Kronoteatro, "Orfani"

Il tempo passa anche per Kronoteatro

Il primo appuntamento dei tre in cartellone con la giovane formazione di Albenga tutta al maschile diretta da Maurizio Sguotti scava efficacemente nel tema dell’autoritarismo paterno. Si coglie tuttavia lo scarto anagrafico che separa il regista dai giovani interpretiRenato Palazzi


Il gruppo Kronoteatro di Albenga è una singolare formazione tutta al maschile, nata praticamente sui banchi di scuola, dall’incontro – evidentemente forte – fra un insegnante di teatro e alcuni suoi giovani allievi. L’uno e gli altri, alla fine del percorso di studi, hanno deciso di restare insieme, di continuare a lavorare proprio su questo scarto generazionale, su questa differenza non solo di età ma di ruolo, di formazione culturale, di esperienza della vita.

Sottolineo questi aspetti, perché la loro centralità si coglie prepotentemente nel lavoro della compagnia: si coglie nelle sue scelte tematiche – l’autoritarismo della figura paterna, i meccanismi del potere  nei legami parentali – che rispecchiano probabilmente dinamiche interne al gruppo, si coglie nelle stratificazioni stilistiche dello spettacolo. Lo stesso nome del gruppo, che presumibilmente allude a Crono, il padre di Zeus, che castrò il genitore e divorò la propria prole, sembra rimandare ad antiche mitologie dal sottofondo violentemente psicanalitico.

E questo raggrumarsi di fantasmi dell’inconscio in una sorta di sintesi mitica dalle intense valenze rituali si avverte subito inequivocabilmente in Orfani_la nostra casa, il primo spettacolo realizzato da Kronoteatro nel 2008, che ne apre ora la piccola “personale”  – una trilogia della famiglia – in scena all’Elfo Puccini di Milano. Si avverte fisicamente e persino olfattivamente fin da quel recinto di terra in cui si svolge l’azione, uno spazio rettangolare, grande più o meno quanto un campo di bocce, col pubblico disposto lungo i due lati maggiori.

Quella sorta di arena o di landa primordiale è un inquieto paesaggio mentale, dove si celebrano atavici scontri per la sopraffazione reciproca e feroci regressioni che riportano quasi all’origine delle gerarchie famigliari e delle stesse identità sessuali. È un «ventre gravido di metallo acuminato / umida caverna che accoglie il nostro plasma e i nostri corpi imperfetti / tesi al salto che simula il volo», come recita il testo – la drammaturgia è di Fiammetta Carena, che parte qui da una citazione omerica – detto all’inizio dall’uomo che di quel luogo appare il dominus e il padrone.
È, costui, il Maestro, l’ambiguo padre e despota seduto su un trono, vestito di nero, che accoglie nel suo cupo rifugio cinque giovani strappati alle loro esistenze e precipitati lì da chissà dove, reduci di un’ignota diaspora, vittime di imprecisati orrori, senza consapevolezza di sé, senza ricordi del passato. Li fa spogliare, li fa immergere in quella materia ancestrale, li istruisce coi brani di un minaccioso libro sapienziale che, in furenti toni biblici, sancisce l’unica possibile salvezza nelle verità rivelate dalle sue pagine, mentre fuori di lì vige il regno del buio e del male.

Il Maestro osserva, senza intervenire, i cinque corpi che si rotolano nella terra, si aggrediscono, si tormentano a vicenda, si avvinghiano in equivoche promiscuità, lottano e ballano insieme. C’è un ragazzo che allatta un bambolotto, un altro che glielo strappa infilandoselo negli slip come un enorme membro. Uno di loro vorrebbe pensare autonomamente, e per questo viene ucciso. Fuori campo, la voce di una vecchia racconta una favola sulla fine del regno delle madri e sull’avvento del patriarcato. I ragazzi, al culmine del loro assoggettamento, si presentano al Maestro  indossando rudimentali uniformi, ed emettendo urla guerresche.

Questa trama un po’ enigmatica – enigmatica non tanto nei suoi singoli sviluppi, quanto nel senso complessivo che può trasmettere a un pubblico di oggi – viene tradotta in una partitura teatrale  prevalentemente gestuale, tesa, a tratti aspra fin quasi alla sgradevolezza, un linguaggio fatto anche delle nudità dei bravi attori e degli schizzi d’acqua, di terra, di riso che investono di tanto in tanto gli spettatori, seduti in un’imbarazzante prossimità, a pochi centimetri di distanza. È una discesa nella psiche che va vissuta così, soggettivamente, per il tipo di emozioni che può darti o non darti, ma che certamente non sono mai né gratuite né banali.

Formalmente lo spettacolo – diretto da Maurizio Sguotti, il “Maestro” sulla scena e nella vita – è accuratissimo, studiatissimo. Non c’è un movimento fuori luogo, non c’è un tempo sbagliato.  Niente accade per caso. Ma se si considera separatamente ciascuna delle sue componenti, la terra, la voce della vecchia, le valigie illuminate dall’interno, sorge allora qualche interrogativo: si avverte in esse come qualcosa non di datato, ma di già depositato nella nostra memoria collettiva.

Forse è il fatto che Orfani ha ormai cinque anni, un periodo lungo per qualunque creazione scenica. Ma il problema a mio avviso sta altrove, sta in una specie di intima, sottile discrepanza tra un gruppo mosso da energie nascenti, in fondo ancora in fase aurorale, e l’immaginario di un regista che anagraficamente ha avuto altri modelli, altre fonti di ispirazione, d’altronde piuttosto riconoscibili. Tutto si può fare. Ma le tracce del proprio imprinting teatrale, come le impronte digitali, non si possono né cancellare  né modificare.

Visto a Milano, all’Elfo Puccini di Milano. Gli altri due spettacoli della trilogia, Pater familias e Hi Mummy, sono in programma rispettivamente il 30-31 gennaio e il 1-2 febbraio 2014. Foto in alto, Alba Crapanzano

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Orfani
drammaturgia: Fiammetta Carena
regia: Maurizio Sguotti
scena e costumi: Francesca Marsella
luci e musiche: Enzo Monteverde
con: Alessandro Bacher, Tommaso Bianco, Alberto Costa, Vittorio Gerosa, Alex Nesti, Maurizio Sguotti
produzione Kronoteatro