Paranza, il miracolo

Il miracolo della Paranza


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Lo spettacolo vincitore dell’edizione 2013 del Festival del Teatro del Sacro mette sotto i nostri occhi un’umanità dolente e vicina a noi. Alla ricerca di una dignità che travalica gli aspetti terreniLaura Landolfi


Un’umanità allo sbando senza possibilità di redenzione. Gli ultimi, gli emarginati, chi, per uno scherzo del destino è stato tagliato fuori dalla società, sono questi i protagonisti di Paranza, il  miracolo. E sì perché un miracolo ci vuole per questi personaggi abbandonati al proprio destino per cui la paranza – quel gruppo di persone che trasporta la statua di un santo in processione – diventa una forma di ribellione, la ricerca di una via di uscita o forse solo un tramite grazie al quale condividere con altri la propria condizione.

Lo spettacolo, scritto da Katia Ippaso, Antonella Talamonti, Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte e diretto dagli ultimi due, si svolge in una scena vuota, senza tempo, che potrebbe rappresentare l’Italia del dopoguerra ma anche quella della crisi del 2008. I quattro protagonisti ci vengono presentati brevemente all’inizio; in fila a un ipotetico sportello chiedono una casa, un lavoro, forse soldi e quasi non si incrociano, isolati come sono nella propria solitudine. C’è la donna, un tempo appartenente alla buona borghesia, che vive in una macchina perché la sua casa è stata distrutta da un terremoto e si nutre delle notizie tragiche pubblicate sui giornali che usa per tappezzare i finestrini; c’è quella nata povera e molto malata che vive negli ospedali per necessità ma anche per alleviare la propria solitudine – tanto da farsi ricoverare anche il giornale di Natale – che sogna di farsi ricoverare in una clinica privata con il giardinetto perché “in clinica si sta bene”; c’è il manager tagliatore di teste a cui a sua volta la testa è stata tagliata, ridotto come un barbone e ora se ne vergogna davanti al figlio. Ad essi si aggiunge (forse un po’ artificiosamente) la cantante in cerca di affermazione lavorativa che sembra unificare nella propria, bellissima voce, le voci di tutti quanti. Allora i propri piccoli rifugi si uniscono insieme per creare un’unica macchina, simile a quelle utilizzate nelle processioni sacre, con la differenza che qui ci troviamo di fronte a una macchina laica, quasi una casa viaggiante cui di volta in volta vengono appesi abiti, foulard, persino una piantina. Piccole cose che appartengono a ciascuno dei partecipanti, abbandonati da tutti e in primo luogo dallo Stato, che fondono così insieme le proprie misere esistenze.

Inizia così il cammino  durante il quale essi incontrano altre sofferenze, altri desideri di riscatto ma anche chi promette, in cambio di un successo elettorale, di farsi portatore di quelle istanze. Di questi incontri nulla vede lo spettatore al quale tutto viene raccontato, anzi cantato grazie alle composizione originali ma che attingono ai suoni della tradizione orale riadattati in una moderna liturgia in quelli che sono i momenti più belli di uno spettacolo che ha tra le sue doti, nonostante qualche ingenuità, la capacità non semplice di unire la prosa a una matrice poetica, quella musicale. Si badi bene: nonostante questo spaccato sociale non ci troviamo davanti a un teatro civile, qui si tratta di teatro “sacro”. Infatti quello che si svolge sotto i nostri occhi è un rito, la ricerca di un’epifania. Là dove l’affermazione dei propri diritti non trova più voce, non riesce più a identificarsi in una forma di protesta o in un movimento, la voce diventa quella della cantante “santa”. Una di noi, sembrano dire i protagonisti, ma allo stesso tempo tramite con il divino che sempre è in noi.

Visto al Teatro India di Roma. Dal 15 al 17 maggio al Teatro dell’Elfo di Milano

Paranza, il miracolo
dramaturg e autore delle liriche Katia Ippaso
con Nené Barini, Filippo Luna, Germana Mastropasqua, Alessandra Roca
musiche originali e direzione musicale Antonella Talamonti
costumi Grazia Materia
scene Kallipigia Architetti
disegnatore luci Gianni Staropoli
assistente alle scene Giacomo Sette
assistente volontario alla regia Andrea Casarini
aiuto regia Maria Crescenzi
direttore dell’allestimento scenico Antonino Ficarra
i registi ringraziano Rosalba Greco