondo. La seconda motivazione nasce dal desiderio di trovare un grimaldello attraverso il quale tentare un’attualizzazione innanzi tutto formale, ma probabilmente anche contenutistica, nei confronti del testo. L’ultima, ma forse la più importante, è la fascinazione per i temi e la rappresentazione di un mondo maledetto, costruito su forti contrasti, segnato dalla violenza, dal tradimento, atavicamente crudele, di un’umanità al limite, di poveri cristi, di donne di scarsa o nessuna moralità, di uomini deboli o demoniaci, di donne che hanno assai più coraggio dei loro compagni e proprio per questo fatalmente -si direbbe – portate alla trasgressione.

La vicenda scandita in tre giornate (che il regista mantiene pur con tagli all’interno) ha per protagonisti un sagrestano, Pedro Gailo (Fausto Russo Alesi), umiliato dai tradimenti della moglie che vorrebbe punire; la bella infedele Mari Gaila (Federica De Martino); la loro figlia Simoniña (Petra Valentini); la prima delle sue sorelle – una donna malata, Juana la Reina (Sara Zoia) che gira con un carretto (qui una carrozzina) in cui porta in giro, guadagnandoci del denaro, il proprio figlio, nano idrocefalo e idiota. Ci sono anche la manutengola Rosa la Tatula (Bruna Rossi); Miguelin, un omosessuale scapestrato (Gabriele Falsetta); Séptimo Miau (Marco Foschi) l’uomo che potrebbe addirittura essere una reincarnazione del diavolo, uno sciupafemmine che fischietta il Bolero di Ravel, crudele ed egoista con la sua prima vittima Poca Pena (Lucia Marinsalta) che gli ha dato un figlio, di cui l’uomo però vuole liberarsi: una corte dei miracoli senza speranza, chiusa nella propria miseria.

Una storia costruita su situazioni molto forti, spesso scandite dalla carrozzina con il “mostro” da portare in giro agli angoli delle strade e per fiere, conteso, alla morte della madre, dalla famiglia – c’è l‘altra sorella di Pedro Gailo, Marica del Reino (Cinzia Spanò), che deciderà di dividerselo tre giorni per ciascuno e poi quando muore – per incuria non sappiamo quanto inconsapevole – per Michieletto ucciso da una dose mortale di acquavite somministratogli da Miguelin, a sua volta ubriaco -, e poi lasciato di notte fuori dalla porta della casa di Marica, dove viene straziato dai maiali. E poi passioni irrefrenabili, incesti ricercati nei fumi dell’alcool e non consumati, stupri, ciechi inquietanti e vogliosi (Nicola Stravalaci), lapidazioni tentate.

Il Teatro Studio nella sua pianta centrale è interamente occupato (la scenografia ricca d’invenzione e fortemente evocativa è di Paolo Fantin) da una fanghiglia scura sulla quale si muovono a fatica i personaggi, spesso con l’aiuto di praticabili sistemati all’inizio da Pedro Gailo in una sorta di prologo senza parole, che si chiude sul fondo nel candore di una chiesa con le pareti coperte di ex voto, alla quale si accede salendo dei gradini. A scandire i momenti fondamentali della rappresentazione c’è un sipario di ferro che si alza e si abbassa in cui si aprono delle porte e dove, talvolta, i personaggi battono con disperazione i pugni o si aggirano in una semioscurità spesso interrotta da luci accecanti che illuminano le tenebre di questo circo di morti viventi le cui azioni sono introdotte dalle didascalie, lette fuori campo da Marco Foschi esclusa l’ultima, detta da una voce infantile, commentate e sostenute da una colonna sonora che mescola Arvo Part, Allegri, Barber, Fauré. Con un ribaltamento inaspettato del finale da parte del regista: il tentativo di lapidare la moglie adultera su cui si sfogano gli appetiti non più gestibili di una società violenta non avviene, ma è lui, Pedro Gailo che, nel disperato tentativo di salvare la moglie pronunciando le parole del Vangelo in cui si dice in latino “qui sine peccato est vestrum, primus in illam lapidem mittat” (letteralmente: “chi di voi è senza peccato scagli per primo una pietra contro di lei”) crea uno spaesamento, una soggezione fra la gente proprio per quelle parole divine sì, ma misteriose, e il suo sangue si spande sul sipario di ferro, mentre la moglie, la cui nudità non vediamo, giace a terra nel fango fra le braccia della figlia in una sorta di laica pietà.

