Pesaro riparte nel nome di Rossini. Ed Elisabetta II


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Agosto per gli appassionati di belcanto significa Rossini Opera Festival. E quest’anno significa anche tornare in scena, con tre opere viste per noi da Davide Annachini

Dopo l’edizione 2020 risolta in emergenza a causa del Covid, il Rossini Opera Festival di Pesaro ha potuto finalmente presentare una rassegna per il 2021 con tutti i sacri crismi, recuperando i due titoli seri rimasti in cantiere – Moïse et Pharaon ed Elisabetta regina d’Inghilterra – con l’aggiunta del Signor Bruschino come parentesi buffa.

Moïse è stata nel complesso la produzione più riuscita, grazie ad un giusto equilibrio tra canto e scena che ha guardato a restituire a questo rifacimento francese del Mosè in Egitto (melodramma tra i più interessanti del periodo napoletano) quella compostezza oratoriale ma anche quelle anticipazioni del Grand-Opéra – vedi i lunghi ballabili – tanto care al gusto parigino. Musica bellissima e ispirata, di cifra prevalentemente corale, Moïse ha trovato nella direzione di Giacomo Sagripanti una guida sicura, in grado di tenere in equilibrio una partitura più che complessa e articolata, grazie anche all’ottimo contributo dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e al Coro del Teatro Ventidio Basso, preparato da Giovanni Farina.

Il cast lo ha assecondato nel restituire al meglio una scrittura vocale spesso ardua e solenne, a cominciare dal Moïse di Roberto Tagliavini, basso di voce pastosa e dal fraseggio scolpito, dall’Anaï di Eleonora Buratto, soprano forse fin troppo lanciata in un repertorio spinto ma che qui ha trovato una parte di “lirico d’agilità” in grado di mettere in luce le sue qualità migliori e la sua sensibilità d’interprete, per arrivare alla Sinaïde di Vasilisa Berzhanskaya, mezzosoprano in grado di spaziare dal registro grave a quello acuto con una franchezza e una sicurezza impressionanti, ma anche con una zampata espressiva da autentica fuoriclasse, tanto da guadagnarsi il maggior successo della serata. Su un piano diverso il Faraone di Erwin Schrott, star internazionale ma che con Rossini poco ha da spartire per via di certa pesantezza vocale e stilistica, e l’Aménophis di Andrew Owens, tenore poco più che corretto in una parte che pretenderebbe qualche numero in più.

Ottimi gli interpreti di fianco, Monica Bacelli, Matteo Roma, Alexey Tatarintsev, Nicolò Donini, e bravissimi i ballerini solisti Maria Celeste Losa e Gioacchino Starace, della Scala di Milano, impegnati nelle coreografie di rigore classico e ispirazione rituale firmate da Gheorghe Iancu. Ennesimo ritorno al R.O.F. per Pier Luigi Pizzi, che – con la collaborazione di Massimo Gasparon – ha realizzato uno spettacolo di grande sobrietà e quanto mai intonato alla compostezza ieratica del soggetto biblico, grazie ad un impianto fisso fatto vivere attraverso proiezioni suggestive (in particolare quella attesissima del passaggio del Mar Rosso) e una narrazione drammaturgica chiarissima nella sua estrema linearità.

Di tutt’altro impatto invece lo spettacolo approntato dal regista del momento Davide Livermore per Elisabetta regina d’Inghilterra, opera fondamentale nel percorso artistico-personale di Rossini, che con questo debutto al San Carlo di Napoli, teatro dei suoi successi più gloriosi, dava inizio anche alla relazione artistico-sentimentale con Isabella Colbran, primadonna leggendaria quanto moglie infelice. Livermore, trasformando senza troppa originalità la protagonista da Elisabetta I in Elisabetta II, ha dato sfogo a inesauribili citazioni sull’attuale sovrana, attingendo ad alcune pellicole a lei ispirate (The Queen, The Crown) e condendo la storia con proiezioni (a firma D-Wok) spesso azzeccate ma quasi sempre invadenti.

E in questo eccesso visivo sono rientrate anche le scene di Giò Forma (una parete trasparente che interferiva sulla libera visione del palcoscenico) e lo stucchevole via vai di ballerine-cameriere schizofreniche, senz’altro più intonate ad un’opera comica. In una cornice tutta rosso fiamma e nero (costumi di Gianluca Falaschi, luci di Nicolas Bovey), i personaggi non sempre hanno trovato la loro piena caratterizzazione, vuoi anche per la limitata incisività scenica di alcuni. La stessa protagonista ha trovato nella star francese Karine Deshayes un’interprete pallida e una cantante deludente, per mancanza di personalità vocale autenticamente drammatica e autorevole, senza la quale la scrittura regale pensata per la Colbran, tutta salti di registro e agilità di forza, non ha potuto imporsi. Al di sotto delle attese anche il tenore Barry Banks, impegnato nel ruolo del perfido Norfolc, che pretenderebbe ben altra vocalità e virtuosismo. Qualità invece possedute da un baritenore straordinario in   Rossini come Sergey Romanovsky, un Leicester malinconico ed eroico, solo leggermente appannato da una militanza insistita in altro repertorio che certo non si confà all’atletismo spericolato dei ruoli rossiniani. Grintosa e vibrante la Matilde di Salome Jicia, forse la più a fuoco di tutti, e bravi Marta Pluda e Valentino Buzza nei ruoli minori. Non troppo incisiva nel sostegno dei recitativi – che in quest’opera hanno un’importanza fondamentale -, la direzione di Evelino Pidò con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai ha garantito misura ed eleganza ad una partitura che avrebbe avuto invece bisogno di accendersi, lasciando un velo di eccessiva compostezza su un’occasione in parte mancata.

Meno problematica da risolvere per l’infallibile comicità, tipica delle farse rossiniane, anche quando l’ambientazione viene spostata non si sa perché su un barcone dalla coppia Barbe & Doucet, in un allestimento più estetizzante che giustificato drammaturgicamente, Il Signor Bruschino si è guadagnato un successo particolare per la freschezza dell’esecuzione, che vedeva tutti interpreti tanto bravi quanto espressivi, a partire dai due bassi buffi Pietro Spagnoli (Bruschino) e Giorgio Caoduro (Gaudenzio) per arrivare alla coppia sentimentale Sofia-Florville, interpretata da Marina Monzò e Jack Swanson, e per finire con Gianluca Margheri (Filiberto), Manuel Amati (Bruschino figlio), Chiara Tirotta (Marianna), Enrico Iviglia (Commissario). Michele Spotti ha tenuto vivace il discorso con la sua direzione vitale, che ha dovuto fare i conti con una non sempre impeccabile Filarmonica Gioachino Rossini, garantendo comunque un caloroso successo anche a questa produzione pesarese.

Le foto sono dello Studio Amati Bacciardi, courtesy ROF

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