Luca Ronconi

La morte di Luca Ronconi

Fra pochi giorni avrebbe compiuto 82 anni. Era in cura da tempo ma la malattia non ne ha né rallentato né indebolito la fervida creatività. Poche settimane fa aveva debuttato con enorme successo “Lehman Trilogy”E.F.

Chiunque ami il teatro o anche solo nutra un interesse men che episodico verso questa forma d’arte avrà certamente dedicato un pensiero di gratitudine a Luca Ronconi nell’apprendere della sua morte, avvenuta nel tardo pomeriggio di sabato 21 febbraio a Milano, dove Ronconi da anni dirigeva il Piccolo Teatro. Fra pochi giorni, l’8 marzo, Ronconi avrebbe compiuto 82 anni; complicazioni legate alle sue già precarie condizioni di salute (da tempo era costretto a periodici cicli di dialisi) lo hanno condotto a una fine che, malgrado l’età avanzata, non esitiamo a definire prematura.

Luca Ronconi ha dato moltissimo al teatro italiano, a partire dagli anni Cinquanta come attore e soprattutto a partire dai Sessanta-Settanta come regista e sperimentatore. Ma la sua vena artistica, unita all’insaziabile curiosità, hanno mantenuto fresco e attuale il suo approccio alla regia fino all’ultimo. Non facciamo fatica a ricordare, perché è cosa di pochi giorni fa, l’ennesimo trionfo tributato a quello che passerà alla storia come il suo ultimo lavoro, Lehman Trilogy, denso complesso e fluviale romanzo capitalista scritto da un autore quarantenne, Stefano Massini, che aveva rinfocolato l’antica passione di Ronconi per i temi legati alla macroeconomia, materia di cui ammetteva candidamente (e con un pizzico di civettuolo understatement) di non capire un’acca. E proprio per questo ne era così attirato e coinvolto.

Intellettuale timido ma non schivo, coi piedi ben piantati nell’attualità ma poco avvezzo alle mondanità, Ronconi ci ha parlato attraverso i suoi spettacoli, un’eredità equamente suddivisa fra varie piazze, da Roma a Venezia, da Torino a Milano, la città in cui aveva raccolto a sua volta un’eredità pesante, quella di Giorgio Strehler.

Luca Ronconi era nato a Susa, in Tunisia, nel 1933. Dopo essersi diplomato all’Accademia d’arte drammatica di Roma, ventenne nel ’53 aveva debuttato come attore, diretto da Squarzina e in seguito da Gassman, Orazio Costa, De Lullo, Michelangelo Antonioni. Dopo un decennio di pratica attoriale aveva intrapreso la strada della regia, allestendo le prime pièce con la compagnia formata assieme a Carla Gravina, Ilaria Occhini, Corrado Pani e Gian Maria Volonté. L’Orlando furioso allestito nel ’69 per il Festival dei Due Mondi di Spoleto su adattamento di Edoardo Sanguineti lo consacrò come uno dei registi d’avanguardia più interessanti del tempo, ruolo che da allora Ronconi ha mantenuto con inarrivabile coerenza.

Accanto all’attività rivolta specificamente al pubblico, Ronconi ha sempre amato affiancare quella pedagogica, indirizzata alle giovani generazioni e forse in questo sta, almeno in parte, il segreto della sua capacità di mantenersi costantemente in contatto con l’evolversi dei costumi, magari per esecrarli, condannarli, ridimensionarli, metterli perfino in ridicolo; dall’altro nel rinnovare continuamente la chimica di un teatro che non si può certo definire “facile” eppure destinato ad essere visto e amato da grandi pubblici, in Italia e anche all’estero, dove Ronconi ha diretto frequentemente, fin dai primi anni Settanta. Già da allora il regista – che nel 2002 ha coronato un sogno dando vita al centro sperimentale Santacristina sulle colline umbre nei pressi di Gubbio – ha collaborato con le istituzioni teatrali, dall’Accademia d’arte drammatica alla Biennale Teatro di Venezia, diretta dal ’75 al ’77, e ancora il Laboratorio di progettazione teatrale di Prato, diretto dal ’77 al ’79. Sarebbe davvero troppo lungo e forse inutile elencare qui minuziosamente gli spettacoli allestiti in oltre cinquant’anni di regia, la lista di attori, attrici, registi e tecnici che hanno incrociato i loro destini con quelli del maestro, nominato nel 1989 direttore dello Stabile di Torino (fino al ’94), poi a Roma (fino al ’98) e infine al Piccolo di Milano. Come sarebbe ingiusto relegare in poche righe l’impegno profuso da Ronconi nel teatro musicale, nell’allestimento di memorabili regie liriche, a partire dalle collaborazioni scaligere, con il Maggio fiorentino, con l’Arena di Verona e con decine di teatri in tutto il mondo, per finire con la lista altrettanto lunga dei premi e degli onori collezionati in un vita spesa sul e accanto al palcoscenico.

Pensiamo che lui stesso non apprezzerebbe questo modo banale e sbrigativo di liquidarne la memoria. Preferiamo perciò che a parlare siano i ricordi che ognuno di noi, che ha avuto la fortuna di assistere a uno o a più di un suo spettacolo, porta con sé. Con Luca Ronconi se ne va un pezzo d’Italia, quella migliore di cui andar fieri. Senza se e senza ma.

6 commenti su “La morte di Luca Ronconi

  1. Ronconi non ha mai fatto regie liriche all’Arena di Verona, come conferma il suo sito ufficiale (www.lucaronconi.it). Per come è scritto l’articolo sembrerebbe Zeffirelli…

    • Caro amico, confermo quanto ho scritto. Sul suo humour sorvolo perché oggi proprio non mi va… e.f.

  2. Mi scusi, non vorrei essere tedioso ma visto che questo è un sito serio e accurato di informazioni e che purtroppo da oggi l’unica cosa che possiamo fare è custodire la memoria di questo ineguagliabile Maestro, posso chiederle i riferimenti di questo lavoro all’Arena di Verona? Essendo un melomane e un attento spettatore dei lavori di Ronconi, ho notizia dal suo sito ufficiale solo di un lavoro al Teatro Romano di Verona, mi interessa quindi molto sapere quando e come si è confrontato con lo spazio dell’Arena, in modo da informare anche i curatori del sito. Grazie e buon lavoro!

    • Caro amico, la ringrazio per i complimenti al sito che condividerò volentieri con le colleghe e i colleghi che lo animano, come me, con passione. Non ho dubitato neppure per un minuto delle sue conoscenze del lavoro di Luca Ronconi ma devo ammettere che sì, un po’ tedioso lei rischia in effetti di apparire. Non si è accorto che il mio articolo, scritto, come si dice in questi casi, “a caldo” a poche ore dopo la scomparsa del maestro, non aveva affatto la pretesa di scolpire delle verità nel marmo, ma solo il riconoscere al regista quell’importanza che il complesso della sua opera ha rivestito nella storia del teatro italiano degli ultimi cinquant’anni? Le mie fonti, se non le dispiace, sono di mia esclusiva pertinenza, dal momento che, ripeto, non si trattava di un saggio sul Ronconi “lirico” ma un, per altro, breve omaggio al grande regista appena scomparso, scritto a tarda notte e con la malinconia che la scomparsa di un grande artista talvolta provoca. La prego perciò di rileggere attentamente almeno le tre righette in cui accennavo brevissimamente (e del tutto immeritatamente, me lo dico da solo così le risparmio la fatica) al Ronconi “lirico”. Là dove leggerà “l’Arena di Verona” la prego di intendere l’ente, l’istituto dell’Arena di Verona (comprendente anche il Teatro Filarmonico, come certamente saprà) e non il luogo fisico, onusto di storia e di glorie del belcanto. In tal senso credo che la citazione non sia errata e per questo non l’ho corretta. Ciò detto, la invito non tanto a ribattere con l’ennesima puntuto messaggio perché, come le ho già scritto, non mi sembra questa la sede per “fare a chi la sa più lunga”. Anzi, guardi, le riconosco volentieri la vittoria 3-0 a tavolino, dato oltretutto che io melomane non sono, né mai mi sono definito tale. Se vuole, se crede, se le fa piacere, ci racconti invece cosa e perché Luca Ronconi ha significato qualcosa nella sua vita. Questo era il senso dell’articolo e mi duole che lei non l’abbia compreso sin dall’inizio. Colpa mia, come si dice in questi casi. Con stima e amicizia. e.f.

  3. La ringrazio molto della precisazione e soprattutto del modo rilassato e simpatico in cui l’ha espressa.
    Rileggendo questo nostro scambio viene un po’ da sorridere: il suo bell’intervento a caldo che ho letto con grande piacere, io che mi ergo a maestrino armato di penna rossa per difendere la memoria di Ronconi… Insomma, anche noi abbiamo fatto un po’ di teatro, dunque direi tutto bene.
    Ma passiamo alla sua domanda, se e che cosa abbia significato il lavoro di Ronconi per la mia vita. Domanda fondamentale, che mi si impone in tutta la sua importanza da quanto la notizia della sua morte mi ha trafitto il cuore come non mi sarei aspettato. Provo solo a dare rapide tracce di risposta. Ronconi ha vissuto come se il solo teatro bastasse per vivere, non so se sia così, ma come tutti gli assoluti mi affascina. Nel leggere e mettere in scena i testi era una sorta di scalatore di montagna, che parte a passo sicuro controllando il respiro, guardando la meta – lo spazio – e non il tempo; e io amo molto la montagna. Ronconi aveva cuore caldo e mente affilata e entrambi auguro anche a me stesso.
    Vede, su questo sito anche ciò che parte come schermaglia diventa abbraccio. Con stima

    • Evviva! E grazie di aver condiviso con noi il suo pensiero. Buon vita. e.f.