Osipova e Polunin: quando il proprio destino è la danza


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Natalia Osipova e Sergei Polunin in Giselle al Teatro alla Scala hanno proposto al pubblico un’esperienza emozionale indimenticabile. Ecco perché – Silvia Poletti

È stato un momento d’oro per i cultori della materia, questo inizio di primavera. Nell’arco di pochi giorni sulle nostre scene si è potuto cogliere cosa si intende quando si parla dell’elusiva natura dell’Essere Danzatore  con le due protagoniste della scena coreografica degli ultimi trent’anni, Sylvie Guillem e Alessandra Ferri.

Poi, per due rappresentazioni della classicissima, imprescindibile Giselle al Teatro alla Scala, ci siamo trovati davanti ad altri due interpreti dell’ultima generazione (lui ha venticinque anni, lei ventotto) che, forse anche contro la loro stessa volontà hanno dimostrato come quell’Essere Danzatore sia anche il loro ineluttabile destino: e in virtù di questo destino segneranno la storia dell’interpretazione coreografica dei prossimi anni.

Di Natalia Osipova e Sergei Polunin sono piene anche le cronache, non solo specialistiche: ci raccontano molto delle loro vite, soprattutto dell’insofferenza di lui, costretto alla danza classica dalla madre, irrequieto, sfuggente, ribelle come l’amato James Dean che non a caso ha tatuato sul fianco destro del suo istoriatissimo busto.

In questo mondo / mercato globalizzato pure nella danza, anche se in modo diverso i due sono esempi della nuova bulimica ansia di cimentarsi in tutto e subito: Natalia passa dal Bolshoi (dove è sbocciata) al Mikhailovsky e poi al Royal Ballet e nel mondo; danza lo scibile coreografico attuale, da Petipa a Sidi Larbi Cherkaoui, da McMillan a  Mc Gregor. Sergei tenta la carriera hollywoodiana e il suo video firmato da La Chapelle raggiunge i  9 milioni di click e fa scrivere elogi sull’arte della danza a insospettabili come Roberto Saviano. Energici e gagliardi, con una tecnica prodigiosa e un’atavica ‘fame’ di conoscere e provare, sono entrambi dominati da una febbre che li rende irrefrenabili e incostanti – perfetta materia da leggenda metropolitana contemporanea alimentata dai fashion magazine, complici nell’amplificarne le azioni e le bizzarrie – e sulle loro giovani spalle pesa già la responsabilità di incarnare un mito d’oggi.

Poi però c’è la prova del nove, la scena, che non mente mai. Che ci dice se siamo di fronte a fenomeni alla moda o a veri e propri artisti/cardine, destinati a segnare la storia. E per nostra fortuna, con Osipova e Polunin è questo il caso. E lo si può affermare proprio dopo averli visti affrontare un testo coreografico e drammatico assoluto come il balletto di Coralli-Perrot, che sta al teatro di danza come Amleto a quello di prosa. Qui avviene infatti la rivelazione del genio che li accomuna e li rende speciali. Non è tanto la qualità puramente tecnica della loro danza (con i celebri salti aerei e i giri velocissimi di Natalia; la strepitosa souplesse e pulizia di Sergei), quanto il fatto che quella danza diventa modo unico e apparentemente insostituibile di ‘essere’ i loro personaggi, colorirne carattere e psicologia, raccontarne emozioni e sentimenti. Magari (come fa Natalia) adeguando non solo i tempi, ma anche coreografia alla propria necessità espressiva (vedi la scena della pazzia, sfrondata di due terzi della coreografia originale o il saluto finale ad Albrecht intriso di una Sehnsucht romantica quanto altri mai) per non parlare dello stile, con buona pace dei puristi.

Ciò che emerge è la coerenza intima di una interpretazione che vive di sfumature e chiaroscuri e che sgorga naturalmente senza infingimenti e manierismi, in un vortice dinamico, fisico ed emozionale che trascina; e di un’alchimia di istinti ed estri che deflagra in emozioni potenti. Da parte sua, scarmigliato come Nijinsky nel medesimo ruolo e pallido, viso scavato e febbrile, occhi espressivi ed eloquenti Polunin sorprende anch’egli per l’intelligenza della sua danza: senza effettismi, ma pur prodigiosa per leggerezza, envol e quella qualità felpata e felina che ricorda Baryshnikov, essa diventa eloquio naturale ed essenziale, che fluisce in un recitar-danzando a tratti sublime. E l’intensità emozionale e fisica instaurata tra i due protagonisti ha una forza così magnetica che i brividi corrono lungo la schiena per molto tempo dopo i saluti finali. Un’esperienza vederli? Assolutamente sì, soprattutto per la prepotente forza innovativa della loro interpretazione, che si incide nella memoria e insieme conferma l’eterna attualità dei classici.

La formidabile apparizione di Osipova e Polunin non deve però farci dimenticare dell’eccellente, a tratti commovente prova del Balletto della Scala, ormai a buon diritto (e non solo per l’auto-eliminazione degli altri corpi di ballo italiani) l’unica compagnia di balletto nazionale, con uno standard decisamente in crescendo, a partire dalla prova del corpo di ballo nel secondo atto, poetico nella declinazione della coreografia con braccia di un lirismo mai visto ad oggi. Davvero rilevante. Come rilevante, proprio per la qualità tecnica, per la cura stilistica, per l’autorevolezza scenica la prova della bella Nicoletta Manni dal salto leggerissimo e arioso nel ruolo di Myrtha, accanto alla quale si segnala l’eccellente, spirituale ‘Villi’ di Alessandra Vassallo, già apprezzata nel pas de deux dei contadini del primo atto.

Visto al Teatro alla Scala di Milano, 11 aprile 2015. La foto di apertura è di Monica Bragagnoli

Le foto della gallery sono di Brescia-Armisano, cortesia Teatro alla Scala; Monica Bragagnoli

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