Il (balletto) classico e noi. Parte seconda: “Giselle” versione Serussi-Haring

Se del classico di riferimento non si riconosce proprio più niente – né citazioni drammatiche, né stilistiche, né poetiche – si può parlare di rilettura? Il distaccarsi dalle cifre di riconoscimento sono segno di autoaffermazione o di incapacità di confrontarsi? Oppure semplicemente di dichiarazione di indifferenza, come dice Cunningham? E allora? – Silvia Poletti

A pochi giorni dalla proposta ‘filologica’ del Lago dei Cigni 2016/1895 il festival CivitanovaDanza ha ospitato la nuova versione di un altro imprescindibile classico del repertorio: Giselle firmata a quattro mani dall’israeliano Itamar Serussi Sahar e dall’austriaco Chris Haring per il Balletto di Roma. Progetto interessante e ambizioso per questa compagnia ‘storica’ della danza nazionale che dallo scorso anno vede come guida artistica Roberto Casarotto, da sempre attivo nell’ambito della ricerca coreografica più radicale, ma che non di meno mantiene la sua anima nazional-popolare con titoli di cassetta spesso interpretati da divi della tv.

Uno dei motivi di interesse stava, ovviamente, nelle modalità di rilettura e riscrittura di due autori di oggi, per formazione e cultura antitetici al mondo del repertorio tradizionale, di un’opera coreografica che nella perfetta fusione tra drammaturgia musica e coreografia ha innumerevoli chiavi di ‘entrata’. L’altro nel capire se la strada artistica suggerita dal nuovo direttore è praticabile o se certe proposte, agganciate a titoli riconoscibili, non siano solo pretestuose.

Nell’affrontare Giselle la squadra dispiegata dal BdR vedeva anche una dramaturg Peggy Ollislaegers e un supporto intellettuale di contributi testuali (nel blog della compagnia) di studiosi, professori universitari, artisti vari – ad avvalorare, se mai ce ne fosse bisogno, la contemporaneità di un’opera che, al di là del bozzettismo storico, affonda nei temi più profondi del Romanticismo e in quei miti eterni legati ai sentimenti primari (l’amore) e i primari tabù (la morte). Tanta speculazione. Forse troppa. Specie se il risultato scenico resta completamente avulso da ogni aggancio drammatico, poetico, simbolico dal testo di riferimento: infatti, salvo alcuni lacerti musicali trasfigurati nella complessa ma bella partitura elettronica (specie quella del primo tempo, di Richard Van Kruysdiik); salvo l’apparizione del temp leve en arabesque delle spose fantasma,  nella parte curata da Chris Haring, niente di quanto andato in scena fa presumere che si sia voluto ‘riscrivere’ quel classico.

Dalle note della drammaturga si apprende che la decolorazione dei personaggi originari porta nel nuovo caso ad essere tutti – uomini e donne – Giselle, incarnazioni dell’amore tradito e sofferto. E il focus del nuovo progetto si è appunto concentrato sulla sofferenza d’amore. Ma può bastare a reggere due tempi? Può bastare a offrire spunto per una traduzione fisica, gestuale, coreografica contemporanea di quel classico così ricco ? E alla fine che contributo artistico vero può dare alla storia e alla fortuna di questo lavoro?

Come si sa, originariamente, gli atti di Giselle sono ben distinti: nel primo si sviluppa la vicenda ‘realistica’ della storia d’amore e morte della ragazza tradita; nel secondo si entra nella sfera mistica e metafisica del rapporto tra vita e morte, spiritualità e perdono.

Qui la distinzione è pressoché sparita. I due atti sono a sé stanti, apparentemente senza una dialettica nemmeno sotterranea, chiusi in loro, come pezzi unici e assoluti, entrambi sviluppati con un linguaggio astratto, dinamico, impegnativo dal punto di vista della tensione, dell’energia, del controllo fisico.

Serussi, israeliano già alla Batsheva, oggi coreografo residente allo Scapino Ballet olandese, opta nel primo quadro per sviluppare una coreografia implosiva ed esplosiva, in cui il gruppo si apre e si chiude, lasciando talvolta a terra qualcuno (memorie della morte dell’eponima?). La fisicità dei duetti, in cui i corpi diventano ‘animaleschi’ nello sbattersi, strisciare, piegarsi, flettersi all’indietro, avvolgersi è autoreferenziale, non ci porta da nessuna parte, certo non nel mondo di Giselle, al punto da chiedersi quanto davvero il coreografo, nell’affrontare questo progetto, ne abbia colto la sfida profonda e stimolante anche per il proprio futuro lavoro o piuttosto abbia pervicacemente tentato di mantenere la sua autonomia concettuale, concedendo solo a tratti alcuni riferimenti nei variegati brandelli musicali gettati nell’etere.

Si sforza di più Haring, nel secondo brano: secondo il suo stile affida ai danzatori il compito di sintetizzare prosaicamente quello che la storia di Giselle dice loro e restituire il sunto al pubblico, l’affianca a dialoghi da soap opera americana, la inframezza con lunghi tenaci potenti attraversamenti della scena, in blocco, dai ballerini percossi da un viscerale scuotimento del busto: sintomo di un dolore profondo che squassa e sgorga inarrestabile e senza filtri. È del resto questa di fatto l’unica vera idea coreografica della pièce, anch’essa fortemente abbarbicata ad un’idea di corporeità che è antitetica all’originale. Resta, di quella, il furore delle spose fantasma, traslato in cadute e risalite di grahamiana memoria, con corpi scossi quasi in un rito pagano di estasi e catarsi. Ma anche qui può bastare?

Qualcuno, alla prima marchigiana, ha detto: se avessero dato un titolo più sfumato, meno riconoscibile… Già. Oppure, diciamo: se avessero davvero colto la sfida grande di investigare e recuperare molti stimoli di quel capolavoro! Ai due autori, come direbbe Cunningham, la ‘forma di Giselle è rimasta davvero estranea’. Non hanno saputo, o voluto veramente rapportarsi al monumento coreografico, vanificando di fatto veramente l’operazione. Ne esce così una serata che proprio per questo rischia di deludere nonostante l’indiscutibile cura dell’allestimento essenziale, e soprattutto la generosità dei danzatori del BdR che si piegano – letteralmente – all’impegnativa, ma tutto sommato afasica sintassi fisica dei due coreografi.

In apertura Giselle, coreografia di Chris Haring, Balletto di Roma foto di M. Carratoni

Visto a Civitanova Marche, Teatro Rossini, per Civitanova Danza, il 16 luglio 2016.  prossime date: Bassano del Grappa, Operaestate, 26 luglio

Un commento su “Il (balletto) classico e noi. Parte seconda: “Giselle” versione Serussi-Haring

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