"Heartbreak Hotel" di Snaporaz

Heartbreak Hotel, l’esordio di Snaporaz


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È promettente il primo studio di questo nuovo gruppo tenuto a battesimo dalla rassegna “Apache”. Una drammaturgia in controtendenza che rivela con una sintassi nervosa lo smarrimento di due individui che non  riescono a essere infelici nello stesso momentoRenato Palazzi


Il battesimo di una nuova formazione teatrale nel momento in cui tante giovani realtà della nostra scena sembrano vicine al termine della loro corsa è comunque una bella notizia. Ed è ancora più incoraggiante la constatazione che questo gruppo di fresca costituzione – per quanto si è visto dal suo primo spettacolo, Heartbreak Hotel, presentato nel programma della rassegna “Apache” al Teatro Litta di Milano – pur con tutte le acerbità del caso, pur con tutti gli assestamenti e le correzioni di tiro cui dovrà essere necessariamente sottoposto, dimostra di partire con un’identità già spiccata, con un’idea di teatro definita e personale.

Il primo aspetto che colpisce, di Snaporaz – un collettivo che raccoglie due registi, Gilda Deianira Ciao e Fulvio Vanacore, il drammaturgo Matteo Salimbeni, gli attori Alice Spisa e Vincenzo Giordano, il musicista Alberto Sansone – è che dà l’immediata impressione di essere un collettivo vero, non solo per il fatto che il testo è il risultato da una messa a punto comune, fuori dai ruoli stabiliti: questa convergenza di energie si coglie da come, alla fine, tutti si radunano intorno alla loro creazione, quasi a proteggerla, ad accudirla, a condividerne responsabilità e  prospettive.

L’altro tratto originale di questo Heartbreak Hotel è che sembra andare completamente controcorrente rispetto alle tendenze post-drammatiche e anti-rappresentative che si sono imposte in questi anni. In un’epoca in cui non usa più il plot, la trama narrativa, loro raccontano nelle minime sfumature il percorso di una coppia dal primo incontro al fatale impatto con la difficoltà di gestire i chiaroscuri della relazione a contatto con l’invadenza delle ansie quotidiane. In un’epoca in cui non usa più la psicologia a teatro, loro confezionano un autentico concentrato di minuti soprassalti introspettivi. In un’epoca in cui non usa più la mediazione interpretativa, loro si affidano soprattutto al delicato cesello dei personaggi e al rigoroso concertato fra i due bravi protagonisti.

Di cosa parla, Heartbreak Hotel? Della più esemplare delle storie, quella di due persone che si conoscono, si piacciono, si amano, stanno bene insieme finché i contraccolpi della vita non cominciano a guastare l’illusoria armonia dell’idillio: come sempre accade, a provocare i danni peggiori non è un particolare fattore scatenante, ma il lento confronto con la normalità, la madre di lei che sta male, il lavoro di lui che si insinua nei fragili equilibri del rapporto, e certi piccoli disagi, certe impercettibili sfasature, una parola non detta, un’amicizia non ugualmente gradita a entrambi.

Finché, una notte di capodanno, Brad e Veronica, così si chiamano, sentono l’oscuro bisogno – più lei di lui, in verità, ma Brad la segue – di guardare la propria condizione dall’esterno e come da lontano, dall’altra sponda di un metaforico lago, da una stanza d’albergo che, con la sua gelida estraneità, scatena i loro più cupi fantasmi mentali: ecco allora una tetra visione di sé stessi da vecchi, ecco il furore immotivato, il repentino bisogno di farsi male, l’esplodere di quel nodo di impulsi bui e dolorosi che ogni amore nasconde, e che vanno portati alla luce perché portarli alla luce è forse il solo modo per tentare di domarli, di ricomporre un perduto equilibrio, magari su basi meno precarie e ingannevoli.

Mi è piaciuto, nella costruzione della vicenda, un certo loro modo diretto di entrare in argomento, un certo uso informale dello spazio, uno stanzone vuoto col pubblico seduto ai lati e tanti anonimi oggetti sparsi sul pavimento di legno, usati finché servono e poi rapidamente messi da parte. Mi è piaciuta soprattutto la sintassi nervosa, frammentata con cui viene ricostruito questo tracciato emblematico, una serie di brevi flash che si incastrano l’uno nell’altro per evocare non tanto l’infelicità in sé, quanto il sottile smarrimento di due individui che non  riescono a essere infelici nello stesso momento. Poi, certo, si tratta di uno studio, del primo tentativo di una compagine che dovrà maturare, dovrà mettere più compiutamente alla prova il proprio linguaggio e i propri talenti. Ma l’esordio è senza dubbio promettente.

Visto al Teatro Litta di Milano, nell’ambito della rassegna Apache. Repliche fino al 26 aprile

Heartbreak Hotel
testo, regia e suono: Snaporaz
un progetto di Gilda Deianira Ciao, Matteo Salimbeni, Fulvio Vanacore
con: Vincenzo Giordano, Alice Spisa
musiche dal vivo: Alberto Sansone
primo spettatore: Arianna Bianchi
organizzazione: AVTURNÈ
in collaborazione con: Sesto Spazio,Teatro Presente