Carullo-Minasi

Il Dolore di Carullo-Minasi

In un periodo di rapporti tesi nel mondo del teatro italiano, desta amarezza l’esclusione di Carullo-Minasi dalla messinscena di “Dolore sotto chiave” di Eduardo, proposta da Teatri Uniti. Vediamone alcuni perchéRenato Palazzi


In un periodo contrassegnato da litigi e rotture dei rapporti – Giuseppe Battiston che, a Verona, taglia i ponti col regista Pappi Corsicato e continua a lavorare per suo conto su un approccio più personale all’Otello, la proprietà del Teatro Carcano di Milano che fa fuori in un colpo solo l’intero staff direttivo, il battibecco on-line tra Claudia Cannella e Anna Bandettini, una che attacca il premio Ubu, l’altra che le risponde a muso duro, e poi le roventi polemiche su un’estate romana che, secondo i detrattori, è troppo aperta all’innovazione, e altri scontri, altri malumori che magari scoppieranno prima dell’autunno – suscita particolare amarezza l’esclusione della compagnia Carullo-Minasi dalla messinscena, di Dolore sotto chiave di Eduardo, proposta al Napoli Teatro Festival dai Teatri Uniti con la regia di Francesco Saponaro.

Suscita amarezza, la vicenda, perché anche a vederla dall’esterno, senza saperne troppo, resta comunque l’impressione che a farne le spese siano stati i più deboli, quelli che, per ragioni anagrafiche, dovrebbero probabilmente tacere e accettare qualunque imposizione. Suscita amarezza, perché sappiamo tutti che subire un sopruso – reale o presunto, ma per loro tale è stato – quando ancora si stanno muovendo i primi passi nel mestiere ingenera una sfiducia nelle istituzioni – nel sistema, come si diceva una volta – che difficilmente verrà in seguito sanato. E suscita amarezza soprattutto perché ha bruscamente posto fine a una delle esperienze più interessanti di un’estate per ora non del tutto memorabile.

È sempre difficile entrare nei segreti equilibri delle relazioni artistiche, distinguere in modo netto le ragioni e i torti delle parti. C’è sempre qualcosa di profondo e viscerale, nelle energie che si investono in palcoscenico, qualcosa per cui gli attriti e le incomprensioni diventano prima o poi quasi inevitabili. E diventano forse ancora più inevitabili quando si pongono a confronto artisti di generazioni diverse, dove entrano in gioco – sono disposto ad ammetterlo – tutto lo zelo, tutta l’impazienza, tutto l’eccesso di aspettative di chi ancora sta cercando la propria strada, ma anche tutta la diffidenza, tutta l’indifferenza e la tendenza a chiudersi e a difendere le posizioni acquisite di chi quella strada l’ha già trovata da tempo.

Per questo ho esitato a lungo prima di affrontare il problema. Ma l’incapacità di rassegnarsi, la disperazione senza requie di Cristiana Minasi mi induce almeno a puntualizzare un aspetto per nulla trascurabile: al di là delle specifiche motivazioni, al di là di scelte terminologiche più o meno infelici nel comunicare l’accaduto, mi pare che il progetto nascesse come un incontro fra due entità ben distinte, i Teatri Uniti e la compagnia Carullo-Minasi – e dunque non come un’iniziativa dei Teatri Uniti di comporre un cast che comprendesse questi ultimi – allo scopo di dare vita a una particolare interpretazione dell’atto unico di Eduardo.

L’originalità, la specificità di questa scelta consisteva appunto nel fare interagire un giovane gruppo del nuovo teatro italiano di questi anni con un’opera della tradizione, creando una reazione chimica tra due linguaggi, verificando quali effetti ne potessero derivare. Era un’importante occasione per Carullo-Minasi, ma era anche un’occasione per i Teatri Uniti, che si sarebbero aperti ad altre  prospettive, e per il testo di Eduardo, che ne sarebbe potuto uscire rivitalizzato. È chiaro che se volutamente, programmaticamente si mettono insieme poetiche diverse, non ci si può poi lamentare per le divergenze di opinioni. E allontanare i due a pochi giorni dal debutto, sostituirli con altri attori più vicini al regista non mi è parso in ogni caso particolarmente elegante.

È, in definitiva, un momento troppo delicato per il nostro teatro, come per ogni altro aspetto della nostra vita collettiva, perché ci si possa permettere di sprecare energie e idee e passioni accapigliandosi per futili motivi. Per questo sono convinto che in questa lite ci abbiamo rimesso tutti, non solo Carullo e Minasi.

2 commenti su “Il Dolore di Carullo-Minasi

  1. piccola precisazione:
    la frase
    “le roventi polemiche su un’estate romana che, secondo i detrattori, è troppo aperta all’innovazione”
    non è assolutamente vera.
    Ho personalmente assistito ad una riunione in cui i non vincitori di bando si domandavano quali criteri erano stati usati per fare il bando, perché erano diversi da quelli “promessi” e come mai per il bando parallelo per i “festival storici” non era stata premiata veramente la “storicità” (sono rimasti fuori festival con più di 30 anni alle spalle).
    Ma mai nessuno ha parlato di troppa apertura all’innovazione (dato che la maggior parte dei vincitori non è un innovatore) e inoltre aggiungerei che nessuno si è sognato di dire che chi ha vinto non se lo meritava.

