Hamlet

Un Amleto iraniano


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Pur trattandosi di un adattamento liberissimo, il lavoro della compagnia iraniana Quantum Group Theatre presenta una chiave di lettura interessante perché intessuta di segni occidentali filtrati da una diversa sensibilità – Maria Grazia Gregori

Crediamo di sapere tutto o quasi tutto su di un personaggio “evergreen” come Amleto, ma non è così. Ogni volta che il celeberrimo testo shakespeariano va in scena c’è sempre qualcosa che ci prende in contropiede, sorprendendoci. Così anche l’interessante Hamlet iraniano di Arash Dedgar e del suo Quantum Group Theatre in scena al Teatro Studio Melato di Milano ci sorprende non tanto per l’adattamento libero anzi liberissimo, quanto per la rappresentazione che il quarantunenne regista ne fa, per la chiave di lettura in cui riconosciamo tanti “segni” occidentali, non banalmente ripresi, bensì originalmente assimilati e restituiti creativamente in lingua farsi (con sovra titoli in italiano) di cui non comprendiamo una parola ma che è magnifica all’orecchio.

Pur essendo una riduzione personalissima e originale anche nei confronti del testo, talvolta giova non leggere i sovra titoli, lasciarsi andare al ritmo delle parole e guardare le azioni degli attori che ci aiutano davvero a capire il senso di questo spettacolo che racconta di un luogo della mente, quella Danimarca dove il delitto è di casa, che è dappertutto e in nessun luogo, quel bisogno di libertà che spinge il nevrotico Amleto, capelli arruffati, barba folta, polacchine e calze arrotolate, a leggere di nascosto i libri e i giornali che lo zio Claudio e Polonio continuano a stracciare senza sosta in una sorta di irrefrenabile censura.

Così in quella scena che cita il classico dispositivo shakespeariano su due piani – in basso le azioni e in alto le apparizioni dei personaggi, con porte da cui entrare e uscire – si rappresenta un vero e proprio dramma degli orrori con un personaggio, un becchino, che, pulendo minuziosamente il palcoscenico destinato a diventare un mattatoio, introduce e chiude la storia di un principe che più che alla Danimarca guarda a Kill Bill di Quentin Tarantino, e che, sognando la vendetta, batte a macchina la commedia che rivelerà a tutti le malefatte delle coppia reale composta dallo zio Claudio e dalla fedifraga madre Gertrude che hanno ucciso avvelenandolo il padre di Amleto.

Un padre che si chiama come il figlio e come lui è giovane tanto da apparirci quasi un doppio, un’inquietante, duplice proiezione. Ma tutti i personaggi sono lontani, del tutto originali rispetto all’iconografia classica: Laerte, mosse meccaniche che citano Edward mani di forbice, sta dalla parte dei vecchi e dell’ortodossia contro i giovani ribelli, l’Ofelia nera con tanto di hijab e parrucca scura è considerata brutta da tutti, la fascinosa Gertrude è impensabilmente bionda. Perfino la sala del trono è rappresentata come un’ideale stanza dei giochi dove il trono per cui tutti si ammazzano è un materasso su cui saltare (la presa del potere?) e il celeberrimo “to be or not to be” è detto spezzettato, è un’ansia ricorrente, una domanda destinata a rimanere senza risposta. Anche il celeberrimo “il resto è silenzio” si trasforma in una rosa rossa e in un paio di polacchine che Amleto mette al centro della scena. Ma il finale, in realtà, è del becchino tuttofare: è lui che fa apparire nel piano alto della scena tutti i personaggi per una mortuaria parata, apparizioni da una casa dei morti di una Danimarca che non è da nessuna parte ma che ritroviamo dappertutto.

Visto al Teatro Studio Melato di Milano. Repliche fino al 4 ottobre 2014

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Hamlet
libero adattamento di Shahram Ahmadzadeh
dall’immortale “Amleto” di William Shakespeare
regia e scene Arash Dadgar
manager e produttore internazionale Camelia Ghazali
con (in ordine di apparizione) Mehran Emambakhsh, Hesam Manzour, Behrouz Kazemi, Ammar Ashoori, Mohammadreza Aliakbari, Amin Tabatabai, Shabnam Farshadjoo, Khosrow Shahraz, Sanaz Najafi, Amir Rajabi, Mehrab Rostami
costumi Elham Sha’bani
trucco Sara Eskandari
compositore Ashkan Faramarzi
musiche selezionate e pubblicate da Delara Moghadasian
produzione Quantum Theatre Group Teheran

Spettacolo in lingua farsi con sovratitoli in italiano