Curatissimo nella parte formale, con qualche intuizione drammaturgica interessante, lo spettacolo è però fragile nel lavoro con e sugli attori. Il regista richiede loro una forte e gridata fisicità che plasticamente ed emotivamente conta, come dovrebbe contare, però, anche un maggiore approfondimento delle ragioni del loro essere personaggi e una maggiore vigilanza su alcune discrepanze interpretative, che non avrebbero sicuramente portato a un appiattimento ma, al contrario, a una forte rilevanza delle loro diverse personalità. Qui, invece, gli attori, di cui si deve segnalare comunque il grande impegno, sembrano andare a briglia sciolta, ognuno con il proprio stile, senza una reale visione d’insieme. Peccato.

Visto al Piccolo Teatro Studio “M. Melato” di Milano. Repliche fino al 30 aprile 2015. Foto di Masiar Pasquali.

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Divine parole
di Ramón María del Valle-Inclán
traduzione Maria Luisa Aguirre d’Amico
regia Damiano Michieletto
scene Paolo Fantin
costumi Carla Teti
luci Alessandro Carletti
Personaggi ed interpreti (in ordine di apparizione):
(Pedro Gailo) Fausto Russo Alesi, (Séptimo Miau) Marco Foschi, (Poca Pena / Benita) Lucia  Marinsalta, (Juana la Reina) Sara Zoia, (Rosa la Tatula) Bruna Rossi, (Miguelín el Padronés) Gabriele Falsetta, (Donne) Federica Gelosa, Francesca Puglisi, (Mari-Gaila) Federica Di Martino, (Marica del Reino) Cinzia Spanò, (Il Cieco di Gondar / Milon) Nicola Stravalaci, (Simoniña) Petra Valentini
e con gli allievi del Corso “Luchino Visconti” della Scuola di Teatro Luca Ronconi
Alfonso De Vreese, Benedetto Patruno, Marco Risiglione
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

8 commenti su “Divine parole in senso sparso

  1. Spettacolo bellissimo!!!
    Visto oggi, mi ha colpito per la sua potenza. Mi sembra che una visione d’insieme e una unione ci sia, eccome, anche tra il cast. Complimenti a Michieletto, uno decisamente fuori dal coro.

  2. GRANDE SPETTACOLO…MI HA EMOZIONATO.
    W IL TEATRO CHE TI SMUOVE E ABBASSO LA CRITICA CON LA PUZZA SOTTO AL NASO! SIETE UN PO’ VECCHI…
    BACI.

  3. I motivi per cui un regista sceglie di mettere in scena un testo drammaturgico sono spesso personalissimi e hanno a che fare con demoni che non conosciamo e che difficilmente emergono anche a fronte di una domanda diretta.
    Il testo di Valle-Inclàn è lungo, complesso e altamente drammatico e non si può dire che non presenti una certa attualità.
    Se, però, la sua drammaticità non viene resa in modo coinvolgente, allora rischia solo di rimanere lungo e complesso. Al di là del lavoro sugli attori, di questo spettacolo non mi ha convinto proprio la trasformazione che il regista avrebbe dovuto operare per far diventare il testo drammatico, testo teatrale: non bastano le urla, i movimenti esagitati degli attori, le sacche di liquido rosso ampiamente sparse per i loro corpi, le nudità esibite e nemmeno il fatto di ridursi letteralmente a maschere di fango per trasmettere il dramma di questi personaggi poveri in tutto (spirito e carne) di fronte alla sorte della creatura che potrebbe offrire loro una (presunta) opportunità di elevarsi dal grado infimo in cui si agitano. Se manca il pathos, se nulla viene trasmesso (tuttalpiù qualcuno si può essere un poco impressionato) il gesto di bere a collo da una bottiglia agitata freneticamente, per simulare l’avidita del gesto, oltre ad essere forzato, rischia di apparire anche ridicolo. E purtroppo, anche la recitazione di attori solitamente eccellenti (la presenza di Fausto Russo Alesi mi era parsa una garanzia) ne ha risentito in maniera pesante: ecco, se qualcosa questo spettacolo mi ha trasmesso è proprio un senso di pesantezza e di noia (“dura ancora molto?”), che ho potuto cogliere sui visi e negli atteggiamenti di molte delle persone presenti (Ho assistito alla rappresentazione del 8 aprile).
    Raffaele Cauzzi

  4. GRANDE SPETTACOLO!!!!
    Condivido tutta la recensione di Cordelli.
    Qualche cosa si può sistemare meglio ma la visione della regia è’ potente.

    • Franco Cordelli è un valente critico che scrive su un grande quotidiano. Non scrive su Delteatro.it ma lo perdoniamo. (:-) e.f.