  2. Caro Renato,
    la vicenda Carullo-Minasi vive al margine di una tragedia più vasta, che proverò a descriverti, e muore in un assordante silenzio, ma è solo una goccia nel mare dell’indifferenza generale che è la vera tragedia del “teatro” a Napoli, dove, mentre la politica insegue il “business” dell’immagine del “grande evento” e spartisce le risorse economiche in maniera clientelare, tutto il resto del teatro muore strozzato dai debiti e ricattato da chi chiude o apre i rubinetti del sostegno finanziario, come più gli aggrada o meglio, fingendo di sottostare alle regole di una crisi, ad arte, pilotata a senso unico.
    Un grido di dolore, anni fa, si alzò da questa città “puttana”, ma si risolse in un grido silenzioso, muto, vigliacco, in una parola “servo” … in tanti gridammo “giù le mani dalla cultura, la politica faccia un passo indietro, il potere faccia un passo indietro e restituisca credibilità alle istituzioni pubbliche”, in tanti dicemmo basta ad un Napoli Teatro Festival e a un Mercadante, monopolio privato del reggente di turno, avulso dal contesto teatrale di un intera regione, dominio della spocchia e della arroganza di chi interpreta, oggi più che mai, privatisticamente, il proprio ruolo di funzionario pubblico, imponendo un regime assolutistico, frutto di un conflitto di interessi conclamato e, strafottentemente, imposto, ad arte, a tutti, come sempre avviene in questa Italietta in cui ci vuol poco a far passare per “formaggio”, un’ “immagine di formaggio” (v. la grande magia).
    In tanti lo gridammo, eravamo 100, ma bastò la solita distribuzione di “pasta” di laurina memoria, bastò il contentino spacciato per democrazia statutaria, bastò invitare tutti al banchetto, al gran “ballo de’ pezziente”, distribuire qualche “refezione, qualche “maschera” come “cotillon” al “Circolo della caccia”, tra tutti “Quei figuri di tanti anni fa” tesserati come nuovi soci, perché la maggior parte di quelli che avevano gridato dolorosamente, lasciasse che il grido strozzasse nelle loro gole, mutando in un “tengo figli” generale, cortigiano e servile, lasciando che al “teatro”, in questa città, fosse imposto un vero e proprio “marchio culturale” di natura politica (v. Statuto della Fondazione Campania dei Festival) il marchio degli ultimi “vincitori” di berlusconiana memoria, che appena giunti occuparono tutto l’occupabile e distrussero tutto ciò che appena, appena, somigliasse o provenisse da quella “cultura” che loro consideravano la loro principale nemica, in quanto da sempre di “sinistra” e quindi degna di essere drasticamente demolita. E’ tragicomico, non trovi, constatare come i più tenaci e ultimi accaniti sostenitori dell’esistenza di qualcosa che si chiami “sinistra” siano, ormai, tutti di destra e che si affannino a combatterla come Don Chisciotte contro i mulini al vento. Si disse in città,”da un impero all’altro”, è la normale legge dell’avvicendamento politico, dello “spoils sistem” casareccio che da sempre è messo in atto da chi regge il potere ogni volta che cambia colore, ma, stavolta, i “predators” erano onnivori e cattivissimi.
    Ora, la domanda sorge spontanea: finirà mai quest’incubo? Hanno saccheggiato tutto il saccheggiabile, ricattato tutto il ricattabile, ridotto il lavoro a una refezione, il teatro pubblico ad un dopolavoro amatoriale, il festival ad una gara per bocciofili, cos’altro gli resta da demolire se non se stessi? C’è da sperare che anneghino nella palude che hanno creato, per avidità, ignoranza e sete di potere o in uno dei loro banchetti stile Valtur tra un “trenino” e un tuffo in piscina. Hanno desertificato nei giovani la speranza di una qualsiasi possibilità di crescita e opportunità di lavoro, hanno vampirizzato il teatro, lo hanno dissanguato, drogato e sputtanato, hanno compiuto, ripeto, la loro vendetta su quella “cultura” che ritenevano la loro nemica di sinistra, l’hanno demolita pian pianino, sostituendola con il trionfo dell’ovvio, della forma, della retorica d’accatto, dell’assemblaggio spacciato per regia, dell’ “appaio, dunque, sono”, dell’anti rituale, della banalità del “rassicurante”, hanno fatto scempio della ricerca che in questa città aveva raggiunto vette prestigiose, i Neiwiller, De Berardinis, Vitiello, cosa direbbero oggi di quella riserva indiana chiamato Napoli Teatro Festival o di quel feudo privato chiamato Mercadante? … il tuo grande estimatore ….
    Carlo Cerciello