L’uomo seme


Warning: Parameter 2 to wp_hide_post_Public::query_posts_join() expected to be a reference, value given in /home/customer/www/delteatro.it/public_html/wp-includes/class-wp-hook.php on line 303

Altera ma ribollente di energia, Sonia Bergamasco firma una nuova regia e interpreta, non più sola in scena, la pièce tratta dal libro di Violette Ailhaud, ambientato in un paesino in cui la guerra ha privato le donne della presenza maschileMaria Grazia Gregori


Donne sole, donne senza uomini, ma non per scelta. Donne che certamente sentono la mancanza dell’uomo-amante ma che agiscono mosse da un bisogno primordiale – l’accoppiamento – spinte non solo dal desiderio sessuale ma dalla tensione ancestrale che annulla tutto fuorché il bisogno che qualcosa possa sopravvivere, moltiplicarsi. In natura tutto questo è più semplice anche se ugualmente invasivo, violento. Fra gli uomini e le donne questo bisogno ha molle e conseguenze più complesse, più sovrastrutture perché si deve non solo fare piazza pulita di qualsiasi freno inibitorio, ma anche di qualsiasi remora morale nell’ottemperare a questa spinta – istinto, bisogno irrefrenabile al quale, spesso diamo il nome di amore.

Questo e molto altro ci dice il nuovo spettacolo di Sonia Bergamasco L’uomo seme, prodotto dal Teatro Franco Parenti e dall’attrice stessa, visto al Teatro dell’Arte della Triennale e ora in tournée, che racconta una storia che si svolge nel 1852 in un piccolo villaggio dell’Alta Provenza al tempo delle purghe di Napoleone III nei confronti dei moti popolari nati per fare della Francia una repubblica. Villaggio che sarà del tutto privato degli uomini che verranno presi prigionieri o rastrellati per rimpinguare l’esercito.

Il piccolo libro – di Violette Ailhaud – dal quale Sonia Bergamasco ha tratto questo spettacolo è un specie di diario scritto dall’autrice molti anni dopo l’accaduto nel 1919, quando la terribile prima guerra mondiale le apparve come una violenta iattura per il suo villaggio per via di una sterminata serie di uomini morti in quel paese provocando in quel luogo ancora una volta ciò che Gadda (riferendosi alla stessa guerra) definiva “l’assenza di maschilità”. Lasciato, alla sua morte, in eredità alla maggiore delle sue eredi in linea femminile con l’obbligo di non renderlo pubblico prima dell’estate del 1952, solo allora la vicenda vide la luce.

La storia è presto detta. Le donne di un piccolo paesino, Saule-Mort, nell’Alta Provenza, stremate dalla lunga mancanza dei loro uomini, dal desiderio di un corpo altro dal loro, e dall’orrore di grembi resi sterili dall’assenza, decidono all’unanimità che il primo uomo che fosse arrivato al villaggio avrebbe dovuto fare l’amore con tutte per poterle ingravidare e, finalmente, renderle madri. Ma chi farà per prima l’amore con lui sarà la prima donna che lui avrà toccato. L’uomo che arriverà, accetterà e dirà alle donne di non temere: lui farà tutto quello che deve fare in modo di soddisfarle tutte a turno perché ogni lavoro se si deve fare deve “essere fatto bene”.

Inquieta indagatrice del mondo femminile in tutta la sua complessità, curiosa di quanto possa passare dentro un cuore di donna, Sonia Bergamasco con L’uomo seme ci ha dato la sua prova forse non più bella, ma sicuramente più matura e più profonda non solo interpretando il testo ma anche firmandone la regia di forte impatto espressivo ed estetico. Questa volta l’attrice-regista non è sola nel suo ruolo di narratrice, ma apre la scena a più voci a partire dal quartetto formato dal gruppo tutto femminile delle Faraualla, alle quali affida la parte centrale dello spettacolo riempita dai loro canti e da coreografie (di Elisa Barucchieri) di forte intensità, legate ai lavori dei campi e all’evolversi delle stagioni: un mondo agricolo-tribale che si muove attorno a un albero che giganteggia al centro delle scena, un po’ casa, un po’ riparo. Qui arriva lui, Jean (il percussionista Rodolfo Rossi), il portatore di seme che non dice una parola ma che “parla” e agisce attraverso i suoi strumenti musicali a prima vista rozzi, con suoni che simboleggiano un desiderio che desta gelosia.

L’uomo seme è uno spettacolo all’apparenza evocativo (ma forse dovrei dire astratto) condotto con mano sicura da Sonia Bergamasco che, indossando un elegante mantello e abito verdi (i prati, gli alberi, la natura) stile Novecento sta fuori e dentro la storia, voce narrante di un libro che ci invita a sfogliare con lei e di cui conosce tutti i segreti. Una provocazione casta. E poi, via, Sonia Bergamasco è sempre lei: donna e attrice che non dimentica mai di essere l’una e l’altra, sembra fragile ma è di titanio. Credo che in lei, pronta a buttarsi anima e corpo nelle cose che fa e di cui ama assumersi la responsabilità in prima persona, che ama il nitore, ribolla un magma incandescente, pronto a esplodere quanto meno ce lo si aspetti. Altera sì, ma bollente.

Visto al Teatro dell’Arte di Milano

L’uomo seme
racconto di scena ideato e diretto da: Sonia Bergamasco
tratto da: L’uomo seme di Violette Ailhaud (traduzione di Monica Capuani)
drammaturgia musicale a cura di: Rodolfo Rossi
e del quartetto vocale Faraualla
con: Sonia Bergamasco, Rodolfo Rossi, Loredana Savino, Gabriella Schiavone, Maristella Schiavone,
Teresa Vallarella
scena e costumi: Barbara Petrecca
luci: Cesare Accetta
cura del movimento: Elisa Barucchieri
assistente alla regia: Mariangela Berardi
costumi realizzati presso: la sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni
produzione: Teatro Franco Parenti/Sonia Bergamasco
si ringrazia per la collaborazione: Triennale Teatro dell’Arte e il Comune di Lucera