I Post di Renato Palazzi


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In cui si fanno gli auguri a un grande artista del teatro nazionale di ricerca, si riferiscono sogni rivelatori, ci si interroga sui bizzarri effetti della riforma dello spettacolo ma anche sulla “tenuta” di uno spettacolo allo scorrere inesorabile dei tempo


La notte di Capodanno ho confusamente sognato che dovevo recensire non so quale spettacolo di Romeo Castellucci, basato sul rapporto fra l’azione fisica e l’origine del linguaggio. Attraverso i gesti, i movimenti degli attori dovevo riuscire a ricostruire un verso mancante di un’ignota poesia. L’impresa mi sembrava disperata, impossibile, ma passava Maria Grazia Gregori e mi diceva con tono sicuro che «Romeo è bravissimo», facendomi dunque sentire inadeguato a decifrarne l’arduo messaggio. Il mattino dopo, ripensandoci, mi è parso di capire che forse quello non era solo l’incubo di un critico, ma l’enigma stesso della vita, l’affannoso bisogno di trovare un senso nelle cose che facciamo. Ognuno di noi ha una sua Sfinge personale che gli pone, di tanto in tanto, degli strani quesiti: peccato che ci svegliamo prima di aver trovato una risposta.

Bizzarri effetti   del decreto di riforma del teatro: per adeguarsi ai suoi parametri, per stare a galla, per reggere all’urto dei numeri – di posti in sala, di biglietti venduti, di giornate lavorative, e così via – pretesi dalla spietata burocrazia ministeriale, tutti si affrettano a cercare di unire le proprie sorti, di conglomerarsi, di fondersi, di mettere insieme percorsi che hanno ben poco in comune. Tutti si spostano, si trapiantano, si accasano presso altre realtà consolidate, portando in dote dei finanziamenti precedenti, una capacità di far cassetta, un pubblico di fedelissimi. Il comunicato con cui Corrado D’Elia informa amici e conoscenti che dal primo maggio, lasciato il Teatro Libero, entrerà a far parte della direzione artistica delle Manifatture Teatrali Milanesi – Litta e Quellidigrock Associati – dove la sua compagnia troverà residenza stabile, più che la notizia su una migrazione da un palcoscenico all’altro sembra un annuncio di matrimonio.

Mi suscita molti dubbi il ritorno in scena – dal 27, al Teatro Strehler di Milano – di Gaudeamus, lo storico spettacolo di Lev Dodin che rappresenta l’ottusità e il degrado morale del regime sovietico attraverso le vicende di un gruppo di soldati in un campo di addestramento dell’Armata Rossa. Realizzato nell’89, in piena perestrojka, divenne l’emblema di un teatro del dissenso. Riproporlo ora, in una nuova versione, avrà davvero senso? Dodin è un artista di indiscusso rigore, e forse è giusto che mostri questa sua creazione a chi in passato non ha avuto modo di vederla. Ma gli spettacoli sono organismi vivi, strettamente legati agli umori e ai sentimenti del tempo in cui nascono, soprattutto se è un tempo di grandi rivolgimenti politici. È difficile che, dopo mezzo secolo, un qualunque evento teatrale, fosse pure il più grande capolavoro,  mantenga intatta la sua urgenza, la sua freschezza originaria: ricordo il rifacimento da parte di Strehler, nel ’94, dei Giganti della montagna, identico al meraviglioso allestimento del ’66, ma gelido, privo di tensione. Il clima allusivo, le sottili invenzioni metaforiche di Gaudeamus, sganciate dalla specifica situazione a cui si riferivano, diranno ancora qualcosa alle generazioni di oggi?

Auguri a Vittorio Franceschi (foto), che compie ottant’anni e li festeggia questa settimana all’Arena del Sole di Bologna, dove legge ogni sera un proprio testo, dando voce da solo a tutti i personaggi. Attore, regista, autore di una quindicina di pièce, è stato tra i fondatori dell’Associazione Nuova Scena, una delle iniziative che, alla fine degli anni Sessanta, hanno contribuito a cambiare volto al teatro italiano, e ha portato in ognuna di queste attività il segno di un estro personalissimo, grottesco, surreale, divenendo il perfetto interprete di un’idea di teatro a cavallo fra tradizione e ricerca, sempre pungente, mai banale. Come il suo coetaneo Giuliano Scabia, è passato con naturalezza dai panni dell’aguzzo innovatore a quelli del maestro, senza perdere la propria lucida ferocia. È di figure come loro che continuiamo ad avere gran bisogno.