La cognizione del dolore

La cognizione del dolore


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Il regista Lorenzo Loris torna ad dirigere un testo di Carlo Emilio Gadda. La prosa ardente e riconoscibilissima del “gran lombardo” sembra non adattarsi alla scena, ma in realtà è vero l’opposto. Fondamentale l’apporto di Mario Sala e Monica Bonomi. Da non perdereRenato Palazzi

Proseguendo nel suo encomiabile percorso fra i grandi autori lombardi del secolo scorso – o fra quelli che hanno posto la Lombardia al centro di qualche loro creazione – Lorenzo Loris torna ad affrontare la scrittura fibrillante e visionaria di Carlo Emilio Gadda: dopo i racconti de L’Adalgisa, che componevano un affresco milanese in fondo improntato a una sorta di feroce leggerezza, il regista punta stavolta a un romanzo gaddiano per molti aspetti più impegnativo, o quanto meno più acremente introspettivo, quello che non a caso ha per emblematico titolo La cognizione del dolore. Il quadro antropologico è grosso modo lo stesso, ma nel pungente ritratto di una fatua borghesia meneghina si insinua un’ombra di foschi pensieri.

Anche qui, come nel Pasticciaccio brutto de via Merulana, al centro della vicenda c’è un fatto di sangue, il brutale assassinio di una donna. Anche qui, come nel Pasticciaccio, manca un finale di senso compiuto, che l’autore non riuscì a scrivere, o forse non lo ritenne necessario: questi epiloghi lasciati in sospeso, come a metà di un gesto, di un’azione, tutto sommato forse bastano a se stessi, non richiedono ulteriori chiavi di lettura. Non è d’altronde la mera dinamica degli avvenimenti che sta a cuore a Gadda, ma la più ampia situazione di cui essi sono il sintomo, il fascismo trionfante nella Roma del ventennio che fa da sfondo al Pasticciaccio, gli echi di un più sfumato avvento del regime fra le ville brianzole del primo dopoguerra, in cui è ambientata La cognizione del dolore.

La trama, di forte sapore autobiografico, è all’apparenza semplice: c’è un immaginario paese sudamericano, il Maradagàl, appena uscito da una disastrosa guerra fratricida con uno stato vicino, il Parapagàl. E c’è un protagonista, l’hidalgo-ingegnere Gonzalo Pirobutirro – molto somigliante allo stesso Gadda – che da quella guerra è uscito sconquassato nel profondo, segnato da devastanti nevrosi, misantropo, intollerante, legato da un rapporto di affetto-repulsione all’anziana madre, con cui divide una sontuosa dimora che per lei è un simbolo di status e per lui una prigione. Ci sono infine gli ambigui addetti a un istituto di vigilanza, che potrebbero avere qualcosa a che fare con l’aggressione subita dalla vecchia. Ma l’intreccio, come si diceva, termina qui, resta incompiuto.

Dico che questa trama è solo all’apparenza semplice perché proprio le sue assonanze con le esperienze passate, coi risvolti privati, con le ubbìe, con le fobìe dello stesso Gadda caricano ogni passaggio del testo di sofferte risonanze allusive, ne fanno un tutt’uno con quel grumo di dolore che sta – appunto – all’origine della sua ispirazione, che si impasta indissolubilmente con la sua stratificata tessitura verbale: basti pensare ai ricordi dell’efferata carneficina bellica, di cui lui, come si sa, fu inorridito testimone, dopo essere stato un fervente interventista, o ai sentimenti ambivalenti nei confronti del fratello, morto proprio nel conflitto. Lo scrittore si identifica palesemente con Gonzalo, ma è talmente onnipresente che ogni personaggio parla un po’ per bocca sua.

Lo spettacolo che Loris ha realizzato all’Out Off di Milano, spoglio, onirico, quasi privo di appigli concreti, è dunque in effetti un puro viaggio mentale, una discesa agli inferi di una psiche agitata e febbrile. La scenografia è ridotta al minimo indispensabile, i personaggi sono come stagliati in un vuoto, in uno spazio che non è geografico ma letterario, legato a insondabili mappe emotive. Tutti gli attori si moltiplicano in ruoli diversi, con una vocazione metamorfica che dalla pagina sembra approdare direttamente alla ribalta: le figure che tratteggiano non fanno pensare tuttavia a individui in carne e ossa, ma alle maschere di uno sfaccettato teatrino interiore.

