Aminta, regia di A. Latella

Aminta


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Per Antonio Latella il palcoscenico è una zattera in tempesta, ben consapevole che la forza degli elementi sprona a vivere con intensità l’esperienza teatrale. La sua rielaborazione del poetico testo del Tasso non teme di metterne in dubbio l’essenza pur di far emergere la verità di una vita vissuta all’insegna della ricerca inesausta dell’amore – Maria Grazia Gregori

Per cercare di restituire le riflessioni e soprattutto le emozioni che ci comunica il nuovo spettacolo di Antonio Latella, visto al Lac di Lugano, una rielaborazione di Aminta, testo poetico e bellissimo di quel genio inquieto che è stato Torquato Tasso, mi viene innanzi tutto da chiedermi che cosa sia il palcoscenico per questo nostro geniale artista. Certamente non è un luogo chiuso nel quale inchiodare i personaggi e le storie ma è, piuttosto, una grande finestra da aprire, anzi da spalancare sul mondo come se il teatro possedesse e dichiarasse la necessità di uno spazio di libertà. Se ci sono delle regole – e ci sono – sono proprio queste regole che chiedono di andare oltre. Per me il palcoscenico secondo Antonio Latella è come una zattera che naviga a vista dopo aver abbandonato il suo porto tranquillo per entrare in un mondo di tempeste, di forti sentimenti, di crudeltà, talvolta di violenze ma proprio per questo vivo. È un palcoscenico che si interroga e che non teme i marosi, anzi qualche volta dà l’impressione di volerci proprio precipitare, lì dentro. Qui niente è definitivo come del resto nulla è mai definitivo nella vita ma non si smette di cercare un approdo anche impervio per poi prendere di nuovo il largo.

In questo viaggio, in questa circumnavigazione di un nuovo mondo che è questo Aminta, Latella ha cercato e trovato il suo Virgilio che è qui rappresentato da un personaggio, Tirsi, il più adulto e dunque il più saggio e allo stesso tempo il più folle, come del resto era il suo creatore; e allora mi viene da pensare che come il Tasso in quel lontano 1573 scrisse questo dramma pastorale inseguendo il proprio destino di poeta aureolato creando un testo che, certo, secondo i tempi parla di amore, ma non corrisposto almeno fino alla fine, di morti apparenti, di fughe e di rifiuti, ecco il regista prendere idealmente il ruolo del poeta per cercare l’amore anzi forse per scoprire l’identità dell’amore. Amore come un personaggio che non c’è ma che guida da lontano tutte le azioni. Così in quel cerchio, posto al centro della scena, che racchiude i quattro attori che danno vita a tutti i personaggi, vestiti come noi, illuminati di volta in volta da un riflettore che compie con loro il suo giro quasi scandendone il tempo e il destino, è come se fosse racchiuso un mondo di parole, di gesti per affermare la propria esistenza.

Quello che sta a cuore a Latella, credo, è un’idea, anzi una certezza che va contro la superficie dell’opera (la quale sembra una storia più o meno drammatica, ma a lieto fine, di un amore) per sovvertire proprio tutto questo: l’amore non c’è, non esiste, anche se apparentemente d’amore si muore, ma poi ci si ritrova vivi. Potrebbe essere una lotta senza senso. Inutili le sofferenze, le ripulse, le angosce? Ma non è forse la vita a essere così e l’illusione più bella, più forte non è sempre destinata a essere sconfitta?

Il viaggio vertiginoso che Latella fa compiere ai suoi attori, bravissimi nel dire con l’aiuto della sola voce e della loro presenza i non facili versi del Tasso, un viaggio in cui si è crudeli per amore, si può soffrire per amore, si può addirittura cambiare pelle per la follia d’amore, come succede ad Aminta che si denuda e si trasforma in un satiro irsuto e crudele, va oltre le epoche, entra in un altro tempo simile al nostro, come del resto gli abiti degli attori hanno sottolineato fin dall’inizio, si fa oggi. Ed ecco che il contrasto amoroso, la follia dell’amore cambia suono, cambia gesti, cambia parole con l’attrice che suona la chitarra elettrica e canta musiche di P.J. Harvey, Can e Jaden Smith. Ma il senso (per Latella) è il medesimo: che cosa è che ci spinge sempre verso la sofferenza, magari morendo per qualcosa che non esiste e perché soffrire e magari morire per qualcosa che non c’è e non avremo mai?

Resta da dire dei quattro attori che danno vita a questo testo di cui Linda Dalisi ha curato la drammaturgia e che sono Michelangelo Dalisi, Emanuele Turetta, Matilde Vigna, Giuliana Bianca Vigogna: senza timore, anzi perfetti nel loro rapporto con il verso, per nulla intimiditi da un confronto che potrebbe far tremare i polsi, nella loro economicità assoluta di gesti dentro un cerchio che potrebbe essere eterno, quasi impossibile da rompere. Un esempio perfetto della way of theatre di Antonio Latella, che ama le sfide, sempre pronto – se necessario – a pagarne il pegno.

Visto al Lac di Lugano. Tournée 2019. Foto Brunella Giolivo

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Aminta
di Torquato Tasso
drammaturga Linda Dalisi
regia Antonio Latella
con Michelangelo Dalisi, Emanuele Turetta, Matilde Vigna, Giuliana Bianca Vigogna
scene Giuseppe Stellato
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
movimenti Francesco Manetti
assistente alla regia Francesca Giolivo
produzione stabilemobile
Durata: 1h 30′ più intervallo