Magda e lo spavento

Innamorarsi del Male: Magda e lo spavento


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Con “Magda e lo spavento” si chiude la trilogia che Massimo Sgorbani ha dedicato a tre figure femminili tragicamente ammaliate dal capo del nazismo. Bravissimi in scena Federica Fracassi e Milutin Dapcevic, ma il senso complessivo del progetto si perde a causa di una certa frammentarietàRenato Palazzi


A quasi due anni dal debutto di Blondi, il testo dedicato all’amata cagna di Hitler, sulla quale il Führer sperimentò la fatale fiala di veleno che poi pose fine alla sua stessa esistenza, Renzo Martinelli e Federica Fracassi portano a termine Innamorate dello spavento, la trilogia di Massimo Sgorbani sulle diverse presenze femminili che stavano intorno al dittatore: Magda e lo spavento, in scena al Teatro i fino al  primo dicembre, completa questo percorso in cui l’autore milanese ha voluto affrontare il tema del nazismo – il mistero del nazismo, l’insondabile orrore del nazismo – da una prospettiva trasversale, dichiaratamente “minore”, quasi osservando il fenomeno attraverso una serie di crepe nell’edificio della storia, che è un tentativo di inquadrarlo in una luce inedita.

Se in Blondi si adottava dunque lo sguardo candido di un animale innamorato del padrone, se in Eva si intrecciava il destino della compagna di Hitler, Eva Braun, con quello della protagonista di Via col vento, il suo film preferito, il cui audio risuonava in sottofondo, al centro di Magda e lo spavento c’è Magda Goebbels, la moglie del ministro della propaganda e madre dei suoi sei bambini, che lei stessa avvelenerà con le proprie mani, e c’è Hitler in persona, dal quale è intrattenuta in un’incongrua conversazione su fiabe e cartoni animati. È ovvio che il punto di vista canino, i parallelismi con Rossella O’Hara e le discussioni su Walt Disney fanno parte di un comune intento di spiazzare la coscienza dello spettatore costringendolo a una visione ferocemente straniante.

Quanto poi questo intento sia andato a buon fine non saprei dirlo, anche per via dell’impressione di un certo sviluppo frammentario: un paio d’anni, a teatro, sono un tempo lungo, in cui il senso di una scelta drammaturgica inevitabilmente si diluisce e rischia di perdere la sua “urgenza”, se non (ammesso che vi sia) la sua profonda ragion d’essere. È difficile giudicare questo testo in rapporto agli altri due, ormai lasciati dietro le spalle. Le tre opere, d’altronde, non hanno in sé una forza tale da stare in piedi separatamente: fanno parte di un unico progetto, e a questo quadro unitario andavano probabilmente ricondotte. Meglio, forse, sarebbe stato rappresentarle tutte insieme, tagliando e sfrondando in modo da farle durare una mezz’ora ciascuna.

Certo, isolato dal suo contesto questo Magda e lo spavento diventa arduo da decifrare, se non decisamente irritante per lo spettatore. In una serie di rapidi flash, l’uomo – che non ha nulla della classica iconografia hitleriana – si interroga maniacalmente su Biancaneve e i sette nani, su Paperino e Topolino e Minnie e Pluto. La donna, all’inizio apparentemente distratta, più orientata a offrirglisi che a intervenire nelle sue riflessioni, diventa via via sempre più pronta a fornirgli sinistri spunti antropologici: l’etereo dialogo, che non è innocuo come sembra, verte sul ruolo dei sette nani, esseri inferiori che tuttavia suscitano un’indebita tenerezza, o su Paperino, creatura deforme dai piedi palmati.

La trattazione, imperniata in sostanza sulla regressione dall’umano al subumano, vorrebbe introdurre – nella sua surreale futilità – un approccio imprevedibile, provocatorio, diverso al motivo delle discriminazioni razziali e dell’Olocausto. Ma poiché il testo, in definitiva, è fatto solo di quelle infinite discussioni, replicate in una serie di varianti, il tutto assume un andamento inevitabilmente ripetitivo, a tratti, più che ossessivo, vagamente esasperante. Con tutto il rispetto per Sgorbani, che sa evocare scenari spesso inquietanti, queste maniacali teorizzazioni su questioni grottesche o puerili puntano troppo scopertamente a suonare agghiaccianti per risultare davvero tali: più che affondare negli abissi della mente, si fermano al massimo a un livello di mera bizzarria.

Lo spettacolo, allestito da Martinelli in uno spazio astratto, scandito da un enorme ventilatore, è formalmente molto accurato: come in certe proposte dell’ultimo Carmelo Bene, i personaggi sono gelide marionette in carne e ossa, e le voci, i rumori mostruosamente amplificati indicano una sorta di livida separazione dalla realtà, uno spettrale distacco delle parole e delle cose dalla materia pulsante della vita, quasi fossero già proiettate nel vuoto di un esangue aldilà. È interessante la scelta di mostrare un Hitler che non somiglia affatto a Hitler, che sembra incarnarlo suo malgrado, e che solo alla fine, alle soglie della morte, ritrova come se stesso grazie a una maschera neutra su cui sono disegnati gli inconfondibili baffetti. Si tratta comunque di una messinscena molto fredda, molto cerebrale, quasi un puro esercizio di stile.

Le uniche vere emozioni, in questo caso, vengono dalla prova dei due attori, che sono entrambi davvero strepitosi nel dare risonanze sottilmente paurose al vacuo chiacchiericcio e alle movenze meccaniche di quei due démoni dell’inconscio collettivo: se della Fracassi si conoscono già da tempo le qualità, e la naturale attinenza con questa trilogia scritta su misura per lei, sorprende invece Milutin Dapcevic, serbo di Belgrado formatosi alla scuola Paolo Grassi di Milano e cresciuto con Massimo Castri e altri registi italiani, prima di trapiantarsi a Los Angeles dove insegna in un corso di recitazione: più che un semplice sfoggio di bravura, lui davvero offre un saggio di trascinante virtuosismo.

Visto al Teatro i. Repliche fino al 1° dicembre 2014

Magda e lo spavento
da Innamorate dello spavento di Massimo Sgorbani
regia: Renzo Martinelli
dramaturg: Francesca Garolla
audio e video: Fabio Cinicola
luci: Mattia De Pace
con: Milutin Dapcevic, Federica Fracassi