Uno spettacolo da un’opera di Gadda, però, è anche sempre una  ardimentosa avventura linguistica: e neppure l’adattamento de La cognizione del dolore si sottrae a quella che è ormai la forma rappresentativa suggerita e quasi imposta dai suoi testi, ovvero una sintassi complessa in cui si intrecciano le narrazioni in prima e in terza persona, il punto di vista soggettivo di chi agisce e lo sguardo esterno dell’autore. Al consueto italiano lombardizzato tipicamente gaddiano si mescolano qui degli sfrontati spagnolismi, in un mondo di peones e di vigilancia para la noche. Ma l’incontenibile architettura barocca del suo ordito stilistico ti colpisce, ti investe praticamente a ogni parola, a ogni frase, che sia essa sulla cicala che «dilatava l’immensità calma dell’estate» o sulla madre che pareva fosse al mondo «soltanto per tener su i brillanti, come una pianta per tener su le ciliegie».

Nel cuore buio del cupio dissolvi che affligge Gonzalo c’è come un rigetto, un orrore dell’io, «il più lurido di tutti i pronomi», i quali pronomi a loro volta altro non sono se non «i pidocchi del pensiero», come lui eloquentemente li definisce. «Il solo fatto – dice – che noi seguitiamo a proclamare …. io, tu…. con le nostre bocche screanzate …. con la nostra avarizia di stitici predestinati alla putrescenza …. io, tu …. Quando l’immensità si coagula…. in una tirchia e rattrappita persona…. Quando l’essere si parzializza, in un sacco, in una lercia trippa, dove i confini sono più miserabili e più fessi di questo fesso muro pagatasse… »

Va sottolineato, nella felice riuscita di una tale ardua mimesi lessicale, il fondamentale apporto degli interpreti principali, Mario Sala, che è sempre un attore dagli estri non comuni, e l’eccellente Monica Bonomi: il primo disegna un Gonzalo dai repentini sbalzi d’umore, balzano, tormentato, egocentrico, chiuso, iroso, aderendo perfettamente a quella lingua immaginifica di Gadda, che pare avere poco a che fare col teatro, ma si rivela in realtà fatta apposta per essere recitata. La seconda si cala nei panni della madre con minuzia di gesti e di dettagli, ma senza mai cadere nella mera caratterizzazione. Meno connotata, nel complesso, la prova degli altri, Cristina Caridi, Claudio Marconi e Nicola Ciammarughi. Peccato che spettacoli di così buona qualità siano ormai sempre più spesso destinati a una sala semivuota.

Visto al Teatro Out Off di Milano. Repliche fino al 21 dicembre 2014

La cognizione del dolore
da Carlo Emilio Gadda
adattamento e regia: Lorenzo Loris
scena: Daniela Gardinazzi
costumi: Nicoletta Ceccolini
musiche: Simone Spreafico
audio e video: Alessandro Canali
luci e fonica: Stefano Bolgè
con: Mario Sala, Claudio Marconi, Monica Bonomi, Nicola Ciammarughi, Cristina Caridi

3 commenti su “La cognizione del dolore

  1. Critica accurata, che dice molte cose esatte circa l’operazione che con Loris abbiamo fatto. Ma se lo spettacolo è così bello, possibile che non sia merito dell’Ensemble unito nel progetto del regista e nell’azione creativa dell’autore, ma unicamente del lavoro dei due attori protagonisti?
    Che Monica E Mario siano bravissimi non vi è alcun dubbio, ma dividere con una pagellina il corpo unitario degli attori “altri”, si sarebbe potuto dire “secondari”, a questo punto, è poco “connotante” per una critica. Per quanto mi riguarda il Critico è parte del processo artistico del Teatro, benché parte postuma, non è spettatore, ma interviene all’interno di un processo già in atto e ne costituisce in qualche modo una continuazione, per questo dispiace sentire che persino nei progetti artistici riusciti, con tutti i limiti e le difficoltà, anche economiche, che gli artisti devono fare per tenersi uniti in delicato equilibrio, si producano strampalati meccanismi di giudizio personalistico e sommario.
    Ovvio, questa è solo il mio commento a caldo, riflesso forse istintivo dell’orgoglio personale… Ma mi è capitato spesso di intervenire in ugual modo a difesa dell’unità degli artisti scelti dal regista, anche quando ad essere messo sul piedistallo fui io… Brutto pronome lo so “Io”.
    In ogni caso ho apprezzato molto le parole da lei dedicate a questo spettacolo.
    Pronto anche a discuterne personalmente.
    Nicola Ciammarughi

  2. Qualcuno mi sa dire se e dove è possibile al momento vedere questo spettacolo? Vorrei portarci un gruppo di studenti. Grazie – Caterina Verbaro

    • Gentile amica, lo spettacolo è stato in scena al Teatro Out Off di Milano nel periodo a cui risale la nostra recensione (dicembre 2014). Le posso consigliare di tenere d’occhio la programmazione del teatro milanese (www.teatrooutoff.it/null) sperando in una nuova programmazione. Cordiali saluti. e.f.