King Size

The Marthaler way of theatre


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Surreale, provocatorio, irridente, triste, profondo nell’apparente leggerezza, affascinante… “King Size”, il nuovo spettacolo del geniale regista svizzero Christoph Marthaler conferma la fama che lo condurrà al Leone d’Oro di VeneziaMaria Grazia Gregori


Ogni spettacolo di quel regista geniale che è Christoph Marthaler – quest’anno il Leon d’oro alla carriera conferito dalla Biennale di Venezia sarà suo -, è sempre qualcosa di inaspettato: possiamo essere certi che ci prenderà in contropiede, sia che si tratti di un lavoro sterminato e affascinante come Fede, speranza carità sia, come in questo caso, che potremmo definire “teatro da camera”, dove il contropiede ce lo dà in circa ottanta minuti nello spericolato e allo stesso tempo perfetto King Size, in scena al Teatro Fabbricone di Prato dove arriva dopo una tournèe colma di successi in Europa e che nel mese di giugno (8-9 giugno) sarà al Carignano di Torino. Il contropiede viene dal parallelo fra il principio musicale della “enarmonia” – tecnica di composizione musicale che permette di scrivere uno stesso suono alla stessa altezza in due modi diversi e dunque con due funzioni differenti, come succede per esempio con il sol diesis e il la bemolle – che per Marthaler ha in comune con la vita l’idea di evoluzione e metamorfosi.

Idea sofisticata, certo ma non si può non restare affascinati dal modo in cui il regista conduce questo suo “spettacolo binario” mettendo in scena le molte vite reali o immaginarie dei protagonisti ovviamente costruendo un’affascinante colonna musicale dove le parole di famosi lieder o di musiche popolari o pop senza tralasciare Wagner e Mozart, il Cafè chantant, la canzonetta di Polnareff, il gioco di parole di Lapointe, i The Kinks e i Jackson Five, si intrecciano in un bisticcio ironicamente crudele, senza possibilità di scampo. Il tutto secondo la caratteristica tipica del lavoro di Marthaler: esempio di un teatro che mescola i linguaggi e che si basa su attori formidabili in grado non solo di cantare ma di recitare, di suggerire mondi e sentimenti con la loro gestualità perfino nel modo in cui si rapportano agli oggetti a ricordarci l’attenzione del regista svizzero che ama gli oggetti quando resistono all’uomo o quando l’uomo ne cambia l’uso come qui più volte succede, ancora una volta secondo il principio di metamorfosi e di evoluzione. Con un gusto avvolgente per il ridicolo senza mai, però, ridicolizzare i personaggi ma raccontando con ironia l’amore, la natura, la passione, la malinconia, la voglia d’evasione, il senso d’impotenza che gli appartiene.

La scena è una stanza d’albergo: una tappezzeria floreale di color azzurro alle pareti, poltrone, un puff, una toelette con telefono, piante, fiori, circondata da armadi bianchi che possono aprirsi all’improvviso rivelando abiti o un coro di personaggi, pronti a sparire, dove possono aprirsi porte, con un bagno che non vediamo ma dove spesso vanno i protagonisti (sentiamo il rumore della doccia e dei loro gargarismi) e al centro, ecco lui, il protagonista della storia, il King size, il lettone gigante che quando il pubblico entra in sala è già occupato. C’è un signore (Bendix Leffsen) che dorme, pronto ad alzarsi, lavarsi, a vestirsi con grande attenzione per il suo papillon e poi andare al lato sinistro del palcoscenico dove sta un piano e un sintetizzatore: ed ecco iniziare la storia anzi le storie diverse, perlopiù immaginarie, che i due protagonisti (Michael von der Heide e Tora Augestad, svizzero lui, norvegese lei) iniziano a vivere o a sognare quasi sempre ognuno per conto suo, qualche volta insieme.

La coppia appare all’inizio come una coppia di camerieri, pronti a riordinare la camera lasciata dal signore che, pur laterale, ha una funzione importantissima perche sua è la discreta ma ferrea direzione musicale dei due interpreti. Ecco allora che presi da sonno improvviso lui nevrotico, esilarante, pettinato come un signore anni Trenta, lei una stangona fintamente compassata dalle lunghissime gambe, sono pronti a trasformarsi in signore e signora cambiando a vista gli abiti e i loro atteggiamenti in varianti le più diverse, Si coricano spesso, schiena contro schiena, e quando sono svegli e vengono al proscenio eccoli raccontare un mondo che macina situazioni, attraverso la musica, giochi di parole, sentimenti, tradimenti stando nel lettone, fuori dal lettone, cantando nelle situazioni più impensate magari stando sotto il lettone come fa lei o cercando di aprire il frigo mimetizzato nell’alto dell’armadio dove lui non arriva (ma lei si) ricordando in musica il “living time”…

A scandire i diversi momenti della pièce, come un meccanismo perfetto, è l’arrivo e l’uscita di un’anziana signora (la bravissima Nikola Weisse), l’unica che parla, che prima tenterà di montare un leggio “dove nessuno ha mai letto delle parole” ma rifletterà anche sulla sua vita, su se stessa giovane, su se stessa ora, mangerà con l’aiuto di un calzascarpe dal lungo manico, gli spaghetto o dell’insalata “pescati” dalla sua grande borsa, tenterà invano salendo su di un puff di aprire in alto l’armadio, curioserà nel guardaroba trovandosi davanti della gente che canta, si sdraierà nel grande letto fra i due (e l’uomo nel sonno l’abbraccerà) presenza inquietante che certo si interroga ma che velatamente ci pone delle domande… in un va e vieni di questi attori-cantanti che stanno in equilibrio perfetto su una corda tesa nel vuoto. Surreale, provocatorio, irridente, triste, profondo nell’apparente leggerezza, affascinante… The Marthaler way of theatre.

Visto al Teatro Fabbricone di Prato. Prossime repliche: 8-9 giugno Teatro Carignano, Torino

King Size
Variazioni enarmoniche
una Liederabend di Tora Augestad, Duri Bischoff, Bendix Dethleffsen, Michael von der Heide, Christoph Marthaler, Sarah Schittek, Malte Ubenauf e Nikola Weisse
con Tora Augestad, Bendix Dethleffsen, Michael von der Heide, Nikola Weisse
regia CHRISTOPH MARTHALER
direzione musicale Bendix Dethleffsen
scenografia Duri Bischoff
costumi Sarah Schittek
luci HeidVoegelinLights
drammaturgia Malte Ubenauf
produzione Theater Basel Svizzera
con il sostegno di Pro Helvetia, Fondazione svizzera per la cultura