Shakespeare. Know well


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Dopo 27 anni il cammino della Compagnia della Fortezza e del suo deus-ex-machina Armando Punzo non mostra segni di declino ma è anzi in costante crescitaRenato Palazzi


A ventisette anni dall’inizio del suo tumultuoso cammino, la Compagnia della Fortezza del carcere di Volterra non soltanto non accenna a dare segni di declino, ma sembra addirittura rivelare un’ulteriore, costante crescita: i risultati dell’esperienza, nonostante le condizioni claustrofobiche in cui essa si svolge, non hanno davvero nulla di prevedibile o ripetitivo, anzi tendono in qualche modo a rinnovarsi, a rigenerarsi nei temi e nello stile. Gli spettacoli realizzati paiono esprimere, nel tempo, un crescendo di consapevolezza e di tensione drammatica, sono sempre più elaborati formalmente, sempre più densi, sempre più complessi, sempre più stratificati nella composizione drammaturgica. Gli attori stessi, di anno in anno, sembrano più bravi, sembrano dotati di una più acuta e matura sensibilità interpretativa.

Non è, ovviamente, una mera questione di qualità individuali. Ciò che cresce, al di là dei talenti personali, che possono esserci o non esserci, è la bontà di un metodo di lavoro, di un procedimento creativo, di una capacità di coinvolgere gli interpreti-detenuti. Se le vecchie messinscene della compagnia puntavano soprattutto all’impatto forte, violento di sentimenti esasperati, all’evidenza immediata dell’angoscia della reclusione, all’oppressione anche corporea, somatica di uno stato di separatezza dalla vita, oggi Armando Punzo, geniale deus-ex-machina dell’iniziativa, cerca una trama espressiva più trasversale e allusiva, cerca il non-detto, cerca i residui di significato che sopravvivono alla disgregazione della struttura rappresentativa.

Identificato fino al midollo in questo suo percorso registico-pedagogico, Punzo è una singolare figura di demiurgo dialettico: come si è visto anche nella dimostrazione di lavoro presentata dal più emblematico dei suoi discepoli, l’ergastolano Aniello Arena, pluripremiato protagonista del film Reality, lui con gli attori cerca uno scambio totale, assoluto, quasi carnale: li guida, li pilota anche fisicamente, trasmette loro le sue correnti di energia e sembra assorbirne quelle suggestioni poetiche che il suo stesso intervento sollecita e risveglia. Questo legame viscerale, questo diventare parte delle persone con cui agisce, o far sì che esse diventino un prolungamento delle sue visioni, è presumibilmente il presupposto indispensabile per affidarsi completamente al loro istinto, al loro estro naturale.

Credo che una delle chiavi fondamentali di questa prepotente ascesa artistica sia nel criterio di approccio ai testi da affrontare, per cui – all’interno di alcune opere stabilite – gli attori vengono lasciati liberi di scegliersi i brani che dovranno recitare, così da assorbirli fino in fondo, da farli propri, da metabolizzarli intimamente. È anche in virtù di questa profonda assimilazione che le parole da loro pronunciate sembrano assumere delle risonanze così intense e vitali, quali difficilmente si potrebbero cogliere in altre situazioni. Senza una piena e incessante osmosi col regista, quella libertà di intervento – paradossale, in un carcere – non sarebbe forse possibile. Senza la libertà di intervento, gli attori diventerebbero delle marionette manovrate da lui.

Questa modalità operativa è risultata particolarmente evidente nel lavoro appena presentato, Shakespeare. Know well, una inquieta discesa nell’intero universo del Bardo. Punzo si era già accostato più volte ai grandi drammi shakespeariani, Macbeth, Amleto, Romeo e Giulietta, allestendoli alla sua maniera, mettendone a fuoco solo certi aspetti, contaminandoli con altri materiali letterari – in Hamlice il principe di Danimarca conviveva con l’Alice di Lewis Carroll – ma mantenendoli sempre in larga misura riconoscibili. Qui, invece, non si seguiva una vicenda definita, ma un assemblaggio di situazioni, di parole, di oggetti emblematici provenienti da testi diversi e spesso ardui da individuare, come Riccardo II, Riccardo III, Giulio Cesare, Otello, Amleto, Re Lear, Enrico IV, Timone d’Atene, Pericle, principe di Tiro, e soprattutto La tempesta, che sembrava fare un po’ da ideale filo conduttore.

Questo primo “studio”, che arriverà a compimento la prossima estate, era tutto ambientato nel cortile assolato, come avveniva una volta, senza le ormai consuete incursioni nelle stanzette laterali: lo spazio era delimitato su due lati da un paesaggio di innumerevoli croci lignee e scale a pioli, eloquenti richiami a un Cristo assente, un Cristo che non si sa chi sia, né se debba ancora essere inchiodato su quelle croci, o se già ne sia stato pietosamente deposto. Più o meno al centro di questa landa, come l’isola di Prospero in mezzo al mare, c’è un letto matrimoniale – il letto su cui Otello soffoca Desdemona, o quello su cui giacciono Romeo e Giulietta – e una specie di scrivania da cui spuntano vassoi con caraffe e bicchieri d’argento, parrucche, libri ai quali verranno strappate le pagine – e a cui siede una figura vestita di nero, lo stesso Punzo, come una sorta di incarnazione dell’autore, o dell’uomo contemporaneo confuso e smarrito di fronte al crollo delle proprie certezze.

Attorno a lui, come in una sorta di cimitero della cultura occidentale, guidati dalla lancinante colonna sonora di Andrea Salvadori – accordi elettronici, echi di canti, rombi di tuono, rumori stridenti – si aggirano, allucinati, i fantasmi dei personaggi che furono Calibano, Otello, Desdemona, uomini con libri infilati intorno al collo come gorgiere, donne con abitini vagamente anni Quaranta. Punzo tenta di comunicare con quelle ombre, sussurra loro qualcosa all’orecchio, o porge l’orecchio per carpire le loro parole, quasi a succhiarne l’anima, o viceversa a infondergliela. Si arrampica sulle scale per raggiungere chi è sistemato in cima agli ultimi gradini. Ma a presentarsi davanti a lui sono degli spettri riottosi, che paiono ribellarsi, sfuggire al suo controllo.

Le voci, amplificate e come staccate dai corpi, pronunciano battute oscure, brevi stralci di monologhi, difficili da ricondurre a un contesto unitario: l’ordine del testo appare sconvolto come l’ordine del mondo, i frammenti shakespeariani sono proiettati nel nulla, nel vuoto estremo e definitivo di una civiltà su cui si è abbattuta una ignota catastrofe. Dal momento che non sappiamo chi siano i personaggi che parlano di volta in volta, né da quali precisi intrecci narrativi ci arrivino quelle loro frasi sparse, disarticolate, dette in lingue straniere o con accenti esotici, e quei loro gesti oniricamente ripetitivi, c’è una perdita di riferimenti che a lungo andare riflette una più ampia eclisse dell’identità, una irrimediabile separazione dell’individuo da se stesso.

Il carattere del luogo, comunque duro e cupo, inaccogliente, modifica e altera necessariamente il senso di ciò che dicono: affermazioni apparentemente neutre, estrapolate da tutt’altre circostanze – «La tempesta si è abbattuta terribile su di noi e ha fatto fallire i nostri piani», «Il sole è tramontato; finito il nostro giorno, le nostre azioni sono terminate» – dentro gli aspri recinti di quel carcere evocano un altro spessore esistenziale, assumono un risalto più assoluto e irreversibile, che mette i brividi. Alla fine, un bambino attraversa lo spazio spingendo a fatica davanti a sé un enorme globo terrestre: forse è un segnale di speranza nel futuro, una timida promessa di riscatto in mezzo a tanta desolazione. O forse, invece, è solo un’immagine di nostalgia per un perduto stato d’ innocenza.

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Shakespeare. Know well. Primo studio
drammaturgia e regia: Armando Punzo
scene: Alessandro Marzetti, Silvia Bertoni, Armando Punzo
costumi: Emanuela Dall’Aglio
musiche originali e sound design: Andrea Salvadori
con Armando Punzo e gli attori della Compagnia della Fortezza: Salvatore Altieri, Vincenzo Aquino, Bledar Arapaj, Aniello Arena, Yosmeri Armas Castilla, Mohammad Arshad, Pasquale Avallone, Saverio Barbera, Rosario Campana, Pierangelo Cavalleri, Antonio Cecco, Tauland Cenollari, Giuseppe Centamore, Ivan Chepiga, Ismet Cuka, Bardhok Cuni, Pierluigi Cutaia, Gianluigi De Pau, Marco Di Muro, Fation Dine, Nicola Esposito, Giovanni Fabbozzo, Alban Filipi, Pasquale Florio, Giuseppe Giella, Pasquale Giordano, Heros Gobbi, Nunzio Guarino, Lotfi Hajahned, Noureddine Habibi, Mokhtar Hafsi, Vladimir Ibaj, Arian Jonic, Ibrahima Kandji, Nasser Kermeni, Andrea Kondi, Marco Lauretta, Carmelo Dino Lentinello, Wei Lin, Luca Lupo, Matteo Macchiarelli, Gentian Makshia, Antonino Mammino, Angelo Maresca, Benedetto Marino, Fatmir Marku, Gianluca Matera, Gaspare Mejri, Raffaele Nolis, Tarek Omezzin, Edmond Parubi, Anton Pernoj, Luciano Petraroli, Antonio Pilato, Alessandro Praticò, Armando Principe, Ciprian Putanu, Hamadi Rezeg, Michele Salerno, Alvaro Sapana, Danilo Schina, Vitaly Skripeliov, Vincenzo Sorio, Nizar Talbi, Lucian Tarara, Massimo Terracciano, Domenico Tudisco, David Tuttolomondo, Fabio Valentino, Alberto Vanacore, Alessandro Ventriglia, Sinan Wang, Tony Waychey, Qin Hai Weng, Antonio Zambo, Moncef Ziadi