Il teatro comico


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Vero e proprio manifesto di rinnovamento teatrale scritto oltre 250 anni fa, la commedia di Goldoni è materia incandescente con cui Roberto Latini, per la prima volta prodotto dal Piccolo di Milano, si confronta in equilibrio precario, fra citazioni appassionate e omaggi ai maestri ma senza mostrare di voler andare oltreMaria Grazia Gregori

Oltre che una bellissima commedia Il teatro comico è un vero e proprio manifesto teatrale, un punto di non ritorno nella vita di Carlo Goldoni, che proprio nel 1750 compose oltre a questo testo altre commedie nuove con cui intendeva prendere le distanze dal cosiddetto teatro all’improvviso. Prima del Teatro comico, peraltro poco rappresentato sulle scene italiane, anche un drammaturgo sostanzialmente “realista” come Goldoni si era trovato a confrontarsi con il teatro delle maschere, ma qui, decisamente, andava oltre, partendo da qualcosa che conosceva benissimo come la vita delle compagnie teatrali di allora vista dal di dentro, fra inquietudini, noia e nervosa attesa di qualcosa di ancora indefinito, con la consapevolezza che le cose in scena si stanno cambiando davvero perché si “deve” cambiare.

A spingere sulla nuova via la compagnia di comici è il suo capocomico Orazio, un signore di polso ma gentile, pronto ad offrire a tutti un caffè e intanto vagheggia con perseveranza e lungimiranza l’idea di trovarsi di fronte al più presto a una commedia che metta a nudo i personaggi, anzi che abbia addirittura l’ambizione di affrontarne di nuovi a viso aperto perché la maschera, lo si capisce via via che il testo scorre, deve essere tolta, non ci si può più nascondere dietro, non si può più assumere caratteristiche fissate nel tempo come un rigido, intoccabile meccanismo. Quello del Teatro comico è, insomma, il Goldoni che amiamo di più, quello che elegge la scena come luogo di confronto continuo fra Mondo e Teatro (le maiuscole sono sue) ed è proprio il mondo, inteso anche – e forse soprattutto – come vita, quello che ci interessa e che ci affascina.

La commedia, dunque, gira attorno al teatro che si fa, nel momento stesso – attraverso le prove per esempio – in cui lo si insegna. Di più: in questo testo ritroviamo segni di un futuro ancora lontano, per esempio quando Orazio afferma che non è importante per la buona riuscita dell’interpretazione di un attore che la sua parte sia più o meno lunga e lo sostiene più di un secolo prima di Stanislavskij che affermava non esistessero piccole parti, ma soltanto attori mediocri. Ma c’è qualcosa d’altro che qui conta: quella consapevolezza leggera che percorre questa commedia che ci racconta del teatro nel teatro dove hanno buon gioco non solo ciò che avviene fuori scena, ma anche e soprattutto ciò che avviene su quel palcoscenico – quattro tavole e una passione – dove gli attori vivono e rappresentano non solo le liti, i dispetti, i piccoli intrighi che li riguardano, ma che lo facciano davanti a noi.

A prendere in mano le redini di questo testo che è un’affascinante polveriera è Roberto Latini, un attore che ha compiuto una sua strada spesso al di fuori del teatro cosiddetto ufficiale, sovente in spettacoli che lo hanno visto solista nella doppia veste di regista di se stesso. Un attore di cui ricordo – per rimanere in tema – un Arlecchino svagato e senza maschera né costume a toppe nel discusso Servitore di due padroni di Antonio Latella. Questa volta però, dopo essere stato ospite più volte del Piccolo, Latini rappresenta, per la prima volta prodotto dallo stabile milanese nel teatro di via Rovello. quello che Grassi definiva orgogliosamente “il tempio del grande mestiere” -, questa commedia di Goldoni in un teatro che su Goldoni ha detto e realizzato cose che potremmo definire fondamentali.

Lo spettacolo di Latini ce lo ricorda già ad apertura di sipario e ci suggerisce che non sarà una scelta tranquilla. Ce lo dice l’inclinazione del palco che sembra ondeggiare di tanto in tanto (un piccolo terremoto?). Ce lo dice, soprattutto, con la gigantesca e un po’ eccessiva figura di Arlecchino che sembra muoversi anch’essa (le scene, come sempre notevoli sono di Marco Rossi e i costumi di Gianluca Sbicca) il cui corpo finirà a pezzi, quasi vivisezionato e trasformato in reperti astratti a fare da cornice non solo al palcoscenico ma anche ai personaggi che si stagliano in controluce sullo sfondo. In questo spettacolo del quale ha curato anche l’adattamento del testo, Latini è Orazio, il capocomico deciso a mettere in soffitta la maschere. Ma come lo fa? Il teatro di Latini mi è sempre sembrato un accumulo di esperienze, qualcuna vissuta in prima persona, qualcuna derivata dall’immaginario di altri artisti, magari cambiandole deliberatamente di segno. Il teatro comico non fa eccezione a cominciare da diverse citazioni strehleriane – il celebre lazzo della mosca qui talmente rinforzato da sembrare un reattore, ma ci sono anche l’apparizione di una corda che scende dalla soffitta e la voce di Ariel-Lazzarini che dialoga con Carraro-Prospero nella Tempesta di Shakespeare che francamente mi è sembrata eccessiva, c’è l’omaggio sentito, a un maestro (di Latini) riconosciuto come Leo de Berardinis di cui si cita Il ritorno di Scaramouche, la polvere d’oro di un ipotetico circo felliniano… una pistola vagamente incongrua e un infernale motorino che scorrazza per tutta la scena. Certo i maestri contano anzi sono fondamentali ma bisogna tradirli e soprattutto saperli tradire per andare avanti, oltre.

Anche nella compagnia piuttosto affiatata che Latini dirige si rappresenta questo melting pot a partire dalla presenza di due attori che hanno fatto parte della compagnia di Leo come Marco Sgrosso, che è un divertente Pantalone alla napoletana ed “en travesti” una formidabile cantante, e da Elena Bucci che copre ben tre ruoli femminili a partire da quello della “prima donna” della compagnia. Ma vorrei ricordare anche la Colombina di Stella Piccioni che interpreta anche quel peperino di Vittoria; Marco Manchisi che è Lelio, l’autore a cui si chiede un testo nuovo per intraprendere una nuova vita; il Brighella di Savino Paparella, e ancora Marco Vergani e Francesco Pennacchia.

Visto al Piccolo Teatro “Paolo Grassi” di Milano. Repliche fino al 25 marzo 2018. Foto di Masiar Pasquali

 

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Il teatro comico
di Carlo Goldoni
adattamento e regia Roberto Latini
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci Max Mugnai
musiche e suono Gianluca Misiti
con (in ordine alfabetico) Elena Bucci, Roberto Latini, Marco Manchisi, Savino Paparella, Francesco Pennacchia, Stella Piccioni, Marco Sgrosso, Marco Vergani
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa