Tra Wilson e Nijinsky brilla la lezione di Baryshnikov

Fino al 20 settembre a Milano e poi in giro per il mondo ‘Letter to a Man’ che Bob Wilson ha allestito dai Diari di Nijinsky mostra alcune dissonanze ma impartisce, tramite Mikhail Baryshnikov, anche una grande lezione – Silvia Poletti

Dopo l’anteprima estiva al Festival di Spoleto, Letter to a man, il nuovo spettacolo nato dalla collaborazione tra Robert Wilson e Mikhail Baryshnikov è approdato al CRT, Milano, prima tappa di una lunga tournée mondiale.

Spunto della pièce, come risaputo, i Diari di Nijinsky, il leggendario danzatore idolatrato da poeti e artisti, punta di diamante dei Ballets Russes di Sergei Diaghilev, genio creativo tra i più audaci del Novecento, che dopo soli dieci anni di gloria, a ventinove anni piombò nel buio della follia che lo accompagnò fino alla fine. Una follia testimoniata, nel suo palesarsi, proprio da quei diari che Nijinsky scrisse furiosamente per sei mesi, dal gennaio 1919, data della sua ultima sconvolgente apparizione pubblica alla Suvretta House di Sainkt Moritz. Una storia, la sua, drammatica ma abbagliante, carica di suggestioni e fascinosa per gli eventi e i personaggi che ha intrecciato nel suo dipanarsi, molto più complessa della semplificazione aneddotica a cui spesso si riconduce (il divo ballerino amante dell’impresario pigmalione lo tradisce sposandosi con Romola; Diaghilev lo caccia dai Ballets Russes; lui per il dolore impazzisce) che nel corso del tempo non ha mancato di sollecitare traduzioni teatrali, cinematografiche, coreografiche (per chi vuole approfondire, segnalo il bel libro di Sergio Trombetta, Nizinsky, oltre ai Diari citati).

C’è una parola costante, nel flusso di coscienza che Nijinsky affida ai suoi quaderni e che diventa rivelatoria: ‘sentire’. Nijinsky ne è ossessionato: affida ai ‘sensi/sentimenti’ – ovvero alle emozioni – la centralità della vita, il fulcro della ‘ragione’ che è ben diversa dall’aridità empatica che mostra il ‘cervello’, dominatore della vita di molti – da coloro che governano il mondo e mandano i soldati a morire in guerra, all’impresario che gli deve ancora dei danari e che ora, al posto suo, sta sfruttando il giovanissimo e ingenuo Leonide Massine.

Perché insistiamo su questo dettaglio? Perché nello spettacolo di Wilson, drammaturgia di Darryl Pinchney, questo ‘sentire’ è in fondo inesistente, dettaglio trascurabile a favore della ben nota visionarietà del regista texano, che soverchia il legame storico e biografico e parte per le sue tangenti immaginifiche, in una sorta di destrutturazione/dissociazione della vicenda di partenza in una serie di quadri fantastici, chiazzati degli inconfondibili colori acidi delle sue luci (fucsia, verde mela…), attraversati da giganteschi animali antropomorfi – una gallinona gialla (il cui verso amplificato – coccodé – allude forse alle cocotte evocate da Nijinsky in un famoso ricordo delle sue pulsioni erotiche), delimitati da velari che proiettano boschi nevosi in cui il protagonista si perde in un altro episodio.

La dissociazione/destrutturazione è amplificata dalle medesime scarne frasi – registrate – dette ora da una voce femminile (quella della coreografa Lucinda Childs) ora da una voce maschile (Baryshnikov) in russo e in inglese: estrapolazioni dalle pagine furiose, in cui l’orrore della guerra – che traumatizzò definitivamente il ballerino – si riduce per esempio solo alla frase ironicamente banale: ‘conosco bene la guerra, perché la faccio alla madre di mia moglie’, mentre ogni tanto la scena è attraversata da alcuni suoni dissonanti – un grido stridulo che poi sembra trasformarsi nel pianto di un bambino (la figlia Kyra?).

D’altra parte la drammaturgia attinge solo dalle prime trenta pagine dei Diari, quasi che la dichiarata volontà di trarre semplici  suggestioni dalla vicenda  autorizzi a perlustrarla superficialmente e  serva a Wilson per sentirsi libero di fare soprattutto il ‘suo’ teatro, certo non empatico, anche se indiscutibilmente calligrafico e rigoglioso di pittorica inventiva. Così, incastonato in un teatrino da vaudeville con lucine in proscenio e musiche e canzoni americane anni ’30, ora bloccato da una camicia di forza e issato su una sedia che a tratti si capovolge, ora libero di accennare un kick off da chorus line e una routine alla Fred Astaire, Baryshnikov in frac e il pesante trucco imbiancato tipico delle visioni wilsoniane ha il difficile compito di fare da collante tra due mondi forse troppo distanti e paralleli.

Lui che come danzatore in ruoli che furono di Nijinski ha dimostrato intelligenza somma e davvero empatia umana (si pensi al geniale Petrouskha) e che come interprete teatrale ha confermato la sua più grande caratteristica – quella di mettersi, appunto – totalmente al servizio del lavoro da interpretare, affida a Wilson la sua voce pensosa, il suo corpo elegante e lieve e soprattutto quell’espressività strepitosa del volto capace di passare dalla piega grottesca e comica alla più spaurita malinconia (non a caso, ventenne danzò un celebre assolo dedicato al primo danzatore/attore della storia, Auguste Vestris) e che si coglie, percettibilmente, al di sotto della biacca straniante. E proprio questa sua disciplinata adesione all’idea di Wilson a ben pensarci in qualche modo commuove e suscita la più grande ammirazione – una vera lezione. Non a caso il pubblico decreta ogni sera un successo trionfale.

Robert Wilson | Mikhail Baryshnikov
LETTER TO A MAN
ideato e diretto da
Robert Wilson con Mikhail Baryshnikov
tratto da i Diari di Vaslav Nijinsky
testo di  Christian Dumais-Lvowski
su concessione di  The Vaslav and Romola Nijinsky Estate
progetto di Baryshnikov Productions e Change Performing Arts
commissionato da  CRT Milano e Spoleto Festival dei 2Mondi
Milano, Teatro dell’Arte, 11-20 settembre 2015