Galois, la solitudine di un numero primo


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Merita lunga vita questo spettacolo scritto da Paolo Giordano e soprattutto interpretato da Fabrizio Falco, 27enne di talento innamoratosi della storia di un geniale matematico francese morto in un duello ancora ventenneMaria Grazia Gregori

Vita di un ragazzo prodigio morto a ventun anni, Evariste Galois, che scoprì poco più che adolescente un metodo generale per vedere se un’equazione fosse risolvibile o meno sviluppando una branca importantissima per l’algebra astratta. Personaggio che ha affascinato anche il cinema (ricordo, per esempio, il film di Ansano Giannarelli Non ho tempo, 1973, con Mario Gamba). A mettere in scena Galois e a interpretarlo è il ventisettenne Fabrizio Falco, forse l’attore più dotato della sua generazione, senza dubbio il più curioso, che già da tempo percorre nel teatro un doppio binario: lavorare con registi famosi, per esempio in questi ultimi anni con Luca Ronconi, e parallelamente sviluppare una sua personale linea di ricerca drammaturgica. Le parole per questo Galois gliele ha scritte Paolo Giordano, autore del fortunato romanzo La solitudine dei numeri primi: da questa collaborazione è nato lo spettacolo che si è visto al Teatro Gobetti di Torino in una piccola saletta intitolata a Pasolini, che proprio lì, in quel luogo minuscolo, mise in scena per la prima volta Orgia con Laura Betti.

La scena (di Eleonora Rossi) è una specie di strada o un grande foglio che divide in due verticalmente lo spazio con il pubblico seduto su due lati. A un’estremità di questa strada c’è una specie di porta alla quale si affaccerà l’amico che dovrà condurre Evariste a un duello con la pistola che segnerà, nel 1832, la fine della sue breve vita. Proprio su questa vita che se ne va così in fretta si concentreranno le ultime parole da lui dette al fratello dopo una notte di agonia (un colpo di pistola gli aveva perforato l’addome e la mattina dopo morirà di peritonite): “non piangere, ho bisogno di tutto il mio coraggio per morire a 20 anni”. Alla parte opposta della scena – strada ricoperta da un grande foglio che riporta iscrizioni di equazioni e di formule e un gigantesco 3, numero “magico” per Galois (“il mio 3 è rosso come il sangue che esce dal taglio”), seduto a un tavolo illuminato da una lampada su cui sta poggiata una pistola, fra scartoffie consultate con un’irrefrenabile ansia psicomotoria, il giovane genio aspetta la sua morte quando appare l’amico Auguste (Francesco Marino) che lo chiama, fatale annunciatore di qualcosa che non può essere rinviato, il suo personale Zeitnot (non c’è tempo) direbbe la Morte al cavaliere giocatore di scacchi come nel celeberrimo film di Bergman Il settimo sigillo.

In questa stanza, combattendo con i suoi fantasmi, Galois passa le ultime ore della sua vita (Tredici ore per l’immortalità si intitola la biografia di Galois scritta da Leopold Infeld che Giordano stesso rivela essere alla base della sua fascinazione per questo genio ragazzo) per sistemare i suoi lavori matematici, per renderli il più possibile comprensibili a chi li avrebbe avuti fra le mani dopo la sua morte, anche se la scoperta della sua genialità non fu immediata e anche molto controversa.

Ma perché e per chi si batterà il giovane Galois in questo duello che lo porterà alla morte?Si dice che fosse per difendere l’onore di una ragazza che amava, ma il matematico che pur così giovane aveva destato invidia nel mondo della scienza, non era nuovo a gesti sconsiderati e decisamente esibizionisti come quando facendo un brindisi contro il re con un coltello in mano fu rinchiuso in carcere e anche da studente del Liceo Louis le Grand si dice mal sopportasse la disciplina. Un irregolare di genio divorato dalla passione per la matematica concentrato su se stesso e assolutamente certo del proprio valore.

Se poi ci domandassimo cosa succede quando un premio Strega e premio Campiello incontra un premio Mastroianni e un premio Ubu, dando a Giordano quel che è di Giordano, cioè l’avere scritto un monologo funzionale che mescola fatti reali a intuizioni personali, un merito ce l’ha anche il Teatro Stabile di Torino che l’ha prodotto in collaborazione con Minimo Comune Teatro e Officine Einaudi. Ma il merito principale è, senza dubbio, di Fabrizio Falco, impressionante nella sua determinata adesione al personaggio, di cui rispecchia con una sensibilità fortissima la predestinazione per un destino da genio ma anche da vittima. Speriamo che questo spettacolo abbia una lunga vita, se lo merita.

Visto al Teatro Gobetti di Torino

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Galois
di Paolo Giordano
interpretazione e regia Fabrizio Falco
con la partecipazione di Francesco Marino
scene Eleonora Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci Daniele Ciprì
musiche Angelo Vitaliano
aiuto regia Maurizio Spicuzza
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale in collaborazione con Minimo Comune Teatro e Officina Einaudi