Lui e Lei in Purgatorio

Una regia profonda, quella di Carmelo Rifici, e due attori che ci mettono intelligenza e sangue come Laura Marinoni e Danilo Nigrelli. Sono questi gli ingredienti della “Medea” sudamericana descritta da Ariel Dorfman in “Purgatorio”Maria Grazia Gregori

Una donna e un uomo – l’autore li chiama impersonalmente Lei e Lui –, due stanze confinanti che sono poi due mondi e alla parete di fondo uno schermo sul quale appaiono due bambini, impegnati in giochi innocenti. Ma non c’è da stare tranquilli. L’autore è uno dei maggiori della scena sudamericana, il settantaquattrenne Ariel Dorfman nato argentino ma naturalizzato cileno, collaboratore di Allende, avversario dichiarato del regime di Pinochet, costretto all’esilio fino alla caduta del governo del generale, attento come pochi non solo alla descrizione e all’analisi “politica” della violenza – ne fa fede il suo testo teatrale più conosciuto, La morte e la Fanciulla, noto anche in Italia, da cui Roman Polanski trasse un film famoso – ma anche a tutti i risvolti psicologici, morali, personali che la violenza o i delitti più efferati portano con sé.

In Purgatorio – questo è il titolo dello spettacolo visto all’Arena del Sole di Bologna, (prodotto da Luganoinscena con Ert Emilia Romagna Teatro, Lac Lugano Arte e Cultura) che non ha nulla a che fare con la seconda cantica della Divina Commedia di Dante –, ancora una volta ci si trova di fronte alla violenza estrema della tragedia, una tragedia contemporanea, sembrerebbe, che affonda le sue radici nel mito della crudeltà più feroce, quello di Medea che uccide per vendicarsi del tradimento dell’uomo amato (Giasone) i figli avuti da lui. Ma nel testo di Dorfman il mito antico si riversa in una tragedia del disamore, dei rapporti di sopraffazione fra i sessi, dell’impossibilità del perdono che pure disperatamente si cerca. Più che un purgatorio questo scontro assomiglia a un inferno che eternamente si ripete nella sua ineluttabilità e nell’impossibilità di uscire dal cerchio infernale della colpa e dalla ricerca ossessiva di una pace che mai verrà, come testimoniano le immagini, che continuamente ritornano, dei figli (Edoardo Chiodi, Michelangelo Colella).

A mettere in scena questo testo (lo traduce Alessandra Serra) così carico di sfaccettature e di domande è un regista particolarmente attento agli slittamenti del cuore come Carmelo Rifici. Che con questo spettacolo e con il prossimo dedicato a Ifigenia si pone (almeno così a me pare) di fronte ad alcuni temi che gli sono cari da sempre: la “malattia” che distrugge la famiglia, il desiderio di possesso, la gelosia a cui si pensa di dare una risposta con la violenza, i rapporti fra giovani e adulti dove sono i primi a pagare il prezzo più alto nella loro innocente inconsapevolezza. Così facendo in questo caso Rifici – che firma uno spettacolo molto forte e inquietante –, si pone di fronte alla domanda delle domande: “cos’è oggi la tragedia per noi?” Verrebbe voglia di dire che tutto sta nel mito, che lì stanno le radici dei comportamenti di una società malata, senza eroismo ma con tanta violenza da sfogare secondo la più banale delle leggi del vivere sociale. Rifici ci dice che da lì veniamo e che lì dobbiamo tornare: un cerchio fatale.

La scena (Annelise Zaccheria, suoi anche i costumi) rappresenta un ambiente diviso in due parti, illuminate ogni volta che vi agiscono i personaggi e poi oscurate. Da una lato c’è una specie di camera dalla tappezzeria datata con un tavolo rotondo, due sedie e in fondo una porta che Lui e Lei vorrebbero aprire senza avere il coraggio di farlo. L’altra camera assomiglia a una stanza d’ospedale: un letto, una poltroncina e una telecamera di fronte alla quale a turno Lui e Lei parlano. Nella prima stanza Lei (una bravissima Laura Marinoni), vestita con un elegante abito da sera nero e capelli biondi, recita la storia della sua vita mettendone in luce i lati più oscuri, sottolineando quell’ossessione per il mare dove ha ucciso il fratello, della sua fuga con Giasone con accenti quasi ibseniani, misteriosi, da “donna del mare”. Di fronte a Lei, con un camice bianco aperto sull’abito, la interroga incalzandola, un uomo (un convincente Danilo Nigrelli) che ha le stigmate del dottore (Freud occhieggia) e che poi scopriremo essere Giasone: un vero e proprio nido di vipere, un girotondo tragico. Nella stanza attigua è Lei, questa volta, a portare il camice, i capelli bruni raccolti in una crocchia. È lei a condurre il gioco, a inchiodare Lui alle sue responsabilità con una serie di domande, di interrogativi, spesso senza risposta. Poi Lui e Lei si confrontano di nuovo tentando di ricostruire un passato comune, tentando di capire l’atrocità degli atti commessi nel disperato tentativo di un perdono reciproco e impossibile. Ognuno dunque – i due infatti sono dei morti – legato eternamente alla propria colpa, al proprio dolore, a un eterno purgatorio del tutto privo di paradiso, a un’infinita seduta psicoanalitica che nulla risolve. Regia profonda, attori che ci mettono intelligenza e sangue. Da vedere.

Visto all’Arena del Sole di Bologna. Prossime date: Teatro Storchi di Modena, dal 17 al 20 novembre 2016

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Purgatorio
di Ariel Dorfman
traduzione di Alessandra Serra
regia Carmelo Rifici
con Laura Marinoni e Danilo Nigrelli
scene e costumi Annelisa Zaccheria
musiche Zeno Gabaglio
soprano Sandra Ranisavljevic
disegno luci Matteo Crespi
video Roberto Mucchiut
assistente alla regia Vittorio Borsari
in video Edoardo Chiodi e Michelangelo Colella
produzione LuganoInScena
in collaborazione con LAC Lugano Arte e Cultura e Emilia Romagna Teatro Fondazione