Cosa resterà di quest’estate in danza?

Parafrasando una presaga canzone pop di qualche tempo fa riuniamo le idee dei primi mesi di (apparente) ritorno allo spettacolo dal vivo e cerchiamo di riannodare i fili di una riflessione che, per forza di cose, si è dilatata nel tempo sospeso e disorientante del lock down. – Silvia Poletti

Tutto cambia perché nulla cambi, diceva il principe di Salina, parafrasando Machiavelli.  E a ben pensarci, ora e sempre è proprio così. Partiamo dall’erogazione dei finanziamenti delle nuove istanze della danza, arrivate a luglio inoltrato. In un settore già intasato, dove si fa fatica da sempre a applicare veri e seri ricambi (o rafforzamenti di posizione) la pioggia delle sovvenzioni alle new entries lascia senza parole, per la casualità con la quale sono state assegnate, concedendo il prestigioso accesso anche a realtà preprofessionali e a iniziative di quartiere.
Quale la ratio di questa allegra diffusione di pubblici denari? Nella divisione dei pani e dei pesci le cifre assegnate sono infine minime, ma è il segnale che qui conta: quell’‘essere riconosciuti’ al massimo livello amministrativo e istituzionale, passando dalla scrematura di una commissione di esperti, che di fatto rafforza il pericoloso concetto. Vero è che i commissari hanno spesso e volentieri ristrettissimi margini di manovra (conosco la situazione per esperienza diretta), ma possono agire comunque. Lo si è visto per esempio nel taglio significativo all’ennesimo contributo ministeriale annuale al progetto ‘speciale’ di Roberto Bolle, On dance, che quest’anno è stato decurtato di 40 mila euro vista l’evidente capacità di finanziarsi del super-sponsorizzato evento. Diventa però complicato quando ci sono altre logiche e dinamiche interne che influenzano voti e pareri – sono sotto gli occhi di tuti gli interessati, la comunità artistica e organizzativa in primis. L’attesa del nuovo decreto ammanta tutti in una inerte attesa beckettiana, ci si barcamena cercando di capire se il 2022 sarà un anno di passaggio o arriverà la nuova normativa, se le commissioni spariscono definitivamente o addirittura si ampliano.

Intanto proprio nel decreto legge di cui sopra si prefigura un Centro Coreografico Nazionale, il cui identikit istituzionale (e la realtà ispiratrice) è facilmente riconoscibile già nella bozza, ma la cui visione artistica e culturale (intesa proprio nell’ambito del sistema danza nazionale) è di fatto nebulosa. Il primato che dovrebbe essere dato al nuovo organismo si basa infatti esclusivamente su numeri (di spettacoli, di finanziamenti, di sedie del teatro di dotazione) ma, a parte le generiche indicazioni sul prestigio internazionale di detto Centro, niente si percepisce di reale sulla sua mission. Lo attesta del resto il confuso lessico nel quale si stabilisce che “ il direttore/direttrice del Centro può effettuare tre prestazioni artistiche nuove ( o riprese)…”  che resta aperto a molteplici interpretazioni. Quello che è certo è comunque che questo nuovo organismo tutto sarà meno che l’istituzione di una ‘compagnia nazionale’, ovvero di una realtà professionale identitaria dello stato di quest’arte oggi nel nostro paese, anche agli occhi degli altri.

Ronzano già nelle orecchie le obiezioni di chi, specie in ambito contemporaneo e della ricerca, potrebbe ribattere che questa visione è retriva e passatista. Si basa però sull’osservazione concreta di quanto avvenuto anche altrove: là dove c’è stata una compagnia ‘di bandiera’ il rafforzamento dell’intero comparto è stato esponenziale. Spesso la compagnia di bandiera ha conquistato il suo primato con i fatti artistici: creatività, qualità delle produzioni, standard interpretativo, visione che ha messo istituzioni locali e nazionali di fronte a un fatto compiuto, ignorare il quale sarebbe stato da suicidi (si veda la storia della numero 1 al mondo, il Nederlands Dans Theater).

Gli italiani invece hanno sempre subito il fascino del modello francese dei Centri coreografici nazionali ( www.cnd.fr), di fatto maldestramente evocato nella normativa Mibac (dal 2015) con la creazione di tre (più uno) omologhi, che però differiscono da quelli a partire dalle cifre messe a disposizione per le numerose attività -produttive e promozionali-richieste. Tanto per rendere un’idea già nel 2013 i 19 CND sparsi per la Francia avevano ottenuto dallo Stato la cifra di sovvenzione complessiva di 19 milioni di euro (integrata poi dai vari Dipartimenti per un totale di 44,4 milioni di Euro). Al primo anno (2015) come Centri Nazionali di Produzione della Danza le tre realtà nostrane insignite del titolo (Compagnia Virgilio Sieni Danza, Compagnia Roberto Zappalà e FND/Aterballetto) vennero assegnati dal MIBAC complessivi 1.583.159 euro (su poco più di 9 milioni per l’intero comparto).

Va da sé che il (o i) nuovo Centro Coreografico Nazionale per funzionare davvero a regime dovrebbe godere di un finanziamento adeguato alla sua connaturata preminenza. Previsti cospicui aiuti dagli Enti Locali (pari al 100 % del contributo ministeriale), ma c’è da immaginare un incremento di quelli nazionali. Dato che la coperta finanziaria resterà più o meno la solita, chi verrà danneggiato (senza per altro portare significativi aiuti alla nuova realtà)? E questo nuovo organismo super partes che spazio lascerà e come si coordinerà con gli attuali centri di produzione, che con risorse più o meno modeste hanno operato in questi ultimi anni? (1. continua)

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