L’angelo dell’informazione


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Nel testo teatrale di Moravia, che denuncia il tempo e il clima in cui fu scritto, Lorenzo Loris individua un nodo oggi più che mai di attualità, legato alla pervasività spesso priva di sostanza dell’informazione. Ma non sono da meno altri aspetti più intimi e morbosi legati al ménage à trois che viene rappresentato. Bravissima Silvia ValsesiaRenato Palazzi

Proseguendo il suo puntiglioso itinerario fra gli scrittori italiani del Novecento, Lorenzo Loris affronta coraggiosamente – dopo Pasolini, Gadda, Testori, Balestrini, Calvino – un testo di Moravia, autore che al teatro si è spesso applicato, e con non occasionale interesse, senza riceverne però quell’attenzione o diciamo pure quella fama che è stata invece riservata alle sue opere letterarie. Erano gli anni in cui imperava il teatro di regia duro e puro, votato per sua natura all’esegesi dei grandi classici, materia prima e privilegiata di imponenti macchine spettacolari, dunque inesorabilmente restio alla sostanza più scarna e immediata della drammaturgia nazionale contemporanea. E infatti L’angelo dell’informazione, la commedia che Loris ha allestito all’Out Off, ha avuto in passato una sola messinscena, realizzata nell’85 per il Festival di Spoleto, e sotto la direzione non di un regista ma di un attore, Giorgio Albertazzi, che ne era anche uno degli interpreti.

Come in genere accade nelle opere di Moravia, L’angelo dell’informazione è caratterizzato da una scrittura ironica ma puntuta, con qualcosa – a mio avviso – di acidulo, di vagamente scostante. La struttura è quella di una commedia borghese, dall’andamento all’apparenza salottiero, ma l’immancabile tema del “triangolo” amoroso, del tradimento da parte di una moglie spigliata, che rivendica il proprio diritto di amare il marito senza rinunciare al rapporto con l’amante, viene come irrigidito in una sorta di schematismo dimostrativo: se il suo matrimonio è messo in crisi da una mancanza di verità all’interno della coppia, dall’innata tentazione di occultare la relazione clandestina dietro una cortina di menzogne, lei reagisce puntando a un eccesso di verità, a uno sfoggio di dettagli intimi spinto quasi a un’esibizione maniacale.

Fin qui la materia resta pur sempre circoscritta nell’ambito di quella trama sessual-sentimentale che parrebbe costituirne il filo conduttore. Ma il marito della donna fa il commentatore politico per un importante quotidiano, per il quale sta seguendo un grave incidente internazionale, il famoso abbattimento – avvenuto nell’83, da parte di un Mig sovietico – di un jumbo sud-coreano con 250 passeggeri a bordo: e, destreggiandosi fra lanci d’agenzia, aggiornamenti, conferme o smentite dell’ultima ora, teorizza il fatto che nella moderna industria dell’informazione vi siano due modi per impedire la conoscenza di quanto realmente sta accadendo, nascondere le notizie, non darle proprio, o fornirne una tale quantità che la verità ne resti schiacciata e sostanzialmente inaccessibile.

È di fatto questo aspetto – quello dell’eccesso di comunicazione, del dire troppo per non dire nulla – che mi pare abbia attirato Loris e gli sia apparso un tratto essenziale della nostra condizione di oggi. L’analisi critica delle responsabilità dei mass media è ovviamente un elemento del testo, e credo sia giusto e interessante, da parte del regista, cercare di porla in evidenza. La mia impressione è però che l’episodio dell’aereo e l’eventuale strategia di depistaggio dei giornali siano per l’autore un puro risvolto esemplificativo, poco più di un pretesto: ciò che davvero sta a cuore a Moravia, a mio avviso, è soprattutto la dimensione interpersonale di questa smania descrittiva, e in particolare – come è nell’indole dello scrittore – la sua componente sottilmente erotica, in qualche modo, senza banalizzarla, persino voyeuristica.

E infatti, nello sviluppo del ménage à trois, risalta soprattutto la differenza di reazioni fra i due maschi: mentre Dirce, l’angelica provocatrice, compie i suoi conturbanti esercizi di radicale sincerità, mettendo in comune ogni genere di pratica carnale riservata all’uno o all’altro, il marito vuole saperne sempre di più, interroga, indaga, entra avidamente nei particolari più scabrosi, mentre l’amante si scandalizza, rifiuta anche solo di sfiorare l’argomento. Sarà che il primo, l’intellettuale borghese, si eccita masochisticamente nell’immaginare la moglie a letto con un estraneo, mentre il secondo, pilota, uomo d’azione, bada solo alla fisicità del loro rapporto, e alle soddisfazioni che ne può ricavare?

O forse Matteo, il giornalista, mette in atto nella sua sfera personale quel meccanismo di depistaggio del quale è consapevolmente parte nella vita professionale, e accetta di farsi dare più informazioni possibile per coprire una verità altrimenti insopportabile, il fatto cioè che la moglie lo tradisce? Oppure è Dirce a stordire invece i due uomini investendoli con quei minuziosi resoconti boccacceschi per attutire gli effetti della sua assoluta e inderogabile verità biologica, ovvero la scoperta di essere incinta, di aspettare un figlio del cui padre forse neppure lei è totalmente certa? Che, in questo senso, l’Angelo dell’Informazione diventa a suo modo quell’Angelo dell’Annunciazione – annunciazione della propria stessa gravidanza – cui il titolo rimanda allusivamente, e che così troverebbe una piena seppur distorta attuazione?

Il pregio del testo – intelligente, a tratti divertente, piuttosto datato, molto riconoscibile e riconducibile, nell’impronta linguistica e nelle psicologie dei personaggi, all’epoca in cui è stato scritto – sta proprio in questa programmatica ambiguità, in questa ostinata capacità di trasformare delle storie di membri più o meno grossi, più o meno prontamente estratti dai pantaloni in un acuminato paradosso concettuale, in un acre teorema sui labirinti della verità e sugli sfuggenti rapporti tra verità private e verità collettive: ma ciò che si celebra, in definitiva, è in primo luogo il trionfo in sé di un’orgogliosa e liberatoria disinibizione, non soltanto femminile.

Loris, come già aveva fatto in altre, precedenti tappe di questo suo percorso nel Novecento italiano, limita al massimo il proprio intervento registico, mettendosi completamente al servizio del copione. La scena di Daniela Gardinazzi si limita a spostare l’azione dai confortevoli appartamenti romani in cui si svolge a una sorta di metaforico deposito di attrezzerie teatrali, fra praticabili scrostati che si tramutano in giacigli, trespoli metallici e tapparelle sghembe che pendono dal soffitto. La regia punta sopratutto a valorizzare, qui più che mai, le minute sfumature della parola. Grande rilievo assume dunque la sapiente orchestrazione interpretativa, in cui spicca specialmente la prorompente prova della bravissima Silvia Valsesia, insieme insinuante e spudorata, solare e impenetrabile, affiancata da un convincente Antonio Gargiulo e, più defilato nei panni di Vasco, dall’attore-musicista Daniele Gaggianesi.

Visto al Teatro Out Off di Milano. Repliche fino al 4 febbraio

L’angelo dell’informazione
di Alberto Moravia
regia: Lorenzo Loris
scene: Daniela Gardinazzi
costumi: Nicoletta Crccolini
luci: Alessandro Tinelli
con: Antonio Gargiulo, Silvia Valsesia, Daniele Gaggianesi