Cuore di cane, regia di G. Sangati

Cuore di cane

Giorgio Sangati guida con molta attenzione e una certa sicurezza gli attori in quel balletto macabro che è il testo di Massini, liberamente tratto dal capolavoro di Bulgakov. Del resto, sono proprio gli attori il punto di forza della pièce. Con Sandro Lombardi e Paolo Pierobon, giustamente, più e più volte chiamati al proscenio Maria Grazia Gregori


Al Piccolo Teatro Grassi di Milano è andato in scena con successo Cuore di cane un testo liberamente tratto da Stefano Massini dal romanzo di Michail Bulgakov, uno dei più grandi scrittori russi del Novecento, autore, che non subì mai il fascino – per dirla con Nikita Michalkov – del “Sole ingannatore”, cioè Stalin, subendone la censura che colpi fra l’altro anche l’indimenticabile “La guardia bianca” e quel capolavoro assoluto che è “Il Maestro e Margherita”. Ci volle la glasnost di Gorbaciov per essere pubblicato in edizione integrale in Unione Sovietica nel 1989. Un autore, mi piace ricordare, già presente su questo palcoscenico quando Paolo Grassi scelse, in pieno Sessantotto, di farvi rappresentare Visita alle prove dell’isola purpurea.

Cuore di cane anche nella versione teatrale di Massini è una satira feroce nei confronti di una società post leninista, borghesi nascosti sotto l’apparenza di rivoluzionari, quegli stessi personaggi che Majakovskij impagabilmente definì come “pompadury” i profittatori della rivoluzione, che fustigava nei suoi testi teatrali, pronti a tutto pur di raggiungere il successo. È un testo bellissimo che, a ben guardare, riprende e sviluppa con tinte inquietanti il grande tema del rapporto fra servo e padrone. Qui il servo è un cane di strada, Pallino, che si trasforma in uomo anzi in homunculus come qui si dice e dunque in servo per volere di un luminare di successo, il professor Preobrazénskij, dedito fino ad allora a ringiovanire i ricconi, che vuole conquistare la gloria scientifica immettendo un’ipofisi (ma anche i testicoli, dice il romanzo) di un uomo appena morto in un cane che ha raccolto affamato, spelacchiato e ferito in un vicolo – Pallino appunto – per poi presentarlo al Teatro Anatomico di Vienna.

Il Professore spiega con dovizia di particolari il senso di quest’operazione, di questa –diciamo così – nascita, di questa nuova vita. In quel vero e proprio antro in cui si conservano importanti reperti umani in ampolle che mandano sinistri riflessi quando vengono colpite dalle luci (di Claudio De Pace) fra misteriosi oggetti di scena, con l’aiuto zelante ma sempre crudele dell’aiutante, il dottor Bormentàl, avviene la mutazione dell’animale in un essere ancora indefinito che non parla, ma gorgoglia, non si muove ma si agita e si lamenta tanto che viene chiuso in una gabbia come una bestia.

Il Professore vive con servitù in una casa lussuosa – dieci locali – in un’epoca come quella di Stalin che nell’anno in cui Bulgakov scrive il romanzo, il 1925, ha vinto, alla morte di Lenin, la lotta per il potere, decidendo fra l’altro che per ovviare alla mancanza di abitazioni per il popolo dodici metri a testa sono abbastanza per vivere. Il Professore è terrorizzato di perdere la propria casa, anche se il suo terrore è mitigato dalla certezza del futuro trionfo, e impegnato dalla vera e propria “educazione” di Pallino perché è convinto che il linguaggio, le parole per dire e definire ciò che ci circonda, siano la chiave della definitiva mutazione di Pallino, che imparerà a poco a poco a camminare eretto ma che presto si comporterà come l’uomo da cui ha preso l’ipofisi (ma anche i testicoli, si dice nel romanzo), trasformandosi in un poco di buono, violentatore di donne, ladro, delatore (il Professore dovrà subire una terrorizzante ispezione alla sua casa), pronto a servire il potere, cita Marx ed Engels fino a quando lo scienziato farà in modo che Pallino torni ad essere Pallino, un cane che si crogiola ai piedi del suo padrone. Un finale in qualche modo, per così dire, “buonista”, vista la crudeltà della storia.

Giorgio Sangati mette in scena lo spettacolo sfruttando fin nei minimi particolari quell’inquietante antro degli orrori che gli mette a disposizione la scenografia di Marco Rossi. E guida con molta attenzione e una certa sicurezza gli attori in questo balletto macabro che è Cuore di cane. Del resto gli attori sono il punto di forza di questo spettacolo. Sandro Lombardi trova accenti impensabili e inaspettati al suo Professore, autoritario, lucido e in fin dei conti crudele, offrendoci una prova superlativa. Altrettanto superlativo è il Pallino di Paolo Pierobon, straordinario quando costruisce a poco a poco la sua pseudo umanità, quando trasforma quella specie di armatura che lo sostiene in una camminata, in una presenza fortemente fisica. Tutti e due, giustamente, più e più volte chiamati al proscenio. E ottima è l’interpretazione del signorsì di Giovanni Franzoni mentre Bruna Rossi e Lucia Marinsalta sono la cuoca e la “sguattera” come si dice, di casa e Lorenzo Demaria è il temutissimo commissario del popolo.

Visto al Piccolo Teatro Grassi di Milano. Repliche fino al 10 marzo 2019. Foto Masiar Pasquali

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Cuore di cane
libera versione teatrale di Stefano Massini
dal romanzo di Michail Bulgakov
regia Giorgio Sangati
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci Claudio De Pace
trucco e acconciature Aldo Signoretti
con (in ordine alfabetico) Lorenzo Demaria, Giovanni Franzoni, Sandro Lombardi, Lucia Marinsalta, Paolo Pierobon, Bruna Rossi
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
coproduzione Compagnia Lombardi Tiezzi