Amleto a Gerusalemme

È frutto di un lungo lavoro preparatorio il nuovo lavoro di Gabriele Vacis con Marco Paolini, che rinnova la tensione civile ed emotiva di capolavori come “Vajont” calandole nella realtà della diaspora palestineseMaria Grazia Gregori

Duemilacinquecento bottiglie di plastica, una specie di grande tavolo sopraelevato che sarà orientato in modi diversi, uno schermo a chiudere in fondo il palcoscenico sul quale verranno proiettate delle foto e la pianta della città di Gerusalemme, costituiscono lo spazio che alle Fonderie Limone di Moncalieri basta a Gabriele Vacis per mettere in scena Amleto a Gerusalemme. Uno spettacolo che viene da lontano, a cominciare dal desiderio di Vacis di misurarsi con un teatro “altro”, fuori non solo dagli schemi ma anche dalla normale costruzione di uno spettacolo, alla ricerca di luoghi in cui il teatro possa ancora essere una scoperta ed un’esigenza primaria.

Amleto a Gerusalemme, che vede ricostituito il binomio Paolini-Vacis (lo produce il Teatro Stabile di Torino) al quale dobbiamo le prime, forti emozioni di un teatro di narrazione degno di questo nome, sempre segnato da un’irrinunciabile dimensione sociale, nasce dal progetto, datato 2008, di dare vita a una scuola di teatro a Gerusalemme con il supporto della cooperazione internazionale, del Palestinian National Theatre e del Ministero degli Esteri italiano. In questo progetto, che in questi giorni vede la sua concretizzazione, Vacis e Paolini hanno lavorato alla drammaturgia, Vacis ne firma anche la regia e Paolini è sempre in scena insieme ai giovani attori palestinesi che hanno seguito il lavoro di formazione nel corso del tempo.

Più che un corifeo Marco è una guida, un padre putativo –se il paragone è permesso – che pungola i ragazzi, li guida e li trattiene per poi lasciarli liberi di esser se stessi, in mood assolutamente teatrale, in questo Amleto che non è certamente per loro il principe di Danimarca segnato da una problematica indecisione, perché i luoghi, il clima, l’epoca in cui sono cresciuti non permette il dubbio ma provoca, semmai, la capacità di badare se stessi, di essere sempre all’erta. Soprattutto Paolini gli deve insegnare a essere forti, a misurarsi con un testo che contiene verità pericolose e tutta l’ambiguità della vita che è dominante là dove tutti credono di possedere la verità.

Nelle sue note di regia Gabriele Vacis spiega bene le sensazioni che lo hanno guidato fin dal suo primo arrivo all’aeroporto di Tel-Aviv pieno di luci che “sembrava di essere a Las Vegas, una città liquida dove possono nascere la paura e i muri”. Ne è nato uno spettacolo colmo di poesia e assolutamente privo di ideologia, di una forza interiore fortissima perché non deve essere proprio semplice costruire dentro di sé la capacità di non pensare alla vendetta o “semplicemente” alla violenza per i soprusi e le difficoltà enormi della vita in quel paese. Quello che conta, semmai, è essere fedeli alle proprie radici malgrado talvolta se ne sia perso il ricordo e misurare se stessi nei confronti di un grande poeta come Shakespeare vissuto secoli fa ma ancora così vivo e presente con le sue domande scomode.

Direte voi: ma Amleto? Non lo vedremo come magari ce lo saremmo immaginato. Amleto è un viaggio, una specie di sparring partner con cui confrontarsi. Quello che li rende simili a lui è di sentire anche loro che non saranno mai “i primi della schiera” ma che dovranno fare in modo di non essere ostaggio della propria terra, essere tutti come Laerte e andarsene da quei luoghi in cui è così difficile vivere.

Così mescolano Shakespeare con le proprie storie di vita. Alaa Abu Gharbieh racconta della sua dipendenza dalla droga e di come, spinto dall’astinenza, una notte abbia preso un coltello minacciando i suoi genitori che erano tornati dopo la Guerra dei Sei giorni a casa e non l’avevano più trovata, ma la madre – ecco la loro immagine proiettata sullo schermo – conserva ancora la chiave. Nidal Jouba – ha un passaporto che vediamo riprodotto e che alla parola nazionalità ha scritto “indefinita” -, ci dice le tragicomiche peregrinazioni di suo padre alla ricerca dei suoi fratelli andati chissà dove nel corso della guerra. Seguendo il passaparola di chi diceva di averli visti erano passati da un paese all’altro fino a quando la famiglia decise di dichiararli morti. Lui allora va con un motorino allo ricerca di due lapidi per i suoi zii, arriva a un checkpoint e lì si innamora di un soldato israeliano con gli occhi azzurri e i capelli biondi…

Ma c’è anche la rabbia di chi si chiede – perché proprio a me? – come Ivan Azazian, armeno da parte di padre, la cui famiglia che si era trasferita negli Stati Uniti torna a Gerusalemme prima della sua nascita perché la madre, preoccupata del modo di vivere laggiù, si sentiva più sicura. E lui si sfoga a cantare (benissimo) e a suonare la chitarra perché avrebbe voluto anche lui essere americano come i suoi fratelli. E c’è la storia di Mohammad Basha e Bahaa Sous, amici ma diversi: il primo è un Amleto all’incontrario che vuole vivere, l’altro si affida alla magia per guarire il cancro allo stomaco. Tocca ai due giovani attori italiani dire alcune battute del testo di Shakespeare: Giuseppe Fabris è Amleto, Matteo Volpengo Orazio e in più traducono in italiano quanto i ragazzi palestinesi dicono in arabo. Last but not least c’è una ragazza nel gruppo, anche lei italiana ma i suoi genitori sono palestinesi. Si chiama Amwar Odeh, una dolce bellezza dagli occhi fondi, che traduce dall’arabo in italiano.

Ma in questo gruppo che si muove fra le migliaia di bottiglie di plastica contro le quali si buttano, che prendono a calci qualche volta, rischiando di esserne sopraffatti e che può essere un checkpoint, un muro, c’è qualcuno che manca: è Abdel “uno che ti bastava vederlo per ridere”. Vive a Hebron e non ha avuto il permesso di venire in Italia. Anche quando Vacis faceva i provini per scegliere gli attori arrivava a Gerusalemme (gli abitanti di Hebron non possono andare a Gerusalemme) attraverso le fogne per superare il checkpoint. Solo così aveva potuto vedere il mare per la prima vota nella sua vita ed è a lui che si deve il sottotitolo dello spettacolo “i ragazzi palestinesi vogliono vedere il mare”.

Uno spettacolo pieno di forza, senza violenza ma con tante domande e anche tanto dolore sublimato dalla felicità di essere proprio lì sul palcoscenico. Grazie a Vacis e a Paolini.

Visto alle Fonderie Teatrali Limone di Moncalieri. Prossime date QUI


Amleto a Gerusalemme
Palestinian Kids Want To See The Sea
di Gabriele Vacis e Marco Paolini
regia Gabriele Vacis
con Marco Paolini
e con Alaa Abu Gharbieh, Ivan Azazian, Mohammad Basha, Giuseppe Fabris,vNidal Jouba, Anwar Odeh, Bahaa Sous, Matteo Volpengo
scenofonia, luminismi, stile Roberto Tarasco
video e foto di scena Indyca
assistente alla regia Marianna Bianchetti